Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Naufragi

Che poi forse è solo un incastro di naufragi

il cercare la tua mano la mia

la mancanza di numero dorato

inchiodato alla porta d’ingresso

qualcosa che oggi ha una forma difficile

da ripiegare.

Come la prima volta che volli dei sogni

farne aereoplani di carta

e soffiarli via dispersi nel fumo

delle tue parole.

Che forse quello che ci spaventa

ha più paura di noi.

Niente di così diverso da un gesto ridondante

niente di così diverso dal ricominciare,

il dimenticare.

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Di pesci rossi e riflessioni (da pensieri di un po’ di tempo fa)

In qualche momento imprecisato tra stanotte e questa mattina è morto uno dei due pesciolini rossi che avevamo.  Dicono che i pesci hanno una memoria corta se no non sopravviverebbero all’acquario. Io non credo che sia totalmente vero perché oggi, quando gli ho dato da mangiare, quel pesciolino rimasto era triste. Nel piccolo istante in cui la sua memoria ha funzionato, forse ha avvertito la mancanza dell’altro, ha sentito uno spazio più largo, maggiore ossigeno ed è forse in quel minuscolo tempo che si è reso conto di aver amato.  C’è una contraddizione insita nella perdita che è la riacquisizione del proprio spazio, la dilatazione del proprio tempo, l’amplificazione del silenzio. È nella tristezza che quel tempo e quello spazio riavuti ci smuovono, che si avverte la mancanza, è lì che risiede la misura dell’amore. E non importa quanto sia stato lungo l’attimo insieme, ci sarà sempre un’ apnea tra una boccata di vita e l’altra a rinsaldarci la memoria.

Tra poco

C’è adesso in cucina il profumo delle case antiche

come legno che si fa cenere al fuoco e caffè

che trabocca e fa pozza sull’acciaio

che satura l’aria e l’aria della finestra

aperta preme per farsi spazio

in questa alba che tarda ad arrivare.

Chiudi la porta

stringimi a te

parlami ancora del tempo effimero

insegnami i gesti per tardare il futuro

sollevami il mento

spalancami gli occhi

baciami

e poi sorridimi.

Che non posso dirti “mi manchi”

nell’immediato tra poco che è già domani.

Come la buccia delle mele

Le mele stanno marcendo sul tavolo

le guardo:

è come se non ci sono

e invece sono io che non ci sono.

Se tu ci fossi

niente di questo sguardo

niente di queste rughe che si precipitano

adesso sulle mie labbra

niente andrebbe a male

niente sarebbe come macchia sulla buccia

trapassata dalle dita.

Neanche io.

Tu che ridefinisci i limiti di ogni sentire

il contorno di ogni atomo tra me e te

l’ossigeno di ogni mio respiro.

Tu che sai farmi bene

soprattutto adesso che io non so

se ci sono.

Le immagini assordanti della nebbia

uomo-nella-nebbia

Confusione di voci estranee

le nostre dita che si cercano tra la folla

camminano sorridenti insieme a gambe paterne

che hanno deciso di funzionare, scrostate dalla ruggine

di personali diluvi universali.

I tuoi passi seguono i miei

vestito del tuo sorriso migliore tu

senza lo sguardo violentato dalla malizia del mondo

sembri ritornato da nebbie di sogno.

A risvegliare memorie.

Ero convinta di averti perso tra le righe

di desideri impossibili e fantasie di voli pindarici.

Non avevo previsto il vento capriccioso

che ha fatto danzare le pagine all’indietro

dove ti ho trovato spuntare

come un piccolo quadrifoglio

dormiente tra le pieghe del mio cuore.

La pelle ti reclama

per scacciare l’ossessione del tempo,

perduto.

Rimane un alibi nelle tue scarpe

Accorto è il rumore velato del cielo

che si abbassa sui sopraccigli

a dipingere il sapore della sera

mentre, dentro, la bocca mastica

parole diverse da quelle che vorrei dirti.

Ho il pudore degli avambracci

che non si toccano in preghiera

per chiederti in direzione dei miei occhi

anche qualcosa nel petto non osa più

l’interpretazione dei geroglifici

che tracci e difetti

nel battere e levare di ogni mio respiro.

Nell’oscurità di questo tempo bianco

rimane la tua schiena ad allontanarsi veloce

e un alibi nelle tue scarpe.

E io sola con l’odore delle traverse

nelle narici e un giallo che cade sui capelli

dai lampioni ad attraversarmi i sensi.

Da fuori una finestra accesa

Inforchetto la mia cena mentre c’è una luce

accesa nella tua sala da pranzo

che sa di tovaglia stesa sul tavolo con parsimonia

come quella sera

con quattro bicchieri sopra, una caraffa, due bottiglie di birra

quando hai scostato la sedia

e i tuoi occhi non so se mi hanno guardata

mentre mi vedevano seduta di fronte a scrutarti la barba

che scopriva finalmente il profilo della guancia

fino alle tempie.

Ti ho trovato fragile per un attimo

nonostante le braccia spingessero fuori

il blu delle vene.

Non so se la tenerezza per quello spazio

definito e sicuro del tuo corpo

pensieroso

dentro una luce accesa ad una finestra di distanza

possa già chiamarsi in qualche modo.

Osservazioni

Possa acquietare i tuoi avambracci

le vene rigonfie di fine giornata

la pazienza stanca

la tua anima accartocciata

con un bacio, una carezza

un soffio a fior di pelle

e prestare voce sottovoce

al tuo silenzio

quando tutte le sillabe precipitano

dalla tua bocca e si fanno comete

nel mio firmamento e mi

infinito.

Tempesta

Adesso che il cielo è grigio

e fuori imperversa la tempesta

sarebbe il tempo di chiamarci

per chiederci come siamo sopravvissuti

alla raccolta degli oggetti sul balcone

all’ululo del vento tra le veneziane

alla pioggia obliqua come gli ubriachi

all’oscillazione disperata degli alberi arsi.

Sarebbe da chiederci se ci siamo pensati nei giorni

del sole cocente

degli occhi estranei gravitanti intorno a noi

delle bocche affamate

e come sta la nostra pelle adesso

che siamo un po’ più vicini

ma mai abbastanza.

E forse sarebbe da chiederti scusa

per qualche frase affidata alle tue spalle

che non ha avuto riscontro

e forse per qualche altra che mi pesa

qui sul cuore

e che non oso pronunciare.

Silenzio

Il circolo che tracci per terra

mentre ti avvicini e poi ti allontani da me

lo scatto repentino del tuo corpo

mentre ti alzi dalla sedia

le tue dita che scrivono attente

la testa chinata

le labbra che si dischiudono nell’atto di parlare

l’incrocio delle braccia al petto.

Mi piacerebbe vedere i tuoi occhi tanto vicino

come da dentro i miei

tenerti un po’ con me.

Anche sfilarti gli occhiali di dosso

farti sentire il peso dell’indice posato sulla tua bocca

e quello di un mio bacio a farti fare silenzio

mi piacerebbe.

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