Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

C’era una volta…

In paese eravamo pochi bambini che frequentavano le scuole elementari. C’era una sola sezione.  La mattina venivamo accolti da un intenso profumo di caglio, che la piccola latteria vicina trasformava in formaggio. Di fronte alla scuola abitava il meccanico del paese e un poco più in là c’era una piccola bottega. Tutto era rassicurante e non immaginavamo ancora quanto quelle immagini e quegli odori di familiarità  ci sarebbero mancati in futuro.

Ci bastava poco per sentirci importanti: due rampe di scale che portavano al piano superiore, quello delle classi quarta e quinta, il piano dei “grandi”. I soffitti erano molto alti e tutto l’edificio risentiva del candido gusto delle architetture dei primi del ‘900. Grazie agli alti interpiani, tra il piano terra e il primo piano, era stata ricavata un’unica stanzetta, che serviva per le esercitazioni musicali, oltre che per i nostri “sposalizi” infantili, tra le note di “tra rose e fioooorrr, vanno all’altaaarrr…”. In fondo sempre musica era :-).

C’era un immenso cortile, dove si giocava nel tempo di ricreazioni che non finivano mai e dove cadevano braccialetti e orecchini di Prima Comunione, che magicamente non si ritrovavano più. I sassi dipingevano un bianco strato, che risuonava sotto le suole giocose e saltellanti, mentre nel cortile posteriore il prato era consumato dai tiri al pallone dei maschi. Noi femmine schive ci rifugiavamo sotto il grande albero, a ridosso della rete di recinzione che ci divideva dall’asilo.

Sarà che mi lego troppo alle cose… sarà che in quelle quattro mura che hanno buttato giù, ho vissuto tante belle emozioni: la sbucciatura al ginocchio per salire sul salice piangente e la maestra che cercava di arginare la ferita e fermare il sangue che scendeva a fiotti, il dolore e il bruciore allo sterno per la caduta sopra i birilli e il respiro affannoso, che faticava a tornare normale, la ginnastica, i canti e le filastrocche, il sentirsi un po’ più grandi rispetto a quelli “dietro la rete”, il primo e casuale goal osannata dai bambini più grandi, l’ “ottimo” festeggiato come se avessi fatto tredici, Zorro che continuava a chiedere imperterrito la mia mano a mia madre, i punti che giravano da un orecchio all’altro sulla testa, aperta in due, di quel compagno di classe, che correva in bicicletta e che si era incastrato tra un palo della luce e un muretto, la felicità per il risveglio dal suo lungo sonno.

… Adesso al posto di quella struttura bianca e traballante che aveva sopravvissuto alla guerra, ai terremoti, alle cartelle non firmate e agli assalti di bimbi ancora ingenui, ci sarà una tozza struttura, sicura, colorata e a norma, ma svuotata dai ricordi di intere generazioni…

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