Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “febbraio, 2012”

C’era una volta…

In paese eravamo pochi bambini che frequentavano le scuole elementari. C’era una sola sezione.  La mattina venivamo accolti da un intenso profumo di caglio, che la piccola latteria vicina trasformava in formaggio. Di fronte alla scuola abitava il meccanico del paese e un poco più in là c’era una piccola bottega. Tutto era rassicurante e non immaginavamo ancora quanto quelle immagini e quegli odori di familiarità  ci sarebbero mancati in futuro.

Ci bastava poco per sentirci importanti: due rampe di scale che portavano al piano superiore, quello delle classi quarta e quinta, il piano dei “grandi”. I soffitti erano molto alti e tutto l’edificio risentiva del candido gusto delle architetture dei primi del ‘900. Grazie agli alti interpiani, tra il piano terra e il primo piano, era stata ricavata un’unica stanzetta, che serviva per le esercitazioni musicali, oltre che per i nostri “sposalizi” infantili, tra le note di “tra rose e fioooorrr, vanno all’altaaarrr…”. In fondo sempre musica era :-).

C’era un immenso cortile, dove si giocava nel tempo di ricreazioni che non finivano mai e dove cadevano braccialetti e orecchini di Prima Comunione, che magicamente non si ritrovavano più. I sassi dipingevano un bianco strato, che risuonava sotto le suole giocose e saltellanti, mentre nel cortile posteriore il prato era consumato dai tiri al pallone dei maschi. Noi femmine schive ci rifugiavamo sotto il grande albero, a ridosso della rete di recinzione che ci divideva dall’asilo.

Sarà che mi lego troppo alle cose… sarà che in quelle quattro mura che hanno buttato giù, ho vissuto tante belle emozioni: la sbucciatura al ginocchio per salire sul salice piangente e la maestra che cercava di arginare la ferita e fermare il sangue che scendeva a fiotti, il dolore e il bruciore allo sterno per la caduta sopra i birilli e il respiro affannoso, che faticava a tornare normale, la ginnastica, i canti e le filastrocche, il sentirsi un po’ più grandi rispetto a quelli “dietro la rete”, il primo e casuale goal osannata dai bambini più grandi, l’ “ottimo” festeggiato come se avessi fatto tredici, Zorro che continuava a chiedere imperterrito la mia mano a mia madre, i punti che giravano da un orecchio all’altro sulla testa, aperta in due, di quel compagno di classe, che correva in bicicletta e che si era incastrato tra un palo della luce e un muretto, la felicità per il risveglio dal suo lungo sonno.

… Adesso al posto di quella struttura bianca e traballante che aveva sopravvissuto alla guerra, ai terremoti, alle cartelle non firmate e agli assalti di bimbi ancora ingenui, ci sarà una tozza struttura, sicura, colorata e a norma, ma svuotata dai ricordi di intere generazioni…

Leggerezza e distrazione

Sono seduta su uno dei banchi della chiesa, attorniata da una marea di bimbi, accompagnati dai genitori per assistere alla liturgia. Il prete inizia la funzione e attorno a me ci sono  mormorii, movimenti, rumori. Lì per lì spero che la cosa finisca dopo il periodo di assestamento, più o meno lungo, che hanno i bambini. Accanto a me c’è mia figlia. La messa procede, il prete incalza con salmi, canzoni, predica e ancora attorno continua il movimento. Mi giro e vedo un compagno di classe di mia figlia, che traffica con qualcosa che tiene in mano, che però non riesco a identificare, e la madre che, per farlo tacere, ogni tanto lo strattona delicatamente, prendendolo dal cappuccio del giubbino. Mi rigiro sorridendo e cerco di isolarmi per ascoltare il sacerdote. A quel punto egli invita la folla a mettersi in fila per ricevere le Ceneri e così, prendo mia figlia per mano e mi metto in fila, anzi no, tento di mettermi in fila. In una specie di corsa (?) verso l’altare, alcune vecchiette ostacolano il passaggio e l’inserimento nel cordone umano. Sopratutto la signora con il maglione bianco è particolarmente agguerrita. Con aria vaga, assesta delle gomitate all’indirizzo di coloro che malauguratamente cercano di passarle davanti e con fare deciso si piazza a pochi centimetri dalla persona che la precede per non farsi rubare il posto. Il trattamento capita anche a me, che rimango bloccata fuori fila da ben due di loro. Quando finalmente riesco a guadagnarmi la posizione, mi scappa un piccolo sorriso dalle labbra, che cerco di simulare con un finto sbadiglio. Procedendo, mi gusto la stessa scena con altri malcapitati e mi dico <<alla faccia dello spirito comunitario, dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso”, della solidarietà tra Cristiani, tra parrocchiani, alla faccia del buon esempio e di tutto ciò che ne consegue>>.  Mi mordo la lingua, per non aver il diritto di giudicare, prendo le mie sospirate Ceneri e vado a risedermi. Dopo un breve canto e qualche altro passaggio arriviamo alla Comunione. Gente che ride, che parla, che si gira, mentre va a prendere il Corpo di Cristo, persone che sbuffano, altri che guardano in continuazione l’orologio. Penso che, se gli atteggiamenti di prima mi avevano strappato un sorriso, quelli di adesso non mi piacciono proprio. Eppur non son bigotta.  Per me è una questione di rispetto verso luoghi e atti, che noi Cristiani, riteniamo sacri. Invece qui c’è troppa leggerezza, sembra di essere al mercato per accaparrarsi l’articolo in saldo, quello del colore o del  modello più alla moda, oppure sembra di essere dal dottore, in fila per una ricetta, o ancora al lavoro, quando non si aspetta altro che passino le doverose 8 ore per scappare a casa. Manca la riflessione, l’ascolto quello vero, quello fatto attraverso il cuore e non attraverso le orecchie, manca la serietà, il coinvolgimento, il silenzio riverenziale.

Quando ero piccola entrare in chiesa aveva mille significati.  Seppur sentivo che mi apparteneva un po’ questa casa misteriosa, non la ritenevo del tutto mia e allora il mio atteggiamento si modificava. Entravo in punta di piedi e in assoluto silenzio, quasi per non disturbare. Ricordo che anche soffiarsi il naso diventava una cosa riprovevole, in effetti era una grande esagerazione, come riprovevoli erano quelli che osavano graffiare i banchi con le chiavi o le 500 lire, per scrivere i nomi dell’amata o della squadra di calcio preferita…. “oh povere le loro anime perse” avrebbe osato dire la perpetua.

Mi piaceva sedermi e sfogliare il libretto delle canzoni prima dell’inizio della messa, fino a quando non fui abbastanza grande da unirmi al coro parrocchiale. Avevo l’impressione che le persone prendessero la messa più seriamente. Si alzavano e cantavano in coro, sapevano tutte le parole, anche quelle che il prete bisbigliava, come se fossero formule magiche e la cosa mi affascinava parecchio, perchè pensavo che solo i grandi potessero capirle e ripeterle, come in un rituale iniziatico. Invece un grande sacerdote, uno di quelli con la s maiuscola, che conobbi molto tempo dopo e che adesso non c’è più, svelò ogni mistero. Lui era solito, durante la messa, spiegare i gesti, le frasi, i tempi e tutto diventava più chiaro e più ricco di colore, calore, senso e sentimento. La messa era diventata per me un appuntamento fisso con Dio, che non vedevo più così lontano. La sensazione, che ricordo sempre, era quella gioia immensa e quella pienezza che sentivo appena finiva la liturgia. Alcune volte questa durava ore, ma nessuno guardava l’orologio, nessuno sbuffava, nessuno rideva, nessuno osava andare all’altare alzando gli occhi dalla punta delle proprie scarpe. Quello che ne usciva era Luce, che passava da un fedele all’altro, Entusiasmo, che ti faceva cantare fino a casa i ritornelli appena ascoltati, Gioia di sentirsi parte di un tutto, Fraternità che si percepiva nell’aria e che ti pervadeva per tutta la settimana.

Ritengo che, come un bravo insegnante possa farti amare una materia difficile, così un prete può avere quel dono di ospitarti nella casa del Padre e farti avvicinare a Lui, in maniera semplice e felice. Sì felice!!! Forse quello che mancava oggi nella nostra chiesa, durante la nostra messa era proprio la felicità, non l’ilarità che ti fa ridere stoltamente, ma la gioia e l’entusiasmo, che ti trattiene là, senza il bisogno di guardare i minuti che passano. La luce, che tutto fa gioire, l’abbiamo egoisticamente chiusa e trattenuta in noi e per noi, credendo che ci avrebbe illuminato di più e, non avendola passata a coloro che ci stavano vicini, abbiamo perso l’occasione di risplendere attraverso i loro occhi.

I’ll pick a star from the sky…

Pelle chiara, eterea e pelle rosa, troppo rosa. Li avevate impressi nella  carnagione i segni della vostra  sofferenza. Gli occhi chiusi, i corpi stanchi, ranicchiati, pesanti eppur così leggeri, troppo leggeri per resistere. Quella vita l’avevate desiderata, ma vi è scivolata via dalle mani, troppo deboli, troppo piccole e inesperte per graffiare e strappare con forza il diritto alla vostra esistenza.

Una notte, due nomi, due orari: 0.05 e 0.20.  Tutto il resto è velato di grigio, di gente che sussurra, di destini che si incrociano, di porte che si chiudono, di frasi rotte dal pianto, di braccia che vorrebbero accogliere e stringere, di seni mortificati, di mani che accarezzano corpi appiccicosi, di fragilità,…

piuma

Segue il SILENZIO, che non tace mai, che ride, che si prende gioco di me. Un grido: il mio, lungo un anno e queste  parole, mai tanto piene di significato come adesso:

“Prenderò una stella dal cielo,
Estrarrò il Vostro nome da un cappello
Ve lo prometto, Ve lo prometto,
Vi prometto che sarete benedette

Difficile scrivere stasera…

I conti di oggi, i propositi di domani

Continuo a chiedermi come si fa a diventare una persona migliore. A fine giornata tiro le somme e mi accorgo che c’è qualcosa che manca, che non torna all’appello, come se il conto fosse sempre in caduta libera, come un perenne rosso in bilancio. Così inizio a fare i buoni propositi per l’indomani, mi propongo di limare, aggiustare e scolpire parti della mia personalità, del mio carattere, dei miei pensieri e dei miei gesti, in maniera tale da riuscire finalmente ad addormentarmi soddisfatta la sera.

Mi riprometto di ascoltare, parlare, amare, cambiare vita o semplicemente migliorare quella che mi sono creata, facendo finta che vada tutto bene e che sia giusto che vada così. La cosa più difficile da fare è quando rientro a casa dopo un’intensa giornata di lavoro. E’ tutto lì che mi aspetta: letti da fare, vestiti da riporre, biancheria da lavare, stendere e stirare, famigliari da accudire, abbracci da dare, educazione da impartire, racconti da inventare, stanchezza da vincere, pazienza da allenare, orgoglio da sotterrare, ferite da leccare, inadeguatezza da ignorare, sentimenti da dimenticare!

Tutto si mescola, si aggroviglia e il tempo scorre così velocemente, privadomi di soffermarmi sui singoli proponimenti della sera prima, che è già sera adesso… La casa tace e si spengono le luci. Da lontano sento un respiro caldo, che si muove al ritmo dei sogni di un bambino e mi viene in mente che vorrei fare di più, esserci di più, essere meglio di come sono.

Mi ridico……….Domani………..Domani sarà meglio, sarò meglio!

Walking with happiness

E’ più forte di me. Mi ripropongo di non aprire quelle pagine che mi portano a te, ma ogni volta ci casco. La mia mente si oppone, ma la mia mano rivendica una certa autonomia, un certo potere decisionale. E’ così in un click mi trovo immersa nella tua vita, che procede foto dopo foto, con le date memorizzate che vanno avanti e indietro nel calendario, in modo sparso, libero, libero come te, come forse io ti immagino.

Emozionata e impaurita ogni volta sfoglio quell’album virtuale, con il tuo passato che scivola tra i miei occhi assetati e ad ogni foto immagino una storia, dei profumi, delle parole dette o delle sensazioni provate e vorrei saperne di più. No, non chiamarla curiosità… chiamalo rimpianto.

Paesaggi incantevoli, scorci, angolature, colori. Sono travolta da un turbinio di sentimenti che non riesco a contenere e così sorrido, alcune foto sono davvero buffe, oppure cerco di mandare giù un nodo alla gola e le lacrime, perchè altre colpiscono il cuore, in un modo inaspettato e meraviglioso.  Mi innamoro, mi innamoro in continuazione di un particolare, di una sfumatura, del tuo segreto romanticismo.

La tua anima, davanti l’obiettivo, finalmente non ha paura di mostrarsi, non è più così sfuggente. Potrebbe raccontarmi della neve bianca che si abbraccia, dei tramonti, delle onde del mare, del vento che ti scompiglia i capelli, del fango sulle scarpe, delle passeggiate tra i fiori, delle corde intrecciate, delle barche colorate, descrivermi i dialoghi con la nebbia, il riposo delle pecore e le distese di sassi, dare un nome ai volti e animarli di parole, esperienze, risate, suoni.

La aspetto mentre rimango a guardare quelle immagini all’infinito… tu e il tuo sorriso luminoso, tu e la tua semplicità, la solitudine, i tuoi capelli sugli occhi, tu e i tuoi titoli stravaganti…gli amici di sempre…tu che fissi l’obiettivo e io che sto fissando te…

Omaggio…

Mi sono sempre ritenuta una tuttofare. In realtà la parola giusta sarebbe tuttologa, ma la sua definizione non mi è mai piaciuta, ricordandomi una persona presuntuosa, che parla dall’alto della sua sapienza artefatta, costruita e falsa, anziché realmente fondata. Dunque la parola che mi si addice di più è TUTTOFARE, in maniera semplice e senza troppe pretese, che presuppone perciò non solo il fare intellettuale, ma anche il fare fisico. La parola “tuttofare” viene spesso attribuita a una persona non destinata a un lavoro specifico oppure a una persona che è in grado di svolgere qualsiasi servizio non specifico e a cui non viene richiesta una particolare “specializzazione”. Specializzazione…. altra parola che forse ai giorni d’oggi si usa con troppa facilità!

Vediamo… Molte persone che conosco si sono specializzate in un ramo o in un campo del sapere, facendo della loro professione un punto di forza: conosco medici, ho amici architetti, designer, letterati, esperti in lingue estere, falegnameria, calcoli strutturali, aeronautica, impianti elettrici, conosco specialisti nell’avvitare lampadine, nell’accudire i propri figli, nel piantare un chiodo…

Un chiodo…. ecco, per esempio, se vi facessi parlare con mio zio, lui definirebbe quella del chiodo un’arte sopraffina. Egli è convinto che ogni supporto è nato per accogliere il suo chiodo e viceversa. Ricordo che, ogni volta, studiava alla perfezione il muro di mattoni, legno o cartongesso che fosse e in seguito il chiodo. Rimaneva così in contemplazione per qualche minuto, accarezzando la parete e subito dopo guardando in controluce il chiodo, la sua lunghezza, lo spessore, con un occhio chiuso, muro-chiodo-muro-chiodo-muro-chiodo. Poi si decideva e, abbandonata la sua posizione meditativa, iniziava la ricerca dello strumento adatto per impiantarlo alla parete. Mio zio preferiva lavorare su pareti in cui non serviva usare il trapano, il tassello e le viti, “perchè mortifica la fatica umana” diceva in tono solenne  e poi con rapidi colpi lo faceva diventare parte del legno, del mattone, della parete, della casa, …. del suo mondo!

Questa è per me la specializzazione, quella vera, quella non a tutti i costi ufficializzata da un pezzo di carta, questo amore, questa conoscenza, questo familiarizzare e sentire propria una cosa, un gesto, un mestiere, un’arte, così da non aver dubbi sul da farsi e averne una dedizione tale da renderti soddisfatto, anche se è legata al  gesto più insignificante e banale di questo mondo.  Vorrei anche io il mio chiodo e il mio supporto, la mia superficie da contemplare, il gesto ricorrente, la sicurezza di far bene, la decisione, la dedizione, la soddisfazione, insomma una “specializzazione” così, ricca di passione e non solo di numeri e parole stampate su una fredda pergamena.

Nella casa della felicità…

Nella casa della felicità i gradini si scendevano a 5 a 5 con un gran balzo e chi se ne fregava se spesso non si atterrava in piedi.

Nella casa della felicità c’era un solco che circondava tutto il giardino. Era la strada dell’esperienza percorsa a cavallo di una bici.

Nella casa della felicità c’era una camera inondata di sole e un papà affaccendato che profumava di legno.

Nella casa della felicità c’era un’altalena che volava alta e amici premurosi pronti a fermarla quando iniziavano le vertigini.

Nella casa della felicità c’era un muro che risuonava sotto i colpi del pallone e le povere galline impaurite dal rumore.

Nella casa della felicità si andava a letto presto e lottando contro il sonno si ricordava ciò che aveva fatto tremare il cuore.

Nella casa della felicità a quel tempo l’amore parlava e la speranza ascoltava.

 

…. Nella casa della felicità adesso i gradini hanno cambiato aspetto e il solco nel giardino è stato coperto.

Nella camera hanno messo pesanti tende e buttato gli attrezzi per il legno.

Nella casa della felicità non si allevan più galline e il pallone non rimbalza più nel cortile.

Il sonno è tormento perchè la notte fa spavento.

La speranza non ode più l’amore che è stato fatto tacere.

 

 

9 Agosto

 

Piove, piove anche questa sera. Sembra una di quelle serate di aprile  quando, dopo una tiepida giornata, la pioggia rinfresca i campi coltivati in attesa del calore primaverile. La terra profuma di umido e pulito. Solo la pagina del calendario registra il 9 Agosto. Fuori continua a piovere. Subito la mente corre alle gocce di acqua che si infrangono sul marmo bianco. Una dopo l’altra disegnano cerchi, uno, due, cento, mille, sempre più vicini, sopra quella piccola superficie. Sembrano voler forare e penetrare all’interno di quella pietra, scavare sempre più in profondità, spostare la terra, i sassi, i lombrichi fino ad arrivare al tenero legno che vi contiene. E lì vi trovano. Piccoli immobili corpi, eterei, che con gli occhi chiusi cercano di difendersi dalla gelida morte e che rannicchiati non possono nemmeno stringersi insieme. Separate, anche l’abbraccio reciproco vi è stato negato in questa vita e la possibilità di tenervi per mano a farvi coraggio laggiù nel buio. Questa pioggia vi bagna ed io non vi ho portato niente per ripararvi, niente per difendervi. I vostri corpi si confondono con l’umidità stessa, con quella goccia che così prepotentemente è voluta venire a tenervi compagnia.

Continuo a ripetermi che non siete lì.

Come fareste a sopportare tali ristrettezze?

Come potrebbero avere le vostre gambe e le vostre braccia lo spazio sufficiente per correre e giocare?

E la vostra gola spargere risate tutt’intorno?

La terra è stata versata sopra di voi ed è caduta con tonfi sordi e pesanti. E ad ogni tonfo un pezzo del mio cuore si spezzava e vi raggiungeva nel buio…

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