Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Lunario 

Ascolto queste ore divorate d’attesa

e anche oggi  il tentennare cotto delle lamiere

si piega sotto un cielo sfinito 

di sole.

Sarà questa pioggia scrosciante 

o il fatto che devo uscire pur non volendo uscire 

ma mi viene da pensare che ognuno di noi

ha una sua consolazione giornaliera 

come un lunario segreto di battiti 

che si fa sentire tra i pori della pelle 

quando si immaginano mani

che non sono le stesse mani 

se incontrano giuste mani 

e occhi che non sono più gli stessi occhi 

in mezzo a occhi nuovi 

se sono occhi buoni.

Il vento ulula alle finestre.

Parto.

Sono pronta.

Vetro

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Ogni pomeriggio la signora della casa di fronte

spazza nervosamente il cortile

come se venisse giù, nel tempo tra l’alba e le tre e ventisette

la campana di vetro di cielo sereno

e si frantumasse in pioggia.

Ma oggi tutto è rimasto sospeso

solo un sospiro aereo si è catapultato dal mio viso

giù in strada, annoiato

dalla conta delle antenne che soffocano l’orizzonte.

Intanto lo spazio in mezzo a noi si è fatto opaco dalle ditate

nel cercarti in tutti gli spazi del mio lato di città visibile

e forse tu continui a dar tormento al dito

prima di portarlo alla bocca

aperta cauta come le persiane nei giorni afosi

a far di ogni tuo riso la mia boccata d’aria

e i miei pensieri fragranti come pane al sole.

 

Cielo

Vieni da me stanotte 

cammina sui tetti come in un sogno 

che ti stendo passerelle di stelle 

corri, corri da me sorriso di sole

che io saprò farmi cielo. 

Sbilanciamento 

Le tue dita danzanti sul mio braccio 

componevano in un codice morse 

un messaggio criptato 

da affidare alle onde dei miei palpiti 

dopo che per anni hanno ragionato 

sull’incavo stabilito da Dio  

tra le tue labbra e il naso 

su quell’abitudine del tuo mento 

di svicolare sempre dalla mia memoria.

Pensavo di non riuscire più a vivere senza

lo stampo del tuo sguardo 

come della salsedine il pescatore fa respiro 

come adesso che il profilo dei monti 

traccia il mio cardiogramma e mi fa viva.

Ma le cose cambiano e si allontanano

scivolano mutano

diventano trasparenti

un po’ come te

dopo che ho visto l’amore 

lasciato seduto da un lato della panchina

non essere riamato.

La casa si è svuotata di tutti i mobili 

le cianfrusaglie accumulate da una vita

dicono che l’essenziale 

in fondo sta comodo in un solo scatolone 

il prezioso dentro il palmo di una mano 

mentre due o tre impalpabili ricordi 

intasano il cuore.

Vedo i tuoi occhi riempiti di pianto 

un barlume di nostalgia,

dici che questo vuoto ti ricorda l’inizio 

di quando abbiamo fatto l’amore in quell’angolo lì 

dove c’era ancora un noi.

Io preferisco non ricordare

il dolore che ho dovuto trattenere 

tra la solitudine delle mie spalle.

Esilio

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La mia voce rubata a una porta socchiusa

ha la misura del pianto,

una fiducia disciolta in mano come brina

e scivolata via.

Dovresti vedere come hai svuotato un cuore,

riempito col sudore pigiato

in botti di attesa e pazienza,

la piega del sorriso

le mie mani ora mute.

La sensibilità è spesso un aculeo

che punge da dentro

e fa male come tutte le tue parole

zittite da un gesto.

 

 

 

 

 

Sutura 

Il dolore punge 

sempre un po’ più in là 

dell’orlo della ferita

come il tuo nome sporge 

oltre le mie labbra

pesandomi sul cuore.

Condominio numero 6

macerie

E’ al piano numero tre

che hanno scuoiato i muri

le tubature si stagliano come tendini a vista

la polvere volteggia nell’aria e la intasa

e un polmone di macerie l’accoglie

tossendo come tossico.

In controluce si esaltano le rimanenze

i punti fermi

il corpo profanato prima della rinascita.

Mi sarebbe piaciuto dirtelo prima di dimenticare

di nuovo

la tua lettera piegata in quattro

in fondo alla cartellina delle bollette dell’Enel.

Ché non era niente di importante

prima di pensarci.

Ché non eri niente di importante

prima di pensarti.

Riavvolgere

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In questo paese levigato dal freddo

c’è un casa che ha uno sguardo sulla strada maestra

-dal nome orfano di acca slava-

e uno che sbircia dentro gli alberi

che si inerpicano fin su, oltre il castello.

E’ lì che avrò dimora:

ci sarà qualcosa che sfrigolerà sul gas

una tenda scostata per sorprendere una macchia di nuvola

appesa a una gru che spezza il rosso e blu

del cielo che muore al tramonto.

Forse fuori il vento esaspererà gli alberi

le foglie balleranno su una musica d’asfalto

e rettangoli di luce si inchineranno al cordoglio dei balconi.

Alla televisione daranno un jingle imparato a memoria

e sarà di nuovo Natale.

Ti manderò una foto che faticherà ad arrivarti

qualche parola sfuggita senza timore

come tuffo di sasso nella densità del tuo cuore

e che concentrica si allarghi.

Di rimando, tu, una risata

ad annullare tutte le nostre distanze.

 

 

 

 

Autoscontri

Ti ricordo nello spiazzo di fronte la chiesa

dove l’uomo degli autoscontri contava 

i suoi gettoni

i guanti tagliati alle dita e la musica

a far sanguinare le orecchie.

Erano i Novanta della Salerno

i capelli cotonati in ciuffi enormi

qualche rossetto sgargiante

fuori da messa

tu in piedi sulla pedana d’acciaio

le mani in tasca e la voce muta da mitile,

un giubbotto blu di jeans.

Ti ricordo anche da sopra la rampa 

quando pensavo che il tuo sguardo 

mi facesse capolino tra il muro e la ringhiera 

e la tua schiena aveva ceduto il posto 

lentamente alla tua bocca scorta di sfuggita

mentre i miei occhi cadevano a terra.

Nella mia memoria

ogni gesto è mandato sempre a rallentatore 

una messa in pausa,

un fotogramma di piacere 

due di malinconia.

Ho atteso per anni il colpo di scena

tu che abbracciandomi scrivevi di noi

un copione migliore.

 

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