Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Spaventapasseri

Mi ritrovo a fare i conti con questa immensa tristezza. Pesante, opaca come una fitta nebbia nelle uggiose giornate di novembre. E’ come se mi svuotasse giorno dopo giorno, come se riuscisse a contare ogni singolo granello del mio enorme deserto di solitudine, di incomprensione, di scarsa considerazione. Mi sento di aver dato tanto, troppo. Adesso sono come uno spaventapasseri a cui è stata tolta la paglia, utilizzata per più nobili cause.

Me la ricordo ancora com’era quella paglia prima che tu la lasciassi inaridire.

Era un verde prato che faceva da sostegno al tuo stanco corpo, era un giardino odoroso, nascosto agli occhi della gente, in cui venivi a rifugiarti. Fresco e gioioso ti raccontava dell’arrivo della primavera, quando la magnolia era in fiore, come la mia dignità. Ti divertiva camminare sopra i fiori caduti, con il più fortunato tra le mani, che girava vorticosamente tra le tue dita. Ogni anno la facevo rifiorire imperterrita, per te, per farmi calpestare nuovamente, sprigionando la mia essenza migliore, il mio candido profumo. In estate ti donavo l’oleandro, la diffidenza. Tu lo potavi con molta cura, affinché non ne crescesse troppa tra di noi e non spingesse i suoi rami oltre terreni difficili da raggiungere. Controllavi che avesse sempre della buona acqua di superficie per non farle affondare le radici alla ricerca di una fonte più profonda e incontaminata.  In realtà avevi paura che affondasse nella verità della tua vera essenza e una volta compresa, ne potesse morire. In autunno lasciavi crescere l’erica. Io e la mia solitudine ci facevamo compagnia. Lunghe giornate a guardare fuori dalla finestra la rinfrescante pioggia settembrina, che  irrigava i suoi fiori penduli e le lacrime le mie guance. La caducità delle mie certezze si impadroniva dei colori della natura, tutto diventava una variegata giostra di scricchiolanti gialli, rossi e marroni. L’inverno ormai alle porte preannunciava periodi duri, mentre la camelia ti assicurava il mio completo e assoluto abbandono ai tuoi desideri…

In realtà non sei mai stato un bravo giardiniere, non ti sei mai preso cura del tuo operoso e instancabile giardino. Così lentamente, giorno dopo giorno, hai deciso di trascurarlo. Stanco e annoiato non ti sei più compiaciuto per i suoi splendidi colori, il suo profumo ti infastidiva e la potatura delle erbacce ormai diventava per te inutile. Hai lasciato che l’ostinazione della gramigna avesse il sopravvento senza strapparla via.

Ti ho visto rimettere piede in quel giardino, ho pensato che volessi rimetterti all’opera, in fondo era una bellissima giornata di sole. Invece no, hai maledetto i vecchi fiori appassiti, li hai insultati, calciati, strappati. Sudato, hai falciato qualsiasi cosa intralciasse il tuo andare spedito. Hai fatto un bel mucchio di tutte quelle mie speranze, di tutte le attese, la bellezza, la gioia, la felicità, i sorrisi, il luccichio degli occhi, la mia considerazione, i buoni proposito, la pazienza e li hai messi a seccare al sole della tua arroganza e della tua superiorità, per farli diventare l’imbottitura del tuo spaventapasseri, fantoccio dell’amore perduto. A che serve, senza giardino, senza fiori e piante da difendere?

Di quel fantoccio, abbandonato sul freddo cemento che ha ricoperto il nostro giardino, è rimasta una camicia logora e un vecchio cappello sfilacciato. La paglia? Forse data in pasto a qualche ruminante, che ostinatamente cerca ancora di digerirla!

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