Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Giochi pericolosi

Telegiornale: foto segnaletica di un conoscente dal cognome ingombrante. Sapere che, questa stessa persona, che un po’ di anni fa mi serviva il caffè al bar, ha ucciso sua moglie per un regolamento di conti, è praticamente scioccante e vedere i luoghi, in cui sei stata, macchiati dai crimini mafiosi è ancora peggio… La sua faccia era circondata da una barba incolta e ormai diventata bianca per l’età. La sua cordialità e il suo sorriso oscurati o, forse, mai stati sinceri dietro il bancone da lavoro: solo facciata, una fredda e calcolata facciata di circostanza!

Ho vissuto in una terra difficile, ostile e accogliente allo stesso tempo. Ci sono voluti tanti anni per abituarmici, provenendo da posti più tranquilli, nei quali la cosa più eccitante che potesse succedere era la chiusura di qualche negozio o l’interruzione di qualche strada per lavori in corso, dove se si cadeva col motorino e ci si rompeva un braccio, il Comune, facendo un repentino mea culpa, ti risarciva. Ma nella nuova terra era tutto più difficile ed io, dopo anni di sofferenze, avevo accettato quella realtà. Avevo iniziato a costruirmi delle amicizie… sì costruirmi è un verbo che si adattava benissimo all’ambiente, in quanto queste le dovevi cementare giorno dopo giorno, lisciare, stuccare, ridipingere, risaldare di nuove emozioni, ricreare quando qualcuno se ne andava. Nel mio gruppo c’era più di una persona orfana di padre, perduto violentemente perchè personaggio scomodo… E io questa cosa non riuscivo ad accettarla. Non riuscivo ad accettare l’omertà, che trasudava vergogna e paura allo stesso tempo. Non riuscivo a capire come l’unica soluzione fosse la vendetta personale, il venire a scuola con una pistola infilata nei pantaloni “perchè non si sa mai”, “perché se qualcuno ha ucciso tuo padre, potrebbe benissimo decidere di uccidere te” a 17 anni… quella pistola, il cui calcio creava un notevole rilievo sotto la t-shirt e che, urtando per caso, mi aveva fatto ghiacciare il sangue. Non riuscivo a sopportare l’odio e il rancore, l’uscire con il sospetto di essere seguito, controllato, la paura di farti vedere in giro con qualcuno che aveva solo la colpa di essere il figlio di, ma che con le colpe del padre non c’entrava niente.

Adesso sono ritornata nella mia terra, ma il sentire certe notizie mi brucia ancora. Mi fa venir voglia di urlare, di combattere, di prendermela con chi ancora permette tutto ciò. IO NON CI STO!!! E non ho paura di gridarlo adesso, come  allora, quando sola in piedi in quell’aula combattevo le mie battaglie contro una forza più forte di me! Che illusione, che ingenuità!

Perchè permettiamo tutto ciò? Quando ci sarà la fine di tutta questa violenza? Quando non se ne farà più una questione di onore e si risolveranno i problemi con civiltà?

Scusate l’impulso rabbioso che non mi fa frenare la lingua… io voglio scendere da un mondo così!

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4 pensieri su “Giochi pericolosi

  1. Tutto ciò potrà terminare soltanto quando si costituirà uno stato sociale che non esiste e che non supporta un adeguato riconsolidamento del senso civico delle persone. Putroppo e a malincuore, credo che una situazione del genere, giunta ad unlivello così diffuso, difficilmente potrà essere arginata.
    Fino a quando ci saranno luoghi e regioni lasciate alla mercè dei prepotenti e abbandonati da Dio e da gli uomini ( penso ad esempio alla Calabria estrema) senza sostegno dello Stato, e non solo economico, l’humus continuerà ad essere estremamente fertile. Purtroppo! E nell’impotenza di reagire, comprendo la tua rabbia!

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    • Sì è quello che penso anche io. La mia seconda patria è una terra bellissima, con delle persone bellissime e piene di umanità, di gioia di vivere, di iniziative. Il problema è che però viene conosciuta solo per la parte marcia, che ogni tanto emerge e che i telegiornali enfatizzano. Io non ho mai avuto paura di uscire sola la sera, come in qualunque altra ora della giornata. Non ho mai visto niente di eclatante, tranne il fatto su citato, anche se il mio compagno di classe “faceva parte dei buoni” e aveva paura di vivere tranquillo dopo la morte del padre, noto avvocato della zona, freddato perchè non faceva certi interessi. La mafia si mescola con la gente comune e tu non ti rendi conto di aver parlato con loro, se non dopo che li vedi al telegiornale. E pensare che ti erano anche sembrati gentili. Perchè non sei nel loro tiro sanno anche essere generosi e insospettabili. E’ questo il problema e la paura che incutono. Un male sommerso… Non sentirsi difesi e tutelati dallo Stato è disarmante e io mi sono sempre sentita impotente.

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  2. Come hai ragione. Tutto ciò deve smettere, non ha senso!

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