Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

Del rumore delle arance che cadono…

Mi ritrovo le ultime arance di stagione da dover consumare. Ne prendo una e inizio a tagliarne la parte superiore. La lama affonda facilmente nella buccia e ne preleva un piccolo pezzo. Faccio rotolare il frutto tra la mano e il tagliere. Mi fermo lì sbalordita, imbambolata…

In quel momento la mia mente si catapulta nel 1990…

… le tavole sono imbandite con babbi Natale, che si arrampicano su fili dorati pendenti da stelle a 5 punte, stampati su tovaglie che li avvolgono e che profumano ancora di bucato e dell’appretto, tanto caro alla nonna. I bambini fanno le prove generali per recitare le poesie, scritte in bella copia su carta da lettere, nascoste tra il piatto fondo e quello piano dei rispettivi padri, con tanto di buoni propositi prima dell’arrivo dei doni. Le mamme indaffarate fanno su e giù tra la cucina e il salone. Questa stanza, in occasioni così sembra molto più ridimensionata del solito, quasi che stia per scoppiare nell’intasamento generale tra le due cristalliere, i tre tavoli disposti a ferro di cavallo, il mobiletto della televisione a tubo catodico e quello per il veliero fatto con gli stuzzicadenti, nonché del tavolo con il pendente albero illuminato. Il  tutto è circondato da bambini agitati, che nel frattempo hanno già dimenticato i buoni propositi, adolescenti in piedi che si scambiano opinioni e uomini che, seduti, aspettano le portate. C’è tantissima confusione, cicaleccio, frenesia, ognuno per sentire l’altro si dondola, come in una danza, avanti e indietro, porgendo l’orecchio al suo interlocutore e risponde alzando il tono di voce. Ma all’ingresso delle indaffarate cuoche, il vociare lascia spazio al rumore delle sedie che si ricompongono sotto il tavolo, i bambini prendono il loro posto, la cena è pronta e si dà vita al rito. Le luci si spengono e vengono accese innumerevoli candele in tutti i tavoli, il silenzio regna sovrano, rotto solo dalla voce dei piccoli che, cantilenando, ora recitano le loro strofe…, applausi, si inizia! Le portate sono in tavola, si riprendono le parole tralasciate, le risate, le battute, i brindisi. A metà serata qualche zio si allontana di soppiatto e io mi ritrovo, come al solito, a fare opera di distrazione per i cugini più piccoli. Dopo un po’ compaiono uno strano Babbo Natale a braccetto con una più stralunata Befana, che non si sa perché, arriva ogni anno in anticipo rispetto alla tabella di marcia ufficiale ed è sempre più orripilante: storti foulard coprono precoci calvizie, compensate da accenni di barbe e baffi e da un ricco manto di peli che sbuca dalle maglie allargate delle calze a rete.

Finita la distribuzione dei doni, il nonno sparisce e va nello sgabuzzino, una piccola stanza delle meraviglie in cui riesce a farci stare di tutto. Prende tre grandi scatoloni ricolmi di arance, mandarini, noci, mandorle, pistacchi e li trascina a fatica fino alla sala da pranzo. Qualche arancia già inizia, impaziente, a disseminarsi sul pavimento del corridoio. Lo zio Giuseppe si china e aiuta il nonno a portare il peso fino ai tavoli. Con gran meraviglia di tutti, i tre scatoloni vengono rovesciati, uno dopo l’altro, sui tavoli, provocando il rotolamento irrefrenabile delle arance che, se non fermate, cadono a terra, insieme alle noci e finiscono sotto i mobili e le gambe dei commensali. La gioia pervade la stanza che si riempie di grida, di “prendile prendile!”, di “nonnaaa!!! alza il piede!”, “zia… ahi! stai attenta alle mie dita!”, “chi mi sbuccia un’arancia?”, “zioooo mi schiacci le noci?”…”Evviva! Evviva!”

2012…

…la mia mente ritorna alla realtà, le luci non sono più quelle delle candele, ma del sole che penetra attraverso le tende di organza. Le voci si allontanano un po’ alla volta, diventano un’eco, finché non spariscono del tutto. Mi risveglio da quel tuffo nel passato e riguardo l’arancia tra le mani.

Quando la parte terminale tagliata si presenta ai miei occhi, noto che il coltello ha lasciato inciso, inconsapevolmente, la forma nitida di un cuore che, neanche se avessi preso le misure, risulta perfetta…

…e la tua magia, nonno, è venuta a trovarmi racchiusa dentro il frutto che più amavi…

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Generazioni di Dis-

Non so se sono i tempi di oggi o così è sempre stato, so che fa male andare a sbattere contro situazioni, persone e parole che hanno davanti un dis-.  Accendiamo la tv e siamo invasi dalla dis-informazione, notizie dis-armanti che ci tolgo il fiato, ci dis-truggono. Vediamo famiglie dis-agiate, che chiedono aiuto per bambini dis-adattati, dis-lessici, dis-abili. Ci citiamo in tribunali ormai dis-abituati a risolvere i conflitti, accresciamo i dis-sapori, non tendiamo mani d’aiuto ritenendo le richieste degli altri dis-cutibili.

Dis-attendiamo consigli, dis-colpandoci quando è troppo tardi, quando ci rendiamo conto che non avevamo ragione. Ci lamentiamo per il Paese dis-abbellito e il governo dis-organizzato, come se fosse una dis-grazia che si poteva evitare e poi dis-degnamo le cose che non hanno firme ben visibili, marchi esposti, dis-educandoci alla semplicità e accrescendo la dis-eguaglianza sociale… A causa di fabbriche dis-smesse, siamo dis-occupati, che affrontano ogni giorno le dis-avventure alle agenzie interinali del lavoro.

Subiamo il dis-gregamento dei rapporti umani, ci dis-connettiamo dalla realtà per coltivare amicizie virtuali, dis-cordiamo facilmente dalle opinioni altrui per rivendicare un nostro modo di pensare, ci dis-affezioniamo presto a causa dei nostri dis-agi psicologici, delle dis-calculie dei nostri tornaconti personali.

Io continuo a percepire una serie di dis-valori, un dis-degno di tutto ciò che prima ci apparteneva. Siamo dis-stratti, disinteressati, dis-illusi e dis-incantati, dis-perati.

Quello che mi rimane da pensare è che tutto ciò sia dis-dicevole… E mi dis-piace.

Hope!

In un cassetto ben chiuso conservo una vita vissuta, che adesso è difficile riprendere in mano o solamente ricordare. Biglietti di musei, di viaggi, scontrini, libri, cd, fotografie. Questa vita tutta compressa, stipata, soffocata, in quei pochi centimetri quadrati di spazio. Quando devo prendere qualcosa, lo apro e faccio tutto d’un fiato, a occhi chiusi e poi, frettolosamente, lo richiudo, come se fosse una specie di pericoloso vaso di Pandora. Ieri quel vaso è stato aperto. Sono straripati momenti dolorosi e nel mucchio di tutti quei ricordi, mi sei ricapitato tra le mani, dentro una foto. Ho avuto un sussulto, non me l’aspettavo. Non me la ricordavo nemmeno di averla, quella foto.

Il tuo viso è piegato in una smorfia, che dovrebbe simulare un’arrabbiatura o uno sguardo severo, ma con il mestolo in mano e il grembiule sei poco credibile e mi fai scappare una risata. E’ estate, un’estate di generosità, di adempimenti, di aiuti donati con semplicità d’animo, che rimescoli nella cucina del tuo cuore come il tuo miglior ragù. Tutto è intriso di quel senso pieno di familiarità e di confidenza. Si respira aria di casa a casa tua, con i canarini cinguettanti nel balcone, i gerani pendenti che fanno invidia al vicinato e quell’odore di legno che ormai ha preso possesso delle cose che portano il tuo nome.

Mi manchi, così come mi manca la tua risata timida e trattenuta, che mi ricordavi Muttley di Dick Dastardly delle corse pazze. Mi manca come mi guardavi, quello che mi dicevi, i tuoi incoraggiamenti e le tue previsioni per il futuro con il tuo “vedrai” che, gesticolante, metteva in mostra le tue mani martoriate dal lavoro. Hai lottato fino all’ultimo in quel letto, in cui non sopportavi che nessuno ti vedesse e in cui io stessa non sopportavo vederti: tu così attivo, così frenetico e pieno di vita, tu, punto di riferimento in tanti momenti della mia vita. Ho visto la rassegnazione nei tuoi occhi, ho visto la paura del dolore e della morte, il corpo umiliato, la tua consapevolezza che sarebbe ormai tutto finito e che il peggio sarebbe passato presto. Hai lottato, hai fatto la tua ultima corsa pazza, senza scorrettezze, senza cinismi, forse, come Muttley, hai perso.

Ma io so che nel fondo del mio cassetto è rimasta una cosa, la speranza…. forse hai vinto!

I wanted to see
if fire would burn me.
I thought I would know
if four walls could hold me.

I wanted to see
if fire would burn me.

L’illogica logica degli abbandoni…

E’ una bella giornata di sole, mi preparo. Mi guardi per un po’, mentre mangi, egoisticamente pretendi la tua dose quotidiana di carezze, poi, quando ritieni che bastino, giri le spalle e te ne vai ispezionando le stanze, a una a una. Io spalanco le finestre al chiarore mattutino, l’aria è fresca, ma piacevole, i fiori del giardino si sforzano di fare arrivare il loro profumo fin dentro casa. Tu decidi di andare giù in cortile, così improvvisamente. Ti chiamo, ti giri, non vuoi sentir ragioni, mi parli da estraneo, con una lingua sconosciuta, un suono lungo e tremolante, che accompagna come una nenia, il tuo voltarsi dall’altra parte, dandomi il benservito.

Mesi e mesi di alimenti concessi e pulizie.  E tu che fai? Te ne vai, mi abbandoni…?

Tu, fidato amico, che ti appoggiavi alle mie gambe fino alla sera prima, mi abbandoni così senza indugi, senza ringraziamenti, senza litigi, con un candore, con un semplice  “arrivederci è stato bello, ma io vado!” . E  mi giri le spalle come se niente fosse, con la tua andatura dondolante, come se tu e io non avessimo mai condiviso la stessa casa, la stessa coperta…

Ingrato!!!

Mi scende qualche lacrima… in fondo, dico, è giusto così, ti sei ripreso la tua libertà. Adesso correrai finché, stanco, non crollerai su qualche prato fiorito e dormirai, il tuo nuovo tetto sarà il cielo stellato e la tua casa, la strada. Rassegnata continuo a fare il mio lavoro, assorta nei pensieri di me e te sul divano a coccolarci, di me che mi arrabbiavo, perché ti distendevi senza accortezze su quel copriletto delicato e lasciavi in disordine i tuoi giochi, che decoravano la casa come le briciole di Hansel e Gretel, e di quando tu, famelico, mi mordevi la pelle.

Non ti sei neanche preoccupato di portare via i tuoi effetti personali, che lì immobili adesso fanno tutto un altro effetto.

Non ti volti nemmeno per l’ultimo saluto, non fai finta che ti dispiaccia lasciarmi?

Rimango inebetita sul ciglio della mia autostrada a due corsie e vedo la tua schiena  in corsa che si allontana.

Forse tornerai da me, a riprendermi, quando penserai ai miei occhioni dolci e avrai nostalgia del mio odore o forse quando su qualche cartellone di una pubblicità progresso non leggerai: ” non l’abbandonare, lei non lo farebbe mai!”

Non si fa… non si può!!!

Ve lo siete mai chiesto? Ve lo siete mai domandato perchè non siamo felici? Perchè non riusciamo ad esserlo anche se ci mettiamo tutta l’anima?

E’ una questione di desideri. Le cose da lontano acquistano un fascino inspiegabile e si desiderano proprio perchè spesso  non si possono avere, toccare, respirare, vivere. Ti hanno  illuso che l’erba del vicino è sempre la più verde, ti hanno proibito di guardare la donna d’altri e per il solo motivo per cui te l’hanno fatto notare aneli all’una e all’altra cosa. E’ come quando ti dicono di non guardare, oppure ti affidano una busta, un pacco e ti dicono di non aprirlo fino al giorno x. Innescano una tortura e lo sanno pure, mentre sorridenti ti dicono “aspetta, è una sorpresa!” Quando le cose non le puoi fare inizi a non pensare ad altro e sembra che nella vita il tuo unico scopo sia proprio fare, in quel preciso momento, la cosa che in realtà ti è stata proibita di fare. Contorto? No esageratamente reale!

Pensiamo a quando eravamo piccoli e la mamma ci agghindava per le feste e ci inondava di raccomandazioni per non sporcarci il vestito buono. Scattava in noi una sorta di inspiegabile allergia interna, di prurito per cui non riuscivamo a stare fermi e dovevamo assolutamente iniziare a correre, saltare, arrampicarci… cose che in situazioni normali e senza quel vestito non avremmo mai fatto! Oppure la cioccolata… ah la cioccolata!!! Non ti ricordi di averla nella dispensa,  fino a che non inizi la dieta… dopo sembra che non puoi farne a meno, cascasse il mondo! Diventa il tuo chiodo fisso, martellante, insistente.

Pensiamo ancora alle grandi storie d’amore proibite della letteratura, a Romeo e Giulietta, a Renzo e Lucia dei Promessi Sposi, a Dante e alla sua Beatrice. Ci sarebbero state storie così travolgenti e opere così dense di pathos se i loro desideri fossero stati saziati? NO! Sicuramente il “E così con un bacio io muoio” di Romeo non sarebbe mai stato pronunciato e Shakespeare sarebbe passato per un cantastorie a lieto fine anziché per il drammaturgo più eminente della storia occidentale. Così come “quel ramo del lago di Como” non avrebbe costretto infinite generazioni di alunni a parafrasarne i versi e la candida Beatrice di Dante non sarebbe diventata l’accompagnatrice angelica della Divina Commedia. Ci sarebbero stati banalissimi matrimoni, con pargoli a carico e con un “vissero tutti felici e contenti!” E invece no, anche lì il gusto del proibito ha avuto il sopravvento! Giulietta, Lucia, Beatrice erano diventate l’erba del vicino, quelle irraggiungibili e improvvisamente desiderate da tutti, come se non ci fossero altre donne in città, per cui poter perdere la testa… una sorta di Beautiful all’antica maniera insomma, in cui le nostre donzelle a turno recitavano la parte della contesa Brooke.

Ma l’animo umano si sa che è ancora più contorto di come si possa immaginare.

A un certo punto succede una cosa imprevista… finalmente  il proibito bussa alla tua porta e quella persona tanto agognata, sognata e amata ti degna di uno sguardo, del suo interesse o del suo amore. E tu che fai? Butti all’aria anni e anni di sospiri e di notti insonni, di telefonate struggenti alle amiche, perché non ti interessa più, perché non ti fa tremare o balzare il cuore come prima, perché adesso è lì che aspetta solo te ed è diventato una cosa scontata, tempo buttato al vento. Cosa è successo? Hai comprato tu “un’erba” migliore, i cui fumi ti stordiscono e ti fanno perdere la vista? Cos’è successo? Romeo, capendo che Giulietta era morta (apparentemente) si è dato alla bella vita, o Renzo ha lasciato Lucia per la monaca di Monza oppure Beatrice ha abbandonato le alte sfere perché all’inferno ci si diverte di più?

COSA E’ SUCCESSO ????

Credo che sia necessario considerare ogni tanto quello che è stato chiamato il principio della reciprocità: “se per noi l’erba del nostro vicino è più verde,  per il nostro vicino sarà la nostra erba ad essere più verde, perché inconfutabilmente noi rappresentiamo il vicino del nostro vicino”.

Forse ogni tanto bisognerebbe guardarsi intorno e capire che, secondo un altro famoso detto, “non è tutto oro quello che luccica”. Il nostro vicino ha il prato sintetico e la cioccolata è buona ma fa venire i brufoli… insomma che non tutto ciò che è estremamente desiderabile faccia necessariamente la nostra felicità! Accontentarci o meglio ancora apprezzare quello che si ha è il miglior desiderio proibito che si possa vedere realizzato.

Come se fosse la mia ultima notte…

Mi tormento ed è notte e non posso fare niente. Sembra che questo buio parli lingue confuse, sconosciute. Domani non c’è più tempo, domani non c’è più un mondo, un te e un me, il canto di un gallo che sveglia il mattino. Domani è già tardi e, frenetico, il mio corpo si agita in questo giaciglio come su un rovente letto di braci, in cerca di posizioni rilassanti, per poter dormire. Ma è inutile. Non si può, è come se questa notte fosse l’ultima e ci siano tante cose da fare e da dire e poco tempo a disposizione.

Vorrei prendere il telefono e chiamarti. E’ tardi… Compongo il numero, chiudo, mi distendo, è tardi, spengo la luce. Mi alzo, accendo la luce, prendo il telefono, compongo il numero, silenzio, chiudo, mi prendo la testa tra le mani, “cosa sto facendo?”, è tardi, chiudo la luce. Mi rialzo, prendo il telefono, lo rimetto a posto, guardo l’orologio, è tardi, lo riprendo, compongo il numero, le tre, squilla, silenzio, cuore in gola, chiudo, è tardi!!!

Se solo fosse possibile ti chiamerei, ti chiederei centomila volte scusa per i pianti muti e i fazzoletti che ho consumato, ti chiederei perdono per i nostri aliti che non si sono mescolati, per gli sguardi non incrociati, per i niente tra di noi, per non averti fatto sprofondare nei miei sentimenti come se fossero sabbie mobili. Ti farei vedere gli abissi e i coralli delle nostre mancate chiacchierate, ti avvertirei che siamo rimasti impigliati nelle alghe attorcigliate dei nostri silenzi.

A destra dei marciapiedi vicino le vetrine colorate, ti inseguirei come un’ombra in pieno giorno, visibile, senza paura di nascondermi. Prenderei le tue mani, mentre tu cammineresti a passo svelto. Intreccerei le nostre dita, come la trama e l’ordito di un tappeto orientale, finemente lavorato. Ti fermerei con le spalle al muro, ti abbraccerei, lascerei scorrere senza vergogne le mie lacrime, a lungo ingoiate, ti chiederei di raccontarmi come ce l’hai fatta, solo, di spiegarmi le ragioni delle tue indifferenze, della tua vita privata, custodita come una proprietà militare, con tanto di recinzione elettrificata e cartelli di limite invalicabile che, se adesso mi avvicino troppo, spari a vista.

Ti direi che inconsapevolmente mi hai guarito da dolorose ferite, così semplicemente, senza che ti dicessi niente, senza che tu chiedessi niente, ma parlando con i tuoi modi spensierati, le battute, dei tuoi viaggi, dei fantasmi, dei tuoi film assurdi e delle mele succulente di Biancaneve. Ti farei vedere come ho imparato a ridere di nuovo, non più come una volta… quelle risate spensierate non ci sono più, ma in un modo diverso, più maturo, più sommesso, più consapevole che la tristezza spesso ci fa visita e non si dimentica di noi. Ti direi che mi è rimasta quella opprimente sensazione che tutto finisce, così da un momento all’altro, senza avvertimenti, nè annunci ai quattro venti, che mi sembra che, ogni tanto, qualcuno lo sussurri, sghignazzante e soddisfatto, nell’aria.

Ti direi che potresti fidarti di me, che non c’è niente di male a condividere i racconti degli sgambetti del destino, delle gomitate delle brutte esperienze, degli innalzamenti delle gioie e delle soddisfazioni. Ti sussurrerei che potresti finalmente abbattere le tue barriere inutili, le tue recinzioni di filo spinato ed io potrei curare le tue piaghe, come tu hai fatto con le mie.

Non ci sarebbero più urgenze, più telefonate salvifiche ai pronto soccorsi dell’anima. E al mattino successivo ci sarebbe ancora un mondo intero da vivere!

Giochi pericolosi

Telegiornale: foto segnaletica di un conoscente dal cognome ingombrante. Sapere che, questa stessa persona, che un po’ di anni fa mi serviva il caffè al bar, ha ucciso sua moglie per un regolamento di conti, è praticamente scioccante e vedere i luoghi, in cui sei stata, macchiati dai crimini mafiosi è ancora peggio… La sua faccia era circondata da una barba incolta e ormai diventata bianca per l’età. La sua cordialità e il suo sorriso oscurati o, forse, mai stati sinceri dietro il bancone da lavoro: solo facciata, una fredda e calcolata facciata di circostanza!

Ho vissuto in una terra difficile, ostile e accogliente allo stesso tempo. Ci sono voluti tanti anni per abituarmici, provenendo da posti più tranquilli, nei quali la cosa più eccitante che potesse succedere era la chiusura di qualche negozio o l’interruzione di qualche strada per lavori in corso, dove se si cadeva col motorino e ci si rompeva un braccio, il Comune, facendo un repentino mea culpa, ti risarciva. Ma nella nuova terra era tutto più difficile ed io, dopo anni di sofferenze, avevo accettato quella realtà. Avevo iniziato a costruirmi delle amicizie… sì costruirmi è un verbo che si adattava benissimo all’ambiente, in quanto queste le dovevi cementare giorno dopo giorno, lisciare, stuccare, ridipingere, risaldare di nuove emozioni, ricreare quando qualcuno se ne andava. Nel mio gruppo c’era più di una persona orfana di padre, perduto violentemente perchè personaggio scomodo… E io questa cosa non riuscivo ad accettarla. Non riuscivo ad accettare l’omertà, che trasudava vergogna e paura allo stesso tempo. Non riuscivo a capire come l’unica soluzione fosse la vendetta personale, il venire a scuola con una pistola infilata nei pantaloni “perchè non si sa mai”, “perché se qualcuno ha ucciso tuo padre, potrebbe benissimo decidere di uccidere te” a 17 anni… quella pistola, il cui calcio creava un notevole rilievo sotto la t-shirt e che, urtando per caso, mi aveva fatto ghiacciare il sangue. Non riuscivo a sopportare l’odio e il rancore, l’uscire con il sospetto di essere seguito, controllato, la paura di farti vedere in giro con qualcuno che aveva solo la colpa di essere il figlio di, ma che con le colpe del padre non c’entrava niente.

Adesso sono ritornata nella mia terra, ma il sentire certe notizie mi brucia ancora. Mi fa venir voglia di urlare, di combattere, di prendermela con chi ancora permette tutto ciò. IO NON CI STO!!! E non ho paura di gridarlo adesso, come  allora, quando sola in piedi in quell’aula combattevo le mie battaglie contro una forza più forte di me! Che illusione, che ingenuità!

Perchè permettiamo tutto ciò? Quando ci sarà la fine di tutta questa violenza? Quando non se ne farà più una questione di onore e si risolveranno i problemi con civiltà?

Scusate l’impulso rabbioso che non mi fa frenare la lingua… io voglio scendere da un mondo così!

Aria di casa mia…

Ripenso alle giornate primaverili, quando si tornava da scuola in bicicletta. Ricordo quella strada in discesa, quei tre km che portavano fino a casa. Trattenuta in equilibrio dalle gambe esili e adolescenti, la mia bici scivolava, curvava, volava su quella bellissima sensazione di libertà immensa, in cui si alternavano i profumi della mia terra: i prati appena falciati, la profumata forsizia e le violette in fiore, i sughi e gli arrosti nelle affamate e impazienti cucine delle case che mi correvano di lato. Avrei potuto percorrere la strada e la familiare rotatoria all’infinito, a occhi chiusi, senza mani, girando poi a destra, per salutare l’insegna immobile della fabbrica di coltelli e forbici. Continuando a pedalare con la tiepida brezza, che mi accarezzava la fronte, scompigliando la frangia e i lunghi capelli, incrociavo i ridenti campi di immature pannocchie, non ancora innamorate dal sole estivo e mi perdevo nell’ammirare i papaveri, che facevano capolino da capricciosi cigli stradali. La mia bici mi accompagnava con un gracchiante rumore, che gareggiava col sibilo del vento nelle orecchie. L’ampio serbatoio a fungo svettava appena usciti dal lungo rettilineo e, facendo da vedetta alla lieve curvatura a sinistra della strada, controllava le basse acque limpide della roggia, che gli bagnava le scarpe. Quelle acque, adesso separate da una parapetto stradale, avevano salvato, tanti anni prima, mia mamma da un sicuro e disastroso impatto con un’auto impazzita. E io tutte le volte le salutavo grata. Ricordo che, in quel punto ben preciso, i miei piedi si staccavano involontariamente dai pedali e convincevano le gambe a rimanere ciondoloni.

L’insegna che indicava l’ingresso al paese lasciava esclusa qualche casa unifamiliare che si vantava di sorgere a cavallo tra due Comuni. Io abitavo sulla strada principale, quella di maggior passaggio e più facilmente raggiungibile dalle zone circostanti. La lunga serie di villette si preparava a dar bella mostra di sé, con i loro giardini ben curati, i cani addomesticati e le altalene dondolanti, che aspettavano intrepide il ritorno dei bambini da scuola. La via, che continuava diritta fino alla piazza del paese, incrociava quella che portava al quartiere popolare, in cui spesso ci si riuniva per giocare. Ma io procedevo dritta, per andare finalmente a casa, con la pancia borbottante per la fame e lo zaino mal assicurato al portapacchi posteriore. Subito sulla sinistra si presentava l’officina del meccanico del paese, mentre a destra la casa di Bacco, quella dai mattoncini rossi a vista, quella verde, quella bianca con le ringhiere e le tapparelle blu della Libera, quella di Sergio lo spilungone e infine la mia, con l’ampio cortile in ghiaia senza cancelli e recinti e il marciapiede, in mezzo a lunghi filari di rose, che invitava i visitatori ad entrare fino al portone d’ingresso. Casa mia, bianca, semplice, accogliente, con un’alta vetrata, che abbracciava le scale d’ingresso e con un meraviglioso prato verde nel cortile posteriore, dove spesso si giocava a pallavolo, a nascondino, dove si perdevano le ciabatte per un tiro furtivo al pallone, essendo sopraffatti dalla frenesia di scendere dagli amici senza avere il tempo e la pazienza di mettersi le scarpe da ginnastica.

Qualche volta ritorno a percorrere quella stessa via con la bicicletta. Adesso non cigola più, è dotata di cambio per regolarne la velocità e la fatica.  La fabbrica di coltelli è ancora lì, dopo il passare di tutti questi anni, la rotatoria è percorsa da macchine sempre di fretta e il vecchio serbatoio è in disuso, ma io saluto lo stesso le vivide acque della roggia. Ancora ricordo i nomi dei proprietari delle varie case e guardando dietro i cancelli mi chiedo dove si trovino adesso alcuni dei loro bambini ormai cresciuti. Passando di là, noto qualche albero abbattuto e qualche giardino cementato, le mamme, ormai invecchiate, annaffiano solo i fiori in fila in aiuole ben ordinate. I cortili non risuonano più di voci ingenue e chiassose, i cani abbaiano al postino o rimangono pigramente distesi a godersi l’aria primaverile, mentre la zona erbosa del quartiere popolare si è svuotata e si anima qualche volta di voci straniere.

I profumi, che evocano ancora i miei ricordi, sono lì sempre presenti e mi fanno sospirare ogni volta, desiderando di ritornare bambina.

E il resto non conta…

E ti osservo, ti vedo lì, distante, chiuso, indifferente. Non ci si può sempre perdere ad immaginare cose che sarebbero potute accadere e invece non sono accadute. Sognavi  una lunga corda che porta sulle nuvole, come una magica pianta di fagiolo, sulla quale ti potevi arrampicare. Pensavi di arrivare in cima, di lasciarvi la tua disperazione, la tristezza, che avevi racchiuso ostinatamente dentro uno zaino traboccante, e di alleggerirti le spalle, tirando un bel sospiro prima di scendere risollevato.

E invece no!

Sei lì cupo, angosciato, mentre ti ostini ancora a pensare a lei, unica persona importante, che non ricambia, che non prova gli stessi tuoi sentimenti. Ti ostini a tenderle una mano, quella mano che deciderà di non afferrare mai, a donarle un sorriso, un saluto che rimarrà ignorato. E la tua tristezza aumenta e la tua corda nel cielo si sfalda, si fa sempre più sottile, diventa come quel delicato e profumato capello che vorresti ritrovare appiccicato vicino al taschino della giacca e che, tenendo tra le mani, ti riporterebbe a lei.

E ti senti sbagliato. La notte ripensi al suo nome, ai tuoi dialoghi, alle tue battute scherzose e ti maledici, pensando di aver sbagliato tutto, la tempistica, le maniere, le frasi, le risate, i verbi. Reciti mille volte a bassa voce i vostri discorsi, tutte le parole perfettamente ordinate, impresse nella memoria, con le sfumature, i ritmi, le pause, gli accenti, con i capoversi, come una di quelle poesie, stampata sul sussidiario delle elementari, che, mentre la ripetevi, la mamma ti diceva di respirare a ogni virgola…. Appunto….

respira….

respira…

ancora….

inspira….

fai gonfiare il tuo petto

trattieni il fiato….

chiudi gli occhi….

adesso…

espira…

Ricorda…non c’è nessuna pianta di fagiolo, nessun luogo in cui posare i tuoi pensieri affaticati e i tuoi sentimenti delusi.

Ricorda… Per quanto un nome  possa essere evocativo di ricordi lontani, di sorrisi presi e dati, di ingenuità, di amori quasi sbocciati, di illusioni, rimane sempre un nome, un semplicissimo nome, che diventa persona solo se questa vuole far parte della tua vita, nella sua pienezza, assumendo il ruolo dell’amore o dell’amicizia, condividendo i tuoi stessi sentimenti, senza paure, senza vergogne, senza giudizi.

Ricorda…. una persona che ama non può essere sbagliata. Le cose vere, sincere, non hanno tempi, ritmi giusti. Pulsano e vengono fuori dalla bocca al solo ritmo del cuore e il registratore di questa attività cardio-sonora è solo l’espressione felice, sorpresa di chi riceve il tumulto del tuo dolce pensiero, della tua spontaneità. Solo chi capisce questo sarà in grado di apprezzarti e ti riterrà unico.

E il resto non conta.

E’ Pasqua!

colomba-buona-pasqua

Adesso, in questo tempo di Passione, mentre fuori piove, vedo gente privata di dignitosa vita, immagini di un mondo assetato di pace, solcato da passi di bimbi trattati come fardelli pesanti. Li sento gridare e tremare per la fame, mentre rabbrividisco alla visione della mensola della mia cucina, che si arricchisce vergognosamente di una colorata collezione di uova di cioccolato: è Pasqua!

Vedo richieste di riscatti, di terrificanti scambi, di vendite di uomini, innocenti o no, non ha importanza. Sento di delitti, di carneficine, mentre preparo il succulento pranzo di domani e già ho la nausea: è Pasqua!

Vedo ornamenti dorati e lumini, fedeli in processione, bande suonanti, bocche aperte su note latine che celebrano la salita al Golgota. Vedo la Croce riempita di baci umidi, raffreddati, truccati con rossetti sfavillanti. Uno dei tanti è il mio che non riesce a toccarLo, per paura di sporcarLo: è Pasqua!

Sento un distacco, la mancanza di entusiasmo, vedo immagini di una chiesa delegante, che non si priva della ricchezza materiale. Dov’è quel Papa sofferente dietro la gravosa Croce? Il suo incespicare e il suo andare adagio? Dove sono le lacrime, il sudore, la pioggia che bagna il suo copricapo? Dove la figura rappresentante il Cristo morente? Sento il rancore che mi turba l’anima, la mia povertà di spirito, il mio giudicare le cose dal mio punto di vista: è Pasqua!

Mi rifugio nel passato per un attimo e sento una mancanza forte e insopportabile di te, che eri la mia guida, del tuo sguardo languido, acquoso, che carezzava il viso sul quale si posava. Mi manca la tua dolcezza di padre, la tua severità e il tuo rigore di pastore. Mi manca la tua chiesa, fortemente voluta, chiesa di riscatto e di rifugio per i ragazzi di strada. Mi manca la scalinata, percorsa mille e mille volte ancora, affiancata dai sedili, disposti ad anfiteatro, per annullare le divisioni, le distanze, per parlare a tutti guardandoli negli occhi. Ci chiamavi per nome, a uno a uno, e di tutti noi sapevi la storia, gli inconfessabili segreti, le paure e le debolezze: è Pasqua!

Ti vedo claudicante e sofferente, prendere per l’ultima volta la Sua e la Tua Croce e fare il giro della chiesa in processione. Dicevi sempre che, il lato contrario a quello in cui è inchiodato Cristo è il posto che aspetta a colui che lo voglia seguire con fede. E tu, il tuo posto dietro le spalle di Gesù, l’hai preso volentieri, senza un lamento, senza una parola mentre durante la via Crucis le tue ginocchia, disubbidienti, tentavano di resistere e, a fatica, le obbligavi a prostrarti ad ogni stazione: è Pasqua!

Mi mancano le divise indossate per l’Occasione importante, le prove estenuanti, la perfezione ricercata della sfumatura del canto, che faceva accapponare la pelle, le note vibranti, gli acuti, le arpe, i violini, il pianoforte, il tuo volto soddisfatto, quando a occhi chiusi, sembrava che volasse fin lassù: è Pasqua!

Vedo il buio che si illuminava flebilmente al passaparola delle candele,  finché tutto era invaso dall’emozionante Luce divina. Mi manca l’acqua, che ospitava corpi di neonati, rinati a nuova Vita. Mi mancano gli applausi di gioia, lo scampanio, che annullava ogni rumore festante, le strette di mano, il calore comunitario. Mi manca la tua mano delicata, che sosteneva il Corpo di Cristo,  con fermo rispetto, con l’umile responsabilità del gesto, trasmissione dell’amore incondizionato di Cristo e per Cristo. Non c’era angolo della chiesa che rimanesse escluso dalla Sua visione: è Pasqua!

Mi manca la pienezza, la soddisfazione all’uscita della funzione, la fede salda che inizia a zoppicare e la voglia di gridare a questo mondo: è Pasqua, è risorto il Redentore!

 

Che il mio augurio di una buona Pasqua ti arrivi fin lassù. Ciao Don…

 

Nonostante qualche mia nota di tristezza auguro a tutti una Pasqua di pace, almeno nel nostro piccolo.

 

 

 

 

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