Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Istantanee di anacronistica modernità

Ci sono frasi atroci, che mi rimbombano ancora nella testa, pronunciate con rabbia, risentimento, senso di superiorità, captate attraverso gesti, labiali, atteggiamenti: “Qui comando Io!”.

Ho visto un uomo attraversare la strada sulle strisce pedonali, sicuro disinvolto, noncurante del contesto, delle macchine. Ancora sul marciapiede opposto, la moglie stava ferma ad aspettare che qualcuno la facesse passare. Mi sono fermata. Lui non si è neanche voltato, ha proseguito. Lei ha attraversato, con passo veloce e viso basso, timorosamente avvolta nel suo sari. Ho pensato: “Chissà se lui la ama, se l’ha mai amata?” Quando si ama ci si aspetta, ci si gira, ci si preoccupa per l’altro. Nell’atteggiamento di lui ho sentito rimbombare la frase “qui comando io”, stavolta non urlata, ma implicitamente accettata da usi e costumi.

Ho visto un padre che parlava a una bambina. Gli sono passata accanto così come si fa quando si percorre la propria strada e si va oltre. Parlava di esempi, di nonni sbagliati, di mamme che devono sottostare. Le sue parole si sono insinuate all’interno delle mie orecchie, dure, taglienti, ma dette amorevolmente. Il suo “qui comando io” era una lunga carezza condita di sorrisi. In quelle parole si riconosceva la paura di essere spodestato dal suo ruolo di capo famiglia, da una madre evidentemente molto presente. Un’insicurezza di fondo che conduce, a volte, certe persone a perdersi in spiegazioni poco convincenti, che esaltano le rivalità, le lotte, mettendo da parte sentimenti, legami profondi e ubbidienze implicite. La bambina continuava a dire piangendo che la mamma a casa faceva tutto ed era lei a prendere le decisioni importanti durante l’assenza paterna.

Istantanee di trapassata modernità sono queste necessità di affermazione del potere personale. “Qui comando io” impone alla donna la reputazione di merce di second’ordine, “qui comando io” afferma la sottomissione di questa specie umana, ancora in via di evoluzione, nei confronti di mariti evoluti, “qui comando io” celebra mogli incapaci di essere autonome, ancora bisognose di un imprinting, “qui comando io” è una strategia per mantenere le giuste distanze dei ruoli imposti da una società anacronistica.

Mi sono chiesta che utilità abbia la ridondanza di questa frase. Perchè ci sia sempre il bisogno di mettere i puntini sulle “I”. Ritengo che, nella famiglia di oggi, il ruolo del capo famiglia si sia letteralmente stravolto. Non si dovrebbero più sentire pronunciare frasi del genere, in quanto non si chiama famiglia il luogo in cui una persona comanda, incute terrore e gli altri obbediscono.

Si chiama famiglia il luogo della collaborazione, del rispetto, della comunione e dell’amore, il luogo in cui i bambini non dovrebbero scegliere, come davanti a un bivio, tra le decisioni prese dalla madre o dal padre, ritenendole invece equamente valide, il luogo in cui il lavoro dell’uno è complemento di quello dell’altra e non un ostacolo, una gara, un braccio di ferro. Mi piacerebbe vedere padri che non si preoccupano tanto di chi comanda in casa loro, ma se quel comando o quelle regole imposte siano corrette e giuste per far funzionare la vita domestica e consentire la giusta educazione dei figli. Mi piacerebbe vedere padri che tornano a casa  e anziché criticare, celebrino la fatica delle madri e rispondano alle aspettative dei  figli. Mi piacerebbe vedere padri comprendere, diventare guide, badare alla sostanza delle cose, trasformando il “qui comando io” in “qui ti aiuto io”, gettando il seme per una famiglia che rispetti le persone per quelle che sono e non per ruoli che rivestono e gli stereotipi ormai troppo rigidi e consolidati.

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3 pensieri su “Istantanee di anacronistica modernità

  1. Istantanee dall’anima e istantaee dalla cronaca…!
    Se la storia ci ha mai insegnato qualcosa, è che le dittature non sono una cosa buona…
    Non si và da nessuna parte e prima o poi crollano…miseramente.
    Le dittature non hanno sesso, non hanno anima, non hanno figli, non possono neanche permettersi il lusso di sognare perchè lasciano solo incubi da dimenticare.

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  2. Ci piace!

    Per ricambiare la visita

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2012/03/28/lape-maya-non-e-una-favola-per-bambini/

    Un saluto da Vongole & Merluzzi!

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