Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Sul campanello ancora il tuo nome

e nella mia mente
l’ordine di somministrazione dei veleni
Duersil
Ramipril
Monuril
Catapresan
Silodosina
una sequenza interminabile
appiccicata al muro della cucina
i promemoria e i numeri d’emergenza spariti in fretta.

Forse è giunto il momento di chiedermi cosa rimane
al termine della notte
se non le mie mani tremanti al confine di quel tuo viso,
se non i miei occhi fragili a ricordare
tracce assenti del tempo
sui tuoi tendini come corde di violino.

Oppure rimane solo
la mia lingua
muta
attorcigliata ai pensieri
un dolore che non sa parlare
un cuore scarnificato a vivo.

Flebile pelle
di un corpo ridotto a ossa e tubi
pallido sangue
occhi impastati
lungo strazio.

Eppure padre, in te
“vita” è ancora una così stoica parola.

Tu non esisti

hai un nome estensibile

e un corpo esile

la barba lunga quanto questo tempo sospeso

il tuo mondo è fatto delle mie ore d’attesa

la tua voce è nelle mie orecchie

e il tuo respiro muove la mia cassa toracica.

Eppure non esisti ma esisti in me.

Ma io stessa forse non esisto.

Senza far rumore

sposto la sedia, metto a posto il tavolo

non un tintinnio, nessuno strofinio

eppure ci sono ma potrei non esserci.

E allo stesso modo ti amo

in silenzio

nessun rumore

niente tradisce il tumulto che ho nel cuore

quel desiderio soffocante di sfiorare la tua schiena

il tuo ginocchio

i tuoi capelli che indicano i punti cardinali

il mio Nord

l’ago della bussola che impazzisce.

Eppure in silenzio ho elevato una preghiera

ho promesso un fioretto

e stanotte sembrava tutto vero.

Tu, io, tre cani e il silenzio.

Sud

Non si riesce a dormire

le serrande lasciano entrare segmenti luminosi di lampioni,

tra i vicoli dove le case vicine quasi si baciano

in un’invasione di vicinato

di lenzuola gocciolanti a raffreddare la notte

di voci sovrapposte di televisioni

di allarmi

di gente che parla e intanto

sono le tre del mattino

e tutto è lecito:

il dormire alla rovescia

lo scalpiccio dei pensieri

un’inquietudine oscena.

Una conta

Una volta si incontrano le labbra

per pronunciare il tuo nome

tre se includi il cognome

eppure non l’avevo mai sentito prima

ma adesso che non è più sconosciuto

né il tocco né il suono

la mia bocca è piena di baci.

Ti sento ovunque.

Comete

Ho attaccato stelle luminose

polimeri di luce gialla sulla mia testa

un’illusione di cielo.

Ogni notte è una via Lattea il soffitto

comete che rovinano sul copriletto

il mio dito alzato impegnato nella conta

e ad esprimere l’unico desiderio

le labbra si toccano

in un bacio che pronuncia l’inizio del tuo nome

E ha piovuto tanto

che potremmo coltivare il riso
nei campi allagati di Pordenone
e non meravigliarci
se il guado di Cordenons è sempre chiuso
o se le montagne di Maniago fanno al solito
da fermata alle nuvole di tutto il nord est.

Potremmo andare a visitare il luccichio dei prati bagnati
a sentir gorgogliare l’acqua a mulinello nelle rogge
o a vedere insieme quattro occhi di cerbiatto infreddoliti
tra le sterpaglie dei Magredi.

Potremmo raccontarci storie di vicinato
o di quegli uomini dalla pelle bruciata
dal sole che tu hai incontrato.
E potremmo sorriderci
sul pianerottolo
sulla soglia
sul balcone di casa.

E provare a guardarci.

Ma ha piovuto così tanto
che in questo lungo tempo
ho avvertito la tua assenza
e mi è rimasto tra le mani qualcosa di tuo da ritornarti.
E chissà se
sul balcone
sulla soglia
sul pianerottolo
incastrato tra le fibre del legno
mi hai lasciato anche un sospiro
un rammarico
un tuo pezzo di cuore
da custodire.

Nella scia del ricordo

i tuoi occhi rimangono in me

a scarnificarmi il cuore.

Gli anziani lo sanno che ad aver paura della morte

si rischia la vita

si intavola una guerra sterile, una partita a carte truccate.

Bisogna fare come mia nonna

farsela amica, domarla

una pastiglia al giorno

due fiale di rosari e preghiere in gocce.

E tu, papà mio, hai un’anima di un santo stanco

gli occhi di sabbia e voce che non è più voce

ma refolo.

Chissà dov’è quel campo in cui si è persa la tua memoria

di me bambina

quando mi chiamavi col mio nome.

Adesso dolorosamente dimenticato.

 

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