Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

“Revenge of the goldfish”

Sono entrata in una nuova libreria, in punta di piedi, come si entra in chiesa la domenica della Prima Comunione. Nel momento in cui ho varcato la porta, mi sono sorpresa emozionata. E’ come se, nei giorni precedenti, non fossi niente e poi tutto d’un tratto ero parte di qualcosa che rendeva diverso un giorno banale, facendogli assumere un carattere solenne. Era da un po’ di tempo che cercavo un libro, sapevo che l’avrei trovato e che non potevo sbagliarmi, del resto la copertina aveva un’immagine inconfondibile e io me la ricordavo perfettamente. L’unica cosa, la più importante che mi era sfuggita di mente era il titolo. Non so perchè, ma ogni volta succede così: fuori ricordo tutti i titoli dei libri che ho intenzione di comprare poi, una volta dentro la libreria, il mio cervello fa tabula rasa e io mi ritrovo a girovagare smarrita in cerca di qualcosa che aiuti la mia smemorata memoria. Sarà stata la particolare grandezza del luogo oppure la ricchezza dei titoli che offriva, ma non riuscivo a concentrarmi, a fare mente locale. Sembrava che anche gli scaffali colmi di libri, che si accalcavano ansiosi uno sull’altro per mettersi in mostra, aspettassero solo che i miei occhi ne scegliessero uno e vi sprofondassero. Non c’è stato libro che non ho passato in rassegna e scaffale che non ho ripulito dalla polvere, facendo scorrere avanti e indietro tutti i testi che sembrava potessero avere colori affini a quello che cercavo.

Ma niente…

Per un solo attimo mi era balenata  l’idea di presentarmi dalle commesse per chiedere indicazioni, ma la sola immagine di me, che cercava di descriverne con minuzia di particolari la copertina e i suoi colori, mi sembrava tremendamente assurda e ridicola. Ho sempre pensato, infatti, che le commesse delle librerie abbiano la passione recondita da farle immergere in letture appassionate, alle spalle di inconsapevoli clienti paganti e la fortuna di conoscere tutti i testi prima ancora di metterli in esposizione. Perciò immaginavo già l’ilarità e la compassione che potevo suscitare presentandomi senza alcun sentore di ciò che volevo realmente. Così ho continuato imperterrita a cercare per lungo e largo. In fondo era piacevole stare lì, mi sentivo a mio agio, accolta da quegli amici silenziosi e colti, che, al contrario di quelli fatti di pelle e ossa, sanno cos’è l’umile condivisione del sapere e ne traggono piacere, senza invidia né vergogna. Senza rendermene conto, era già passata un’ora, dovevo sbrigarmi oppure andare via e tornare con il titolo stampato in un bel foglio, se non riuscivo a stamparlo nella mente. Nel preciso momento in cui avevo deciso di uscire, una commessa stava venendomi incontro.  Quale occasione migliore, se non l’ultima, che mi potevo concedere prima di andare via? Così ho preso il coraggio e con un “scusi posso chiederle un’informazione?” ho iniziato la mia opera di spiegazione, al pari di un critico d’arte intento a descrivere le meraviglie celate dietro al quadro della Gioconda di Leonardo. Mi stavo avventurando in una delicata opera di collage di immagini, colori e forme, riuscendo anche ad azzeccare il sinonimo di una parola presente nel titolo. Non male rispetto alle premesse iniziali! Anzi mi convincevo sempre di più che la commessa, con un immenso sorriso, mi avrebbe indicato la collocazione esatta dell’opera…

Niente di tutto ciò.

Il suo viso invece si piegava, la fronte si aggrottava e la bocca si contorceva in evidenti segni di smarrimento e di confusione, come se io cercassi la copertina di un libro mai stampato. Dopo aver digitato sonnolentemente al computer e interrogato la collega, senza alcun risultato, mi ha guardato, ruotando il capo a destra e a sinistra, mostrandomi l’assurda evidenza della mia richiesta. Dunque non aveva più senso rimanere lì. Oltre l’insuccesso, dovevo tenermi stretti la brutta figura e i visi perplessi degli altri clienti. Mi sono girata su me stessa e il mio sguardo si è posato sopra un carrello, in cui la mia assurda richiesta si era magicamente materializzata. Ho subito preso il libro tra le mani e gongolante mi sono ripresentata alle casse, con un ” te l’avevo detto io” visivamente leggibile tra le pieghe del mio sorriso trionfale.

La descrizione che avevo fatto era perfetta, inconfondibile! Una brava e preparata commessa non avrebbe potuto sbagliare, ne sono certa! Quel libro ce l’aveva lì davanti. Lei stessa avrà sicuramente aperto il cartone che conteneva le varie copie e le avrà accuratamente impilate l’una sull’altra insieme ad altri titoli noti. Ma forse l’avrà fatto sbuffando per il nuovo carico di lavoro arrivato, senza la curiosità di sbirciare dentro quelle pagine, di capire cosa c’entrasse quel dentro con quel fuori.

 

Unica frase per discolpare la sua ignoranza: “non avrei mai pensato a quello!”.

Unico mio pensiero: ” ho nostalgia delle minuscole librerie di una volta, che odoravano di polverosa curiosità, quelle con la luce naturale che illuminava debolmente l’atmosfera magica degli scaffali, con il libraio chino su un testo, di volta in volta, diverso e che qualcuno, prevedendo i tempi moderni,  chiamava, a buon diritto, il lettore dell’anima.”

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4 pensieri su ““Revenge of the goldfish”

  1. La commessa, più che stronza, poco appassionata.
    Bel post!
    Belli, “i lettori dell’anima”!

    : )
    r.

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  2. Hai proprio ragione! Per due motivi:
    1. Il Tu è assolutamente d’obbligo!!!! 🙂
    2. Ieri, mentre cercavo nel web un’immagine che ricordasse le antiche librerie, mi sono imbattuta in questo articolo:
    http://www.michelamurgia.com/di-cultura/libri/storia-di-pagine-strappate. Per me il libraio vero riesce a strabiliarti e l’unica cosa che, una volta che finisci il libro, riesci a dire è “aveva ragione”.
    Il film che citi me lo ricordo molto bene, ma mi sembra che a trionfare alla fine sia stato “solo” l’amore e non l’antica affidabilità della libreria dietro l’angolo.

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  3. La tua storia (consentimi di darti del Tu…!!!) mi ha ricordato un film con Tom Hanks e Meg Ryan , C’è posta per te del 1998 mi sembra!
    In questo film c’è il confronto/scontro tra grandi librerie e piccole librerie, nei primi, nei supermercati dei libri, si tratta la cultura come una qualsiasi altra merce e le commesse sono abituate a trattare i libri come una scatola di pelati o un pacco di biscotti, probabilmente hanno la stessa formazione merceologica, solo che, forse, dei biscotti sanno dirti come sono perchè li hanno assaggiati, i libri forse li hanno “assaggiati un pò meno…!
    Mentre nella piccola libreria, quasi sempre a conduzione familiare, le migliori ereditate dai padri, già l’acquisto è differente, non si può acquistare tutto, bisogna scegliere e per scegliere bisogna selezionare e per selezionare bisogna conoscere, di conseguenza il rapporto con il libro è differente, differente in molti sensi…

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