Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Leggerezza e distrazione

Sono seduta su uno dei banchi della chiesa, attorniata da una marea di bimbi, accompagnati dai genitori per assistere alla liturgia. Il prete inizia la funzione e attorno a me ci sono  mormorii, movimenti, rumori. Lì per lì spero che la cosa finisca dopo il periodo di assestamento, più o meno lungo, che hanno i bambini. Accanto a me c’è mia figlia. La messa procede, il prete incalza con salmi, canzoni, predica e ancora attorno continua il movimento. Mi giro e vedo un compagno di classe di mia figlia, che traffica con qualcosa che tiene in mano, che però non riesco a identificare, e la madre che, per farlo tacere, ogni tanto lo strattona delicatamente, prendendolo dal cappuccio del giubbino. Mi rigiro sorridendo e cerco di isolarmi per ascoltare il sacerdote. A quel punto egli invita la folla a mettersi in fila per ricevere le Ceneri e così, prendo mia figlia per mano e mi metto in fila, anzi no, tento di mettermi in fila. In una specie di corsa (?) verso l’altare, alcune vecchiette ostacolano il passaggio e l’inserimento nel cordone umano. Sopratutto la signora con il maglione bianco è particolarmente agguerrita. Con aria vaga, assesta delle gomitate all’indirizzo di coloro che malauguratamente cercano di passarle davanti e con fare deciso si piazza a pochi centimetri dalla persona che la precede per non farsi rubare il posto. Il trattamento capita anche a me, che rimango bloccata fuori fila da ben due di loro. Quando finalmente riesco a guadagnarmi la posizione, mi scappa un piccolo sorriso dalle labbra, che cerco di simulare con un finto sbadiglio. Procedendo, mi gusto la stessa scena con altri malcapitati e mi dico <<alla faccia dello spirito comunitario, dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso”, della solidarietà tra Cristiani, tra parrocchiani, alla faccia del buon esempio e di tutto ciò che ne consegue>>.  Mi mordo la lingua, per non aver il diritto di giudicare, prendo le mie sospirate Ceneri e vado a risedermi. Dopo un breve canto e qualche altro passaggio arriviamo alla Comunione. Gente che ride, che parla, che si gira, mentre va a prendere il Corpo di Cristo, persone che sbuffano, altri che guardano in continuazione l’orologio. Penso che, se gli atteggiamenti di prima mi avevano strappato un sorriso, quelli di adesso non mi piacciono proprio. Eppur non son bigotta.  Per me è una questione di rispetto verso luoghi e atti, che noi Cristiani, riteniamo sacri. Invece qui c’è troppa leggerezza, sembra di essere al mercato per accaparrarsi l’articolo in saldo, quello del colore o del  modello più alla moda, oppure sembra di essere dal dottore, in fila per una ricetta, o ancora al lavoro, quando non si aspetta altro che passino le doverose 8 ore per scappare a casa. Manca la riflessione, l’ascolto quello vero, quello fatto attraverso il cuore e non attraverso le orecchie, manca la serietà, il coinvolgimento, il silenzio riverenziale.

Quando ero piccola entrare in chiesa aveva mille significati.  Seppur sentivo che mi apparteneva un po’ questa casa misteriosa, non la ritenevo del tutto mia e allora il mio atteggiamento si modificava. Entravo in punta di piedi e in assoluto silenzio, quasi per non disturbare. Ricordo che anche soffiarsi il naso diventava una cosa riprovevole, in effetti era una grande esagerazione, come riprovevoli erano quelli che osavano graffiare i banchi con le chiavi o le 500 lire, per scrivere i nomi dell’amata o della squadra di calcio preferita…. “oh povere le loro anime perse” avrebbe osato dire la perpetua.

Mi piaceva sedermi e sfogliare il libretto delle canzoni prima dell’inizio della messa, fino a quando non fui abbastanza grande da unirmi al coro parrocchiale. Avevo l’impressione che le persone prendessero la messa più seriamente. Si alzavano e cantavano in coro, sapevano tutte le parole, anche quelle che il prete bisbigliava, come se fossero formule magiche e la cosa mi affascinava parecchio, perchè pensavo che solo i grandi potessero capirle e ripeterle, come in un rituale iniziatico. Invece un grande sacerdote, uno di quelli con la s maiuscola, che conobbi molto tempo dopo e che adesso non c’è più, svelò ogni mistero. Lui era solito, durante la messa, spiegare i gesti, le frasi, i tempi e tutto diventava più chiaro e più ricco di colore, calore, senso e sentimento. La messa era diventata per me un appuntamento fisso con Dio, che non vedevo più così lontano. La sensazione, che ricordo sempre, era quella gioia immensa e quella pienezza che sentivo appena finiva la liturgia. Alcune volte questa durava ore, ma nessuno guardava l’orologio, nessuno sbuffava, nessuno rideva, nessuno osava andare all’altare alzando gli occhi dalla punta delle proprie scarpe. Quello che ne usciva era Luce, che passava da un fedele all’altro, Entusiasmo, che ti faceva cantare fino a casa i ritornelli appena ascoltati, Gioia di sentirsi parte di un tutto, Fraternità che si percepiva nell’aria e che ti pervadeva per tutta la settimana.

Ritengo che, come un bravo insegnante possa farti amare una materia difficile, così un prete può avere quel dono di ospitarti nella casa del Padre e farti avvicinare a Lui, in maniera semplice e felice. Sì felice!!! Forse quello che mancava oggi nella nostra chiesa, durante la nostra messa era proprio la felicità, non l’ilarità che ti fa ridere stoltamente, ma la gioia e l’entusiasmo, che ti trattiene là, senza il bisogno di guardare i minuti che passano. La luce, che tutto fa gioire, l’abbiamo egoisticamente chiusa e trattenuta in noi e per noi, credendo che ci avrebbe illuminato di più e, non avendola passata a coloro che ci stavano vicini, abbiamo perso l’occasione di risplendere attraverso i loro occhi.

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