Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Aria di casa mia…

Ripenso alle giornate primaverili, quando si tornava da scuola in bicicletta. Ricordo quella strada in discesa, quei tre km che portavano fino a casa. Trattenuta in equilibrio dalle gambe esili e adolescenti, la mia bici scivolava, curvava, volava su quella bellissima sensazione di libertà immensa, in cui si alternavano i profumi della mia terra: i prati appena falciati, la profumata forsizia e le violette in fiore, i sughi e gli arrosti nelle affamate e impazienti cucine delle case che mi correvano di lato. Avrei potuto percorrere la strada e la familiare rotatoria all’infinito, a occhi chiusi, senza mani, girando poi a destra, per salutare l’insegna immobile della fabbrica di coltelli e forbici. Continuando a pedalare con la tiepida brezza, che mi accarezzava la fronte, scompigliando la frangia e i lunghi capelli, incrociavo i ridenti campi di immature pannocchie, non ancora innamorate dal sole estivo e mi perdevo nell’ammirare i papaveri, che facevano capolino da capricciosi cigli stradali. La mia bici mi accompagnava con un gracchiante rumore, che gareggiava col sibilo del vento nelle orecchie. L’ampio serbatoio a fungo svettava appena usciti dal lungo rettilineo e, facendo da vedetta alla lieve curvatura a sinistra della strada, controllava le basse acque limpide della roggia, che gli bagnava le scarpe. Quelle acque, adesso separate da una parapetto stradale, avevano salvato, tanti anni prima, mia mamma da un sicuro e disastroso impatto con un’auto impazzita. E io tutte le volte le salutavo grata. Ricordo che, in quel punto ben preciso, i miei piedi si staccavano involontariamente dai pedali e convincevano le gambe a rimanere ciondoloni.

L’insegna che indicava l’ingresso al paese lasciava esclusa qualche casa unifamiliare che si vantava di sorgere a cavallo tra due Comuni. Io abitavo sulla strada principale, quella di maggior passaggio e più facilmente raggiungibile dalle zone circostanti. La lunga serie di villette si preparava a dar bella mostra di sé, con i loro giardini ben curati, i cani addomesticati e le altalene dondolanti, che aspettavano intrepide il ritorno dei bambini da scuola. La via, che continuava diritta fino alla piazza del paese, incrociava quella che portava al quartiere popolare, in cui spesso ci si riuniva per giocare. Ma io procedevo dritta, per andare finalmente a casa, con la pancia borbottante per la fame e lo zaino mal assicurato al portapacchi posteriore. Subito sulla sinistra si presentava l’officina del meccanico del paese, mentre a destra la casa di Bacco, quella dai mattoncini rossi a vista, quella verde, quella bianca con le ringhiere e le tapparelle blu della Libera, quella di Sergio lo spilungone e infine la mia, con l’ampio cortile in ghiaia senza cancelli e recinti e il marciapiede, in mezzo a lunghi filari di rose, che invitava i visitatori ad entrare fino al portone d’ingresso. Casa mia, bianca, semplice, accogliente, con un’alta vetrata, che abbracciava le scale d’ingresso e con un meraviglioso prato verde nel cortile posteriore, dove spesso si giocava a pallavolo, a nascondino, dove si perdevano le ciabatte per un tiro furtivo al pallone, essendo sopraffatti dalla frenesia di scendere dagli amici senza avere il tempo e la pazienza di mettersi le scarpe da ginnastica.

Qualche volta ritorno a percorrere quella stessa via con la bicicletta. Adesso non cigola più, è dotata di cambio per regolarne la velocità e la fatica.  La fabbrica di coltelli è ancora lì, dopo il passare di tutti questi anni, la rotatoria è percorsa da macchine sempre di fretta e il vecchio serbatoio è in disuso, ma io saluto lo stesso le vivide acque della roggia. Ancora ricordo i nomi dei proprietari delle varie case e guardando dietro i cancelli mi chiedo dove si trovino adesso alcuni dei loro bambini ormai cresciuti. Passando di là, noto qualche albero abbattuto e qualche giardino cementato, le mamme, ormai invecchiate, annaffiano solo i fiori in fila in aiuole ben ordinate. I cortili non risuonano più di voci ingenue e chiassose, i cani abbaiano al postino o rimangono pigramente distesi a godersi l’aria primaverile, mentre la zona erbosa del quartiere popolare si è svuotata e si anima qualche volta di voci straniere.

I profumi, che evocano ancora i miei ricordi, sono lì sempre presenti e mi fanno sospirare ogni volta, desiderando di ritornare bambina.

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: