Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Rimane un alibi nelle tue scarpe

Accorto è il rumore velato del cielo

che si abbassa sui sopraccigli

a dipingere il sapore della sera

mentre, dentro, la bocca mastica

parole diverse da quelle che vorrei dirti.

Ho il pudore degli avambracci

che non si toccano in preghiera

per chiederti in direzione dei miei occhi

anche qualcosa nel petto non osa più

l’interpretazione dei geroglifici

che tracci e difetti

nel battere e levare di ogni mio respiro.

Nell’oscurità di questo tempo bianco

rimane la tua schiena ad allontanarsi veloce

e un alibi nelle tue scarpe.

E io sola con l’odore delle traverse

nelle narici e un giallo che cade sui capelli

dai lampioni ad attraversarmi i sensi.

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Da fuori una finestra accesa

Inforchetto la mia cena mentre c’è una luce

accesa nella tua sala da pranzo

che sa di tovaglia stesa sul tavolo con parsimonia

come quella sera

con quattro bicchieri sopra, una caraffa, due bottiglie di birra

quando hai scostato la sedia

e i tuoi occhi non so se mi hanno guardata

mentre mi vedevano seduta di fronte a scrutarti la barba

che scopriva finalmente il profilo della guancia

fino alle tempie.

Ti ho trovato fragile per un attimo

nonostante le braccia spingessero fuori

il blu delle vene.

Non so se la tenerezza per quello spazio

definito e sicuro del tuo corpo

pensieroso

dentro una luce accesa ad una finestra di distanza

possa già chiamarsi in qualche modo.

Osservazioni

Possa acquietare i tuoi avambracci

le vene rigonfie di fine giornata

la pazienza stanca

la tua anima accartocciata

con un bacio, una carezza

un soffio a fior di pelle

e prestare voce sottovoce

al tuo silenzio

quando tutte le sillabe precipitano

dalla tua bocca e si fanno comete

nel mio firmamento e mi

infinito.

Tempesta

Adesso che il cielo è grigio

e fuori imperversa la tempesta

sarebbe il tempo di chiamarci

per chiederci come siamo sopravvissuti

alla raccolta degli oggetti sul balcone

all’ululo del vento tra le veneziane

alla pioggia obliqua come gli ubriachi

all’oscillazione disperata degli alberi arsi.

Sarebbe da chiederci se ci siamo pensati nei giorni

del sole cocente

degli occhi estranei gravitanti intorno a noi

delle bocche affamate

e come sta la nostra pelle adesso

che siamo un po’ più vicini

ma mai abbastanza.

E forse sarebbe da chiederti scusa

per qualche frase affidata alle tue spalle

che non ha avuto riscontro

e forse per qualche altra che mi pesa

qui sul cuore

e che non oso pronunciare.

Silenzio

Il circolo che tracci per terra

mentre ti avvicini e poi ti allontani da me

lo scatto repentino del tuo corpo

mentre ti alzi dalla sedia

le tue dita che scrivono attente

la testa chinata

le labbra che si dischiudono nell’atto di parlare

l’incrocio delle braccia al petto.

Mi piacerebbe vedere i tuoi occhi tanto vicino

come da dentro i miei

tenerti un po’ con me.

Anche sfilarti gli occhiali di dosso

farti sentire il peso dell’indice posato sulla tua bocca

e quello di un mio bacio a farti fare silenzio

mi piacerebbe.

Sguardi

Quando ci rivediamo

non guardarmi intera, ti prego

soffermati su di me un pezzo alla volta.

Fissami negli occhi

che stanno imparando a memoria

i tuoi lineamenti

l’apertura sorridente degli angoli

della bocca e fatti vento

tra le mie paure, un girotondo di foglie.

Guardami le labbra

il mio spazio tra le parole tremanti,

timorose, una gola arsa,

un balbettamento segreto

guardala mentre cerca l’ordine

tra i pensieri e quella voce sottile

una premonizione cattiva di nuove sconfitte.

Vai più in giù dopo

stai un po’ su queste mani imperfette

che vorrebbero la tregua sul tuo volto

a contenerlo piano

e dirti che per le mie mani, le labbra e gli occhi

saresti impronta perfetta, attesa premiata

un destino inaspettato

di chi non si è accontentato

della lusinga volubile del tempo.

E poi

e poi se guardassi le mie gambe

che non raggiungono le tue altezze

potresti vederne l’impazienza

di correrti incontro

la voglia matta di stare tra le tue

di gambe a contarci le carezze

ai ginocchi e le orme di un passo

forse due

senza fretta e uno alla volta.

Contare

Mi conterò i capelli

perché ho finito i pensieri

che in fondo era uno su tutte le dita

e rispondevano al tuo nome.

Mi metterò lì in un angolo e aspetterò

e mi chiederò perchè non tiri fuori

dalla manica qualche stupore

qualche meraviglia

che mi faccia sentire preziosa

che mi dia un sapore di cosa speciale

mai vista

da tenere in tasca per non perderla.

Conterò i tuffi, nel profondo

che superano la cassa toracica e arrivano in gola

e fanno pungere l’anulare destro

che è così lontano dal cuore

da non capirne il nesso.

Conterò tutte le volte che ho pensato

di non essere mai abbastanza

per tracciare un solco nelle tue profondità

e nascondermi dentro fino a morire

e germogliare.

Nonostante quello che ho mi riempia per due volte

il vuoto ha diversi volti e troppe volte

mentre sorrido

cerco il tuo senza trovarlo

e mi ritrovo tra le labbra queste parole:

“Vorrei che fossi qui o io lì.

Cosa ci stiamo perdendo?

Perchè non abbiamo ricordi.

Perchè non abbiamo ricordi?”

Apnea

Una traccia ipnotizza i miei occhi 

sulla rotta delle tue vene viola in vista

che conduce al mare scuro dei tuoi occhi.

Com’è piacevole stavolta

lasciarmi naufragare. 

Lunario 

Ascolto queste ore divorate d’attesa

e anche oggi  il tentennare cotto delle lamiere

si piega sotto un cielo sfinito 

di sole.

Sarà questa pioggia scrosciante 

o il fatto che devo uscire pur non volendo uscire 

ma mi viene da pensare che ognuno di noi

ha una sua consolazione giornaliera 

come un lunario segreto di battiti 

che si fa sentire tra i pori della pelle 

quando si immaginano mani

che non sono le stesse mani 

se incontrano giuste mani 

e occhi che non sono più gli stessi occhi 

in mezzo a occhi nuovi 

se sono occhi buoni.

Il vento ulula alle finestre.

Parto.

Sono pronta.

Vetro

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Ogni pomeriggio la signora della casa di fronte

spazza nervosamente il cortile

come se venisse giù, nel tempo tra l’alba e le tre e ventisette

la campana di vetro di cielo sereno

e si frantumasse in pioggia.

Ma oggi tutto è rimasto sospeso

solo un sospiro aereo si è catapultato dal mio viso

giù in strada, annoiato

dalla conta delle antenne che soffocano l’orizzonte.

Intanto lo spazio in mezzo a noi si è fatto opaco dalle ditate

nel cercarti in tutti gli spazi del mio lato di città visibile

e forse tu continui a dar tormento al dito

prima di portarlo alla bocca

aperta cauta come le persiane nei giorni afosi

a far di ogni tuo riso la mia boccata d’aria

e i miei pensieri fragranti come pane al sole.

 

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