Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “gennaio, 2012”

nero omogeneo & bianco discontinuo

Ci sono giorni in cui i pensieri non mi mollano. Sono un fluire incessante di pensieri. Non ce n’è uno in particolare. E’ come un fiume che, durante la sua corsa, ascolta le storie dei ciottoli, dei pezzi di legno che incontra, delle sponde. Ognuno ha la sua storia, che racconta in un attimo appena, in un tumulto nello scorrere impetuoso verso valle. Il ciottolo parla, si racconta, chiede alle acque di fermarsi, di bagnarlo un po’. E così i miei pensieri mi chiedono di fermarmi, di scambiare quattro chiacchiere con me. Oh sì, quanto io e i miei pensieri parliamo e quanto litighiamo. Alcune volte non si rendono conto quanto pretendano da me, troppo… troppo tempo, troppe ore, intere giornate. E così ogni tanto decido di chiuderli in un angolo nascosto della mente e del cuore. In effetti, mi sono sempre chiesta da dove provengano i pensieri… Si dice che il cuore sia volubile, che i pensieri non siano altro che processi mentali di logica e memoria, una rielaborazione di fatti successi che li hanno plasmati, una razionale creazione, che alcuni definiscono coscienza, altri ancora follia. I miei pensieri sono irrazionali, tumultuosi, rumorosi. Che siano frutto del cuore?  I pensieri mi parlano di ricordi lontani, di sensazioni, di sentimenti e tutto ciò, mi chiedo, col raziocinio cosa ha a che fare?

Mi sfiorano la mente in momenti impensabili della giornata, ma è in auto che prendono il sopravvento ed è lì che trovano il terreno migliore per crescere. Ricordo che spesso pensavo seduta sul sedile posteriore,  mentre papà guidava e tu gli stavi accanto assorta, con la mente che volava via. Dicevi che era l’auto a suscitarti quella malinconia, una specie di allergia, non ai sedili, all’aria, ma a tutto ciò che scorreva attraverso i finestrini, ai paesaggi veloci, alle nuvole, agli insetti che trovavano la loro fine sul nostro parabrezza, ai nidi degli uccelli in bilico sugli alberi, alle siepi che creavano muri verdi al nostro passaggio, al bianco-nero delle strisce sull’asfalto. Avevi gli occhi lucidi e di tanto in tanto ti passavi la mano sulla guancia ad asciugare una lacrima caduta incontrollata. Dopo qualche minuto, ti giravi verso di me e, con estrema dolcezza, come se quella lacrima avesse portato via il tuo ultimo brutto pensiero, mi chiedevi come stavo. Lo facevi sempre ad ogni viaggio, ad ogni mano che passava sulla guancia, ad ogni lacrima, ad ogni pensiero che volava via. E così i miei pensieri e i tuoi pensieri affollavano l’auto, si incastravano vicino ai finestrini,al tettuccio, dentro le bocchette dell’aria condizionata, dentro le casse dell’autoradio che cantava. La nostra auto era piena di note che rimbalzavano nei pensieri e di pensieri che echeggiavano attraverso le note.

Pensieri parlati, urlati, cantati e pensieri pensati, scrigni di ricordi…

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Lungo viaggio

Sono un tipo combattivo, ho sempre lottato per un ideale, per persone, parenti, amici, amori, giustizia. Ma questa volta non ho battaglie né guerre da combattere, forse sarebbe stato più semplice, e avrei avuto armi da usare sapientemente, parole sciolte, strategie perfette e invece no…

                                         invece no

                                                        nessuna battaglia,

                                                                              nessun nemico,

                                                                                                 solo il VUOTO.

Si può combattere il vuoto? I vuoti si riempiono non si combattono.

E così, faccio come posso, ma non come vorrei. Mi piacerebbe essere impegnata su diversi fronti, sentirmi utile a qualcuno, cercata, amata, mi piacerebbe non aver tempo per pensare… E invece sono qui a riempire SCATOLONI DI VUOTO, che poi chiuderò come una valigia stracolma di vestiti, come per un lungo viaggio o forse come un trasloco.

La meta?  Un lungo pensiero verso il baratro, sola, come se qualcuno mi avesse intrappolata in un cubo trasparente e gettata a picco in acque profonde e io lo guardo attraverso l’acqua, mentre il suo viso tremolante si allontana e diventa sempre tutto più buio e silenzioso. Nessuna mano che mi salva, tutto ovattato e io dimenticata.

L’acqua, dal canto suo, è abile nel suo mestiere e quando vede un interstizio, non sa resistere e penetra all’interno. Così il cubo ne viene invaso fessura dopo fessura, goccia dopo goccia,  e più io precipito verso il fondo e più l’acqua sale, riempie, bagna, raffredda il mio corpo ormai inerme e rassegnato……

e………… il ………..SILENZIO……….. SOFFOCANTE…………  mi affoga……..

Silenzio………………………………………………………………………………………

Noooooooooooooo!!!

Annaspo, tocco convulsamente le pareti fredde che mi avvolgono, acqua, respiro, acqua che ancora non ha riempito tutto il VUOTO, acqua intorno, respiro, mi agito, ancora un po’, solo qualche altro respiro, acqua dentro il cubo, quasi pieno, respiro, tocco annaspo respiro acqua respiro lacrime acqua,  lacrime acqua,  lacrime acqua,  lacrime acqua,  lacrimeacqualacrimeacqualacrimelacrimeacqualacrime…

RISVEGLIO!

RESPIRO!

A false memory would be everything.

‎…Aveva poche parole da dire, come se la condivisione del sé potesse far crollare le sue certezze, i suoi schemi diligentemente programmati, i suoi muri pazientemente costruiti, le sue maschere abilmente dipinte, la sua intimità segretamente custodita… I suoi rumorosi silenzi e le sue parole accennate avevano creato un solco, divenuto baratro nel tempo, che gli consentiva di respirare, di vivere senza troppe spiegazioni… egli sapeva benissimo che se dal baratro avesse iniziato a parlare, sarebbe stato impossibile fermare l’eco dei suoi pensieri…

Mi sarebbe bastato poco, qualche accenno alle sue riflessioni, ai suoi ricordi, ma il suo spazio e il mio spazio non si fondevano mai, nemmeno nel mondo onirico in cui spesso mi rintanavo, per non ricordare a me stessa la distanza fisica, a cui siamo sempre stati destinati…

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