Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

Intrecci circensi

Ho provato.

LA VOLTA STELLATA E’ DI TELA, VOLTEGGIANO ANGELI IN TUTA

Non si può dire che non abbia tentato con tutte le forze.

ARRANCANO UOMINI BUFFI PER OCCHI STUPITI DI BIMBO

Ho messo via timidezze e dignità.

RISATE CHE SUONANO A FESTA.

Ho intessuto ogni notte i fili dei nostri futuri dialoghi,

LA MUSICA E’ FORTE E VIVACE CAVALLI DANZANO IN CERCHIO

intrisi dei ricordi più cari, più intimi e sinceri.

LEGGIADRA LA DONNA LI GUIDA LI DOMA NEL TROTTO VITALE

Ho immaginato forti legami, ho fantasticato su possibili situazioni,

FRA SCHIOCCHI DI FRUSTA ELEGANTE.

su armonie scherzose così naturali,

UN FILO SI TENDE NEL CIELO

ho percorso le tue strade, ho ascoltato le tue melodie, a occhi chiusi,

TRALICCI DI STELLE POSTICCE SI STAGLIA NEL TREPIDO SGUARDO

sostenuta dal sedile del treno in corsa, col finestrino che rubava la mia immagine.

L’ACROBATA IN PASSI FELPATI CHE RUBANO TUTTI I RESPIRI.

Ho cercato appigli, teso mani che non hanno incontrato mani, scivolate vie superbe.

LEONI CHE SFILANO FIERI

Come quelle di due trapezisti, le nostre dita si sono sfiorate, senza aggrapparsi.

LE GABBIE IGNORANDO NEI BALZI FRA GRIDA DI FINTO TERRORE

Hai preferito fare il tuo numero in solitaria, la tua esibizione,

TRA FAUCI E’ LA TESTA DELL’UOMO CHE VIVE SFIDANDO LA MORTE.

volteggiando in aria da solo, piombando a piedi uniti su solidi terreni,

COLTELLI LANCIATI INCOSCIENTI E FUOCO CHE BOCCA RUGGISCE

avvolto dagli applausi scroscianti del pubblico.

CHE ACCOGLIE IRRIDENDO LA SPADA SFIDANDO LE LEGGI MANSUETE

Davanti alla tua indifferenza, inerme sono rimasta,

DI PELLE DA VENDERE CARA.

appesa per le gambe alla dondolante barra metallica.

DA SPALTI PIU’ VUOTI CHE PIENI NELL’ULTIMO APPLAUSO DI RITO

E’ pesante il mio corpo sospeso a mezz’aria,

IL PUBBLICO S’ALZA DISTRATTO DAL MONDO REALE

c’è adesso il fardello del fallimento, che non è  il tuo corpo fluttuante da sostenere.

CHE INCOMBE SCORDANDO GLI ARTISTI DEL CIRCO.

 

 

Oliviero Angelo Fuina (Circo du Brasil)………………. e io

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Istantanee di anacronistica modernità

Ci sono frasi atroci, che mi rimbombano ancora nella testa, pronunciate con rabbia, risentimento, senso di superiorità, captate attraverso gesti, labiali, atteggiamenti: “Qui comando Io!”.

Ho visto un uomo attraversare la strada sulle strisce pedonali, sicuro disinvolto, noncurante del contesto, delle macchine. Ancora sul marciapiede opposto, la moglie stava ferma ad aspettare che qualcuno la facesse passare. Mi sono fermata. Lui non si è neanche voltato, ha proseguito. Lei ha attraversato, con passo veloce e viso basso, timorosamente avvolta nel suo sari. Ho pensato: “Chissà se lui la ama, se l’ha mai amata?” Quando si ama ci si aspetta, ci si gira, ci si preoccupa per l’altro. Nell’atteggiamento di lui ho sentito rimbombare la frase “qui comando io”, stavolta non urlata, ma implicitamente accettata da usi e costumi.

Ho visto un padre che parlava a una bambina. Gli sono passata accanto così come si fa quando si percorre la propria strada e si va oltre. Parlava di esempi, di nonni sbagliati, di mamme che devono sottostare. Le sue parole si sono insinuate all’interno delle mie orecchie, dure, taglienti, ma dette amorevolmente. Il suo “qui comando io” era una lunga carezza condita di sorrisi. In quelle parole si riconosceva la paura di essere spodestato dal suo ruolo di capo famiglia, da una madre evidentemente molto presente. Un’insicurezza di fondo che conduce, a volte, certe persone a perdersi in spiegazioni poco convincenti, che esaltano le rivalità, le lotte, mettendo da parte sentimenti, legami profondi e ubbidienze implicite. La bambina continuava a dire piangendo che la mamma a casa faceva tutto ed era lei a prendere le decisioni importanti durante l’assenza paterna.

Istantanee di trapassata modernità sono queste necessità di affermazione del potere personale. “Qui comando io” impone alla donna la reputazione di merce di second’ordine, “qui comando io” afferma la sottomissione di questa specie umana, ancora in via di evoluzione, nei confronti di mariti evoluti, “qui comando io” celebra mogli incapaci di essere autonome, ancora bisognose di un imprinting, “qui comando io” è una strategia per mantenere le giuste distanze dei ruoli imposti da una società anacronistica.

Mi sono chiesta che utilità abbia la ridondanza di questa frase. Perchè ci sia sempre il bisogno di mettere i puntini sulle “I”. Ritengo che, nella famiglia di oggi, il ruolo del capo famiglia si sia letteralmente stravolto. Non si dovrebbero più sentire pronunciare frasi del genere, in quanto non si chiama famiglia il luogo in cui una persona comanda, incute terrore e gli altri obbediscono.

Si chiama famiglia il luogo della collaborazione, del rispetto, della comunione e dell’amore, il luogo in cui i bambini non dovrebbero scegliere, come davanti a un bivio, tra le decisioni prese dalla madre o dal padre, ritenendole invece equamente valide, il luogo in cui il lavoro dell’uno è complemento di quello dell’altra e non un ostacolo, una gara, un braccio di ferro. Mi piacerebbe vedere padri che non si preoccupano tanto di chi comanda in casa loro, ma se quel comando o quelle regole imposte siano corrette e giuste per far funzionare la vita domestica e consentire la giusta educazione dei figli. Mi piacerebbe vedere padri che tornano a casa  e anziché criticare, celebrino la fatica delle madri e rispondano alle aspettative dei  figli. Mi piacerebbe vedere padri comprendere, diventare guide, badare alla sostanza delle cose, trasformando il “qui comando io” in “qui ti aiuto io”, gettando il seme per una famiglia che rispetti le persone per quelle che sono e non per ruoli che rivestono e gli stereotipi ormai troppo rigidi e consolidati.

Consapevolezza

eggimi dentro, semplicemente, attentamente come si fa con un libro prezioso. Mettiti comodo sul divano e inizia a sfogliare le pagine, davanti al vivo fuoco ballerino del caminetto. Immergiti in me, sentendo scricchiolare i miei delicati fogli, a uno a uno, tra le tue dita. Qualche pezzo si stacca, succede sempre con la carta ingiallita dal tempo, ma quel piccolo lembo strappato contribuisce a raccontare la mia storia, vantandosi stavolta di essere stata sfiorata dalla tua presenza. Fai scorrere i tuoi chiari occhi attenti sulla scrittura, falli fermare, indietreggiare, rileggere, falli perdere negli infiniti significati degli spazi bianchi tra le parole e i puntini di sospensione. Leggimi mentre la notte scorre e il fuoco si indebolisce. Copriti, la coperta sembra abbastanza grande per avvolgere anche la mia immagine sospesa tra le frasi e la tua memoria.

Ridi, sogna, respira, ricorda, asciuga le lacrime che bagnano il tuo viso. Un sorriso luminoso non può essere rabbuiato…

Stai semplicemente leggendo la mia storia, stai leggendo di me, con le mie pagine annerite da larghe macchie bruciate dei giorni difficili e delle negligenze, quelle unte dalle congetture e dai dubbi. Vedi lì, in mezzo alla rilegatura? Sì lì! Di quelle è rimasto solo il segno dello strappo del rinnegamento.

Sfoglia, non ti scoraggiare!

Nel mezzo del mio libro troverai quelle decorate da fine scrittura,  quelle con i colorati ghirigori delle mie fantasie e dei miei voli pindarici, quelle che si animano con origami illustrati e che, incastrati tra loro, saltano fuori quando meno te lo aspetti. Raccontano le trame dei miei racconti migliori, descrivendo con bizzarria la mia concretezza, il mio continuo rialzarmi, sostenuta da utopici castelli di carta.

Adesso sai tutto di me. Appoggia gli occhiali sul tavolino, sei stanco, lo so…Addormentati con il libro della mia vita appoggiato al petto. Ci sono ancora tante pagine bianche, che vogliono essere scritte a quattro mani. Useremo i pennarelli indelebili per i dettagli, gli acquarelli delle nostre lacrime per sfumare i momenti delle emozioni e le grosse pennellate di olio per garantire una lunga durata alle nostre superfici, a volte levigate a volte ruvide e increspate, che con la vita acquisteranno la loro giusta valenza espressiva. Ma adesso sogna, a questo penseremo domani…

in un millimetrocubodimiocardio

Ho paura del suono delle frasi, del rumore della pioggia, che mi scava dentro, del sole che riscalda i miei gelidi fantasmi.  Ho paura dei libri intrisi di sangue, della violenza della televisione, della faziosità dei telegiornali. Ho paura delle leggerezze e delle citazioni impegnate, di Dickens, Joyce, Emily Brontë, del pavoneggiamento con lingue straniere e  dell’utilizzo di termini ricercati. Ho paura del cinema d’autore, quello vero, con attori eccellenti che tutti nominano come se fossero i vicini di pianerottolo e io, di loro, non ricordo neanche il nome. Ho paura delle parentele che intercorrevano tra Paperoga e Paperon de’ Paperoni e della ragione per cui Qui, Quo e Qua stavano sempre da Paperino senza la rispettiva madre. Ho paura dei sogni irrealizzati, degli incubi concretizzati, delle copertine di Dilan Dog, delle sue pagine in bianco e nero, delle sue storie irrisolte, come le mie. Ho paura  dei gruppi musicali alternativi, del jazz con le sue improvvisazioni, lo swing e le sue malinconie, del punk e del rock, della voce strillata all’orecchio per il dirompente rullare delle batterie, delle magliette metal, che assatanate si appiccicano ai corpi sudati. Ho paura dei viaggi fisici, mentali, il pensare la vita solo come una ritmata serie di date. Ho paura della noia, degli sbagli, dell’incapacità di sostenere conversazioni impegnate, della mia banalità, delle cose che ignoro, degli argomenti non trattati, delle frasi non pronunciate e di quelle non ascoltate, della mia costante dipendenza verso persone che innalzo su alti piedistalli, della mia inarrestabile ricerca, della paura di guardarmi dentro, del furto delle tue parole per farle mie…………………….di questo sentimento che mi pulsa nelle vene, in un millimetrocubodimiocardio e che vorrebbe esplodere.

Tempo.

Attesa… Quante attese, attese di eventi, di gesti, di parole, di lettere, di riconciliazioni, di incontri, di persone,  di riconoscimenti, di dolcezze, di comprensioni, di affermazioni, di compimenti, di nuove attese!

E le giornate diventano lunghissime, i minuti non passano, sembrano ore, che non si contano più attraverso le lancette dell’orologio. Queste ormai segnano le stagioni, i secoli della tua perenne attesa. Come ritmato dagli orologi di Dalì, estenuante e malinconico, il tempo cola e si scioglie, si trascina, lasciando dietro pezzetti di memoria del tuo passato e scivolando sulle gocce del tuo futuro. La tua mente cerca distrazione altrove, il tuo corpo si impegna in attività alternative, ma con un gesto inatteso, il tuo occhio disubbidisce alla regola ferrea e,  sfiorando l’orologio appeso al muro, cerca di reinventarla. E tutto, anziché accelerare, diventa più lento. La lancetta dei secondi sembra incantarsi nella sua cadenza: tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tic…. tac-tac.

La speranza che il tempo passi viene messa a dura prova. Ti sforzi per resistere ad una nuova attesa. Aspetti, ancora… il tempo è fermo, tutto si arresta, insieme al tuo occhio immobile  sulle lancette, che chiedono venia per non aver saputo resistere alla tentazione.

Timido il tempo, se lo guardi troppo abbassa lo sguardo, si nasconde,  si copre con il velo della malinconia, della tristezza, a volte fa tardare inconsapevolmente gli eventi o, emozionato, come un giovane innamorato, si dimentica di farli accadere. Quando si ravvedere dal suo rossore cerca di rimediare, ma ormai per te è troppo tardi. Le lancette si sono spostate, quando tu non guardavi più e non è accaduto ciò che speravi. Così le motivazioni che ti avevano spinto a sperare a una sua accelerazione, o quelle che ti avevano fatto trepidare per qualche secondo, scalpitare, battere il cuore, stare in ansia decadono prive di significato, svuotate, rese vane. Tutto si attutisce, si smussa, si stempera, si tranquillizza, si sfuma.

Il tempo ormai anacronistico ritorna alla sua corsa inarrestabile, finché tu non aspetti ancora qualcos’altro e il tuo sguardo, posato sulle lancette, ritornerà a intimidirlo, bloccandolo.

Stracciatella…

Quante persone si incontrano per caso, mentre incrociano il nostro cammino e se ne vanno. Non una parola, non il suono di una voce, ma il feeling alcune volte si crea, c’è e dopo, tutto è cambiato, tutto è diverso da prima. Solo un sorriso, mentre poggiano alcuni passi sulle nostre orme, oppure, viceversa, mentre noi poggiamo i nostri sulle loro. Un solo attimo e tutto è svanito, lasciando quel senso di nostalgia, come se fossimo fatti della stessa materia, disunita bruscamente.

Si dice spesso che è come incontrare l’altro lato della nostra medaglia, il nostro lato mancante, quello che ci protegge le spalle. Io li paragono un po’ ai gusti che compongono il gelato alla stracciatella, avete presente? Si può mai pensare un gelato alla stracciatella senza il connubio perfetto di gelato bianco e cioccolato a pezzi? No! Perché senza il cioccolato, la stracciatella diventa un comune fior di latte e le gocce di cioccolato, senza gelato, rimangono gocce al cioccolato. Invece la stracciatella è un tutt’uno, indivisibile, come i due lati della medaglia, che uniti, si proteggono a vicenda le spalle.

Così sono quelle persone, che si sfiorano con un lieve tocco, ma che si cercheranno per tutta la vita, con quelle spalle che vorrebbero appoggiarsi all’altro per proteggerlo o per essere protette. Qualcuno aspetterà per sempre. Ai più fortunati, invece, capita che questo lato sia perfettamente colmato dalla persona amata. Le spalle e la schiena coincidono, si uniscono, si mescolano, si confondono l’una nell’altro, non si riescono più a distinguere. Gli anelli delle spine dorsali si intrecciano, si incastrano, si raddoppiano…

Stanotte ho fatto un sogno. Tu che cammini a testa bassa, con il tuo fare deciso, vestito con qualcosa di scuro. Non mi vedi e così ti chiamo. Nei minuti successivi al nostro incontro, rimaniamo a parlare seduti al tavolino di un bar. Fuori è tutto fosco, come se stesse per venire un temporale. Sai tutto di me, senza che io ti dica niente. I tuoi occhi parlano, la tua testa annuisce e i tuoi sorrisi mi capiscono, approvano le mie scelte, teneramente. La tua voce è calda e ti vedo ancora più saggio di come ti ho sempre immaginato, pacato parli con parole  ponderate, precise e delicate. Capisci che non ho scelta e tristemente cerchi una soluzione. Mi sento al sicuro, mi sento a casa, come mai mi sono sentita prima e tutte le paure si sono allontanate da me. Mi aggrappo a te, al tuo braccio, quasi a voler far combaciare le nostre spalle, le nostre due metà.

Ma non faccio in tempo, il sogno si interrompe, facendo sfumare l’atmosfera, la sicurezza, le tue parole, la comprensione, la tua voce calda…Mi sono ritrovata in un lago di lacrime al posto del mio cuscino e una voce dentro di me che continuava a dirmi che quelle spalle non ci sono, non sono per me.Dove sei? La tua immagine non mi arriva, non un tuo pensiero nei miei confronti, non il suono della tua voce. Chissà se è calda! Le mie spalle intanto ti sono invisibili.

Girando intorno al tavolo all’ora del thè…

E ci si rifugia…

Così all’improvviso, si cammina per la strada e si sente il desiderio di rifugiarsi da qualche parte, di sparire per un attimo. Si cerca un antro in cui poter respirare prima di riprendere il cammino.

Oggi sono venuta da voi. Anche questo è rifugiarsi, anche se solo per pochi minuti.

Mi siedo lì e inizio a chiacchierare a ruota libera, senza un ordine d’idee ben preciso. Mentalmente, vi racconto tutta la mia giornata, i miei progetti. Sono lì, che aspetto che si materializzi una sedia, un tavolo e delle tazzine da thè. Il nostro pomeriggio potrebbe rivelarsi molto divertente, se prendessimo in giro la sonnolenza del ghiro, gli occhi strabici della  Lepre Marzolina e convincessimo il Cappellaio Matto a raccontarci i suoi aneddoti. Potremmo, persino, convincerci di cambiare lo scorrere del tempo girando in senso antiorario intorno al tavolo. Magari potessimo farlo, magari potessi farlo…

Girerei così vorticosamente da far girare la testa al mondo. Gli farei credere che il dolore è solo un’illusione, un inganno  che non esiste e così lui riuscirebbe a liberarsene, scollandoselo semplicemente di dosso. Lo convincerei che le persone non devono necessariamente sgomitare per arrivare da qualche parte. Lo persuaderei che tutti dovrebbero avere le stesse possibilità di sopravvivenza in questa grande nave a remi, che ogni tanto può essere lasciata andare sotto la sola azione del vento. Lo ingannerei, gli direi che voi state vivendo una vita bellissima, che state correndo al sole, con i piedi nudi sull’erba e che raccogliete margherite. Gli direi che state bene e che dunque c’è aria nei vostri polmoni, sangue nelle vostre vene, risate nel cuore, bontà nei vostri occhi e che non c’è possibilità di pensare il contrario, di cambiare le cose. Gli direi, stavolta con un tono più convincente, che se le persone spariscono, come lo stregatto,  è solo per ricomparire, subito dopo, con un sorriso ancora più smagliante…

Sono qui adesso, il tavolo è sparito, così come le sedie e le tazze da thè. Sono ancora inginocchiata, ma tutto lo scenario è cambiato e intorno a me è rimasta solo la nuda pietra, qualche fiore che fatica a risplendere, il silenzio, la rumorosa ghiaia sotto i miei piedi… e l’eco lontano di un festeggiamento, come di un pesante fardello: un buon non compleanno a voi…

Stream of consciousness

E’ un periodo di flussi di parole, che ordino mentalmente prima di affogarle di inchiostro su un foglio bianco. Mi si presentano davanti, sospese a mezz’aria, come le immagini da riordinare dei crimini in Minority Report.

Parole invidiose, che vogliono vivere la mia vita, che si inzuppano nel latte la mattina. Le tiro su, pesanti, col cucchiaio e un distratto “sbadiglio” scivola e ricade con un tonfo dentro la tazza, mentre le altre mi riempiono la bocca di sonnolenti “buongiorno”.

Svogliate, il “dovere” e la “fretta” rovistano nel mio armadio in cerca di qualcosa da mettermi addosso, come un po’ di “motivazione” e intanto le grucce rimangono nude e fiere della propria magrezza mattutina. Con gesti rapidi mi tolgo dal viso bagnato le ragnatele della notte. “Vanità”, “bellezza”, “trucco” appannano l’aria con il loro vapore pesante e si dissolvono in goccioline, che rigano lo specchio appena apro la porta.

Entro velocemente in macchina, accelero, c’è un ingorgo di parole per strada, “rosso”, “strisce”, “pedoni”, “musica”, “arrivo”, “parcheggio”, “scuola”, “cortile”, “campanella”.

Tutt’intorno è un gridare colorato e colorito di parole. Generazioni di parole vuote, di intercalari fatti uscire tutti d’un fiato, senza punteggiature, senza espressione, acute come una sirena stonata, che ha bisogno di sfogarsi, di far sentire la propria presenza. Parole in fila, che spintonano e che corrono su per le scale, parole tra i banchi, parole scritte, dette, dettate, confuse, incespicate, balbettate, sbagliate, finite…

Fuori, ancora con la testa piena di parole, mi ritrovo a fare il bilancio della giornata: le parole confondono,creano equivoci, disagi, differenze, abissi, ma anche conforto, amore, comprensione, solidarietà, amicizia, legami.

Ho deciso!  Mi rifugio velocemente a casa, chiudo la porta a chiave dietro di me e lascio fuori le parole vane, quelle sbagliate, quelle unte e ingiallite che ti si appiccicano addosso, come gli odori di un vecchio fast food o di un ristorante cinese a basso costo.

L’illusione del Destino

Credo alle mie corse in bicicletta, al tuo sorpassarmi, al mio arrivare affannata, al tuo aspettarmi. Credo in quello sguardo che ci scambiavamo attraverso lo spazio aperto del soppalco, che dava sul corridoio d’ingresso. Credo che fosse per me quel tuo girarti, appena arrivavo sul pianerottolo. Credo alla tua mano passata tra i tuoi capelli. Credo a quella schiacciata, che ti ha fatto cadere sulla schiena, al tuo fingere di averti colpito a morte, alle mie scuse, al tuo sorriso mentre ti alzavi, alle nostre risate, alla mia anima, che avrebbe voluto passare oltre la rete, chiederti come stavi, guardarti direttamente negli occhi. Credo al nostro incrociarci casualmente, alla tua bici viola e arancio, ai tuoi salti sul campo di basket. Credo a quell’estate calda e torrida, ai fuochi d’artificio, dedicati a te, al tuo ricordo, alla tua futura assenza, alla mia partenza, alla mia persona presto dimenticata.

Credo a quella nostalgia, che mi faceva stringere il cuore, guardando fuori dalla finestra. Credo alle lacrime, a quella strana sensazione, alla speranza di vederti per strada tra la gente, negli occhi di qualche passante. Credo all’illusione che saresti venuto a cercarmi, all’arrivo di una lettera, allo squillo del telefono che avrebbe risposto col tuo nome. Credo all’amarezza della lontananza. Credo ai “forse” e ai “ma”, ai “se fosse stato”, a tutte le attenuanti, che, con grande abilità, ho saputo concedermi.

Credo ad un buon motivo, per cui io andavo via e tu rimanevi qui e, a uno altrettanto valido, per il quale io torno e tu sei andato lontano. Credo alle pagine della nostra vita con i fogli scritti, strappati e rifatti con caratteri disuguali, con strofe andate a capo, in tempi diversi.

Credo alle tue sigarette fumate, ai drink sorseggiati, al tuo ateismo, al mio disgusto verso il fumo, al mio astemismo, al Dio, a cui continuo ad aggrapparmi. Credo a un segreto, forse a tanti segreti, che hai deciso di non rivelarmi mai, alle cose omesse, a quelle dette solo in parte.

Credo a quella strada, che più che portare a una destinazione, compie un destino, quello con cui ho tanti conti in sospeso… E credo alle spiegazioni, alle scuse o alla scusa di questo destino, che  mi ha dato gli alibi giusti per poter continuare a respirare, ad andare avanti, a farmene una ragione, a vivere senza te e oltre te.

Ma credo, ancora più forte che mai, alla sua imprevedibilità, alla sua voglia di stupire, al suo rimanere a giocare fino a quando non perdi le speranze, alla sua azione improvvisa, come quella di un gatto che balza sulla preda. Credo ancora alle sorprese, che qualcuno chiama illusioni. Credo che il cerchio si chiuda, che tutto si possa compiere, che nulla possa rimanere incompiuto perchè , come in una favola o in un film…le storie incompiute non fanno per me.

Mimose? No grazie!!!

Ho visto le mimose vendute nei supermercati, stipate in una maniera assurda dentro a rozzi secchi di plastica nera. Le poche incartate facevano bella mostra di sè, altre, più sfortunate, ciondolavano col capo chino, come se stessero chiedendo aiuto, pietà per la posizione scomoda.

A fatica sembrava che riuscissero a supportare il significato che viene loro attribuito: quella della forza e della femminilità.

I fiori di un giallo acceso avrebbero dovuto suscitarmi allegria e il loro profumo un sentore di primavera. In realtà non è stato così.

Il sentimento che sono riuscite a scatenarmi è stata solo tristezza, profonda tristezza e in un attimo nella mia mente è affiorata una semplice constatazione: le donne sono come quelle mimose viste oggi al supermercato. Quelle fiere e ben impacchettate sono le donne forti, indipendenti, che combattono per un ideale, sono rimaste in poche e sono diventate molto consapevoli del proprio valore. Quelle a capo chino, invece, sono tutte quelle donne costrette dalla vita, dagli eventi, da un uomo a sottomettersi, a ubbidire, ad abbassare lo sguardo, a sentirsi colpevoli e poco degne di stare al mondo. Queste sono le più numerose, quelle ferite, sgualcite dai compratori distratti interessati da altri prodotti. Vengono toccate, i loro fiori profanati, strappati, calpestati una volta a terra. E alla fine vengono vendute al miglior offerente a pochi spiccioli o quando non le vuole più nessuno, quando la festa è finita.

Quante mimose sgualcite e ferite questa società è ancora in grado di sopportare?

So solo che domani molte donne porteranno con sè il loro simbolo, insieme al loro trucco, al loro capello curato, al vestito scelto, alle loro risate, nascondendo qualche fiore sgualcito o caduto qua e là.

Dietro le donne di domani ci saranno quelle che hanno dovuto chiedere il permesso per uscire, hanno dovuto giustificare il loro abbigliamento, hanno dovuto render conto a qualcuno, quando questo qualcuno non chiede mai il permesso per poter vivere la propria vita.

Dietro le donne di domani ci sono quelle che combattono per un affidamento esclusivo dei propri figli, perchè con quell’uomo violento non vogliono avere niente a che fare.

Dietro le donne di domani ci sono quelle che non credono più nell’amore, perchè troppe volte deluse.

Dietro le donne di domani ci sono quelle dedite alla famiglia, quelle che hanno rinunciato a tutto per accudire le persone che gravitano intorno a loro.

Dietro le donne di domani ci sono quelle che combattono per un posto di lavoro e per il diritto alla maternità.

Dietro le donne di domani ci sono le adolescenti, sommerse dai loro sogni futuri, dai loro progetti.

Ma davanti a tutte noi, donne di oggi, ci dovrebbero essere poche cose semplici da ricordare.

Dovremmo ricordarci ogni giorno che, con un po’ di autostima, delicato involucro trasparente, ci si può difendere dalla distrazione esterna, dalla noncuranza. Ricordarci che i nostri fiori non sono nati per soffrire di un colorito violento, non devono venire strappati da una gelosa mano maschile e che il nostro portamento può essere deciso e fiero, ma non per questo deve risentire di etichettature o essere soggetto a fraintendimenti.

Infine ricordarci che siamo preziose, che valiamo e che il prezzo con cui ci esponiamo alla vita è quello dell’amore, del rispetto e questo prezzo non è soggetto a svendite, nè a sconti di nessun genere.

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