Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “maggio, 2012”

Nulla………………………………

Sono il nulla. Mi percepisci attraverso la forma che assume il materasso sotto le lenzuola, che disegnano rughe, increspature distinte ad ogni mio movimento, mentre il cuscino, sotto il peso della mia nuca, è diventato ormai scultura amorfa. Sono il nulla, quando i miei passi fanno rumore dietro ai tuoi, quando ti giri e senti solo un respiro, ma non mi vedi. Sono il nulla, mentre facciamo colazione e il rumore del caffè che gorgoglia copre i miei buongiorno. In realtà tu sei già preso dai tuoi lunghi e frenetici monologhi, nei quali la cosa importante è la quantità di parole emesse in un minuto. Non importa come, non importa cosa, importa il suono della tua voce che troneggia, il dire per dovere, senza condivisione, senza approvazione, senza intesa. Sono il nulla, mentre le tue parole sono già proferite, le tue decisioni già prese, passando attraverso altre orecchie prima di arrivare alle mie.

Sono un nulla che è servito come mezzo, un nulla usato, arrugginito e rottamato. Sono il nulla che ti passa accanto e che decide di parlarti ogni tanto, il nulla che ostinatamente ancora abbracci… Ma, pensaci, se si abbraccia il nulla, si abbraccia sé stessi, si stringe esclusivamente il proprio corpo, ci si prende la schiena a mani aperte, ci si copre le spalle, con un atto egoistico difficile da mascherare.

E allora lasciami nulla, ma lasciami vera. Non intaccarmi con la tua falsa superiorità, non vivo di gare che si concludono su podi di grandezza, non aspiro a tagliare i traguardi per prima.

Lasciami nulla, lasciami libera. Il mio piccolo mondo mi aspetta e mi apprezza….Lasciami nulla, lasciami vera.

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Il peso dell’anima…

Che difficile scrivere  in questo periodo. La testa è completamente svuotata, se penso risuona dentro di me un’eco lontana che mi mette tristezza. Ricordo di aver provato la felicità una volta, quella travolgente, quella che ti fa girare la testa o che ti fa ridere e cantare a squarciagola, infischiandotene se qualcuno ti vede, ti sente e ti prende per matta. Ricordo che ho camminato sospesa a mezz’aria, col sorriso sempre stampato in faccia. Io immagine di positività, di gaiezza, mi guardavo allo specchio e l’altra me mi sorrideva soddisfatta, contenta, appagata. I miei lineamenti sprigionavano quella felicità luminosa che mi avvolgeva come un’aurea. Ad un tratto quello specchio si è rabbuiato, appannato da un vapore pesante, soffocante. Adesso i miei lineamenti iniziano a cadere verso il basso, gli angoli della bocca si curvano, gli occhi si spengono e tutta l’immagine perde colore, assumendo la tonalità del grigio spento. Gocciolo serenità perdendola negli interstizi delle mattonelle del bagno, scorrono nei forellini dello scarico della doccia. Io mi svuoto come fossi uno degli uomini di gomma di Miyazaki, perdo peso, mi sciolgo, lascio la pelle che si affloscia pesante sul pavimento.

Osservo la scena dall’alto, non  so con che cosa, se con gli occhi o con l’anima staccata dal corpo. E mi vedo lì accasciata, inerme, con il mio involucro bianco sgualcito che contrasta con i colori circostanti, come se fossi stata risucchiata dal pavimento e poi riadagiata in maniera scomposta. Mi giro intorno, mi guardo da diverse angolazioni, cosa ci fai così? reagisci, rialzati!

Vedo che dentro di me è rimasta una fiammella, si riaccende a tratti, è fioca, debole, delicata e basta una piccola folata di vento per rischiare di perderla, di spegnerla. Così da fuori di me la ricopro gelosamente, la custodisco, non è ancora pronta per riemergere, per scaldare, almeno finché non avrà la forza di affrontare il mondo con lo stesso coraggio di prima. Senza accorgermene mi riadagio sopra di me, dentro di me e il mio spirito si rifonde in tutt’uno con il corpo… riprendo vita, con un sospiro, mi rialzo, mi gira la testa, ho la nausea, ricado con un tonfo e sento un dolore acuto alle ginocchia… in fondo l’anima ha il suo peso, penso.

Knifeville!

Knifeville, 1907, città che danza sulle note dei battiferri, suoni che preannunciano prestigio e sviluppo economico. I visi seri per l’importanza dell’evento, ordinati per altezza, gli uomini dietro, poi le donne e i bambini seduti in prima fila:  click! una foto in bianco e nero, tocco delicato per orecchie abituate a registri ferrigni e tonalità metalliche.

La fabbrica è un continuo andirivieni di garzoni che, raggiungono a malapena gli otto anni d’età, sporchi, stanchi, anneriti portano il materiale su carriole. Il loro sudore si mescola all’acre odore del ferro battuto, della fucina e dei magli verticali e a testa d’asino che continuano imperterriti con il loro battere e levare. Tutt’intorno è fermento e cenere, tutt’intorno è frenesia e calore.

Sblengh, il maglio si accanisce sul ferro rovente da forgiare, l’acqua della roggia non gioca più con la ruota tra corse agitate e fermate repentine perchè il progresso ha portato l’energia elettrica che tutto muove, persino il mantice fa sbuffare in un modo diverso. Il fabbro muove sapientemente il pezzo e lo trasforma da informe a singolare opera d’arte: pala, falce, zappa, martello, scure, spada vengono affiancati da forbici e coltelli fatti in serie. La vecchia maniera di molare il pezzo, a cavallo di una tavola di legno che, calibrata dal peso dell’artigiano, andava su e giù regolandone la pressione, viene soppiantata dalle fredde macchine e da operai allineati davanti le proprie postazioni. Tutti in fila, tutti con indosso la propria giacca o il proprio gilet, tutti che mangiano lo stesso panino e limatura, tutti che lavorano a testa bassa per ore infinite senza scambi di parole, senza sguardi, senza esigenze corporee da dover soddisfare… è tardi, la catena di montaggio non può aspettare. A casa la sera si porta con orgoglio in tavola il coltello col marchio, quello fatto dal vicino di casa, dal parente, dall’amico, dal papà che lavora nelle prestigiose Coltellerie Riunite.

Knifeville, 2012, città del coltello, passata al taglio laser e alle macchine a controllo numerico, all’assoluta precisione nel controllo della temperatura, agli acciai speciali, ai materiali ad alta resa, ai diritti del lavoratore, ai tappi per attutire i rumori, alle otto ore. Hai saputo elevare la tua importanza, la tua fama è arrivata ad Hollywood, grazie soprattutto alle mani vivaci di coloro che hanno continuato a lavorare, in serie o artigianalmente. La vecchia fabbrica è diventata adesso museo, in cui rivivono, tra gli allestimenti di acciaio COR-TEN, le antiche botteghe del “favri da gros” e del “favri da fin”. Tutto è avvolto da un’atmosfera che riporta indietro nel tempo, le pinze, le pietre abrasive, le incudini, le finestre affumicate per custodire i segreti del mestiere, gli attrezzi per l’affilatura, il magnetizzatore delle lame, così come il ritmo incessante del martello che risuona nelle sale espositive.

Se ti fermi per un attimo puoi persino sentire il movimento d’aria provocato del garzone in corsa che ti passa accanto, portando con sé schegge di un sapere antico…

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(No) need to argue

Oggi, un bimbo mi chiede: “Ma il cuore sta sempre nello stesso posto, oppure, ogni tanto, si sposta? Va a destra e a sinistra? “. Io: “No, il cuore resta sempre nello stesso posto. A sinistra .. ” Ed intanto penso… .. Poi, un giorno, crescerai. Ed allora capirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza abitare, davvero, nessun luogo. Ti sale in gola, quando sei … emozionato. O precipita nello stomaco, quando hai paura, o sei ferito. Ci sono volte in cui accelera i suoi battiti, e sembra volerti uscire dal petto. Altre volte, invece, fa cambio col cervello. Crescendo, imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani. E, il più delle volte, ti tornerà indietro un po’ ammaccato. Ma tu non preoccupartene. Sarà bello uguale. O, forse, sarà più bello ancora. Questo, però, lo capirai solo dopo molto, molto tempo. Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più, un cuore…

Il mio cuore tante volte è uscito dal mio corpo, pulsando emozionato per un tempo interminabile, veniva da te e scandiva le tue giornate. Non più alla sinistra del mio petto, trovava riposo tra le tue mani. Io te lo avevo affidato senza riserve e mi avevi promesso che non lo avresti maltrattato. Poi un giorno all’improvviso l’hai preso e l’hai messo fuori dalla porta. Senza pane né acqua, senza cucce, coperte, né spiegazioni. Allora il mio cuore sgomento ha provato ad aspettare, si è accucciato, si è rialzato, si è ciondolato di qua e di là sullo zerbino per perder tempo, ha abbaiato il suo amore, ha guaito disperato per paura di perderti, per paura di non aver dimostrato abbastanza. Poi si è mosso, ha capito, ti ha girato le spalle e ha camminato senza meta,  lanciandosi subito dopo in una folle e triste corsa, a più non posso. Infine si è smarrito. A lungo si è trascinato e a testa bassa è riuscito a ritrovare la strada, è ritornato all’ovile come il figliol prodigo, lacerato, sanguinante, esanime. L’ho curato e appena ha ripreso completamente le forze gli ho fatto festa, gli ho preparato banchetti, gli ho imbandito le tavole coi cibi migliori e suonato musiche festose, affinché capisse quanto prima fosse lontano da casa, affinché comprendesse che ci sono mani che avrebbero saputo tenerlo con più delicatezza, bocche che gli avrebbero parlato con più dolcezza, sguardi che lo avrebbero guardato con più comprensione e cuori che avrebbero saputo donarsi a lui con il suo stesso slancio….

…Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più un cuore… non temere, tornerà…. in fondo aveva solo perso la strada di casa !

Fili e bottoni

Casa nostra era sempre invasa da stoffe di tutti i tipi che volteggiavano di qua e di là in una danza ritmica di colori. La macchina da cucire con il suo mobiletto ribaltabile bordeaux era in perenne movimento e il suo trot trot trot assomigliava tanto a una mandria di cavalli in fuga, quando tu, mamma, spingevi sul pedale. Solo adesso, se ci penso, mi rendo conto che c’è stato un periodo della mia vita in cui, se dovevo studiare, non riuscivo a sopportare neanche il volo di un moscerino ed è stato proprio il periodo in cui avevi smesso di cucire. Ricordo di non aver mai provato fastidio per quel rumore martellante, che accompagnava i miei pomeriggi, forse perché annullava tutti gli altri suoni, forse perché rappresentava la tua presenza costante, quando lavoravi amorevolmente dietro le mie spalle.

Trot trot trot io da bambina che ti imito, prendendo la stoffa e usando le dita come fossero una macchina da cucire,

trot trot trot la neve che cade, imbiancando il cortile di Sergio lo spilungone,

trot trot trot l’ora di bim, bum, bam, Mila e Shiro trot trot trot, “mamma non sentoooo!”

trot trot trot la gonna per la Libera, l’orlo per la Sabrina, trot trot trot il cappuccio per Gloriano, la casacca per Alessandro, il cerchietto imbottito per Silvia, il mantello per Maurizio, la tunica con le ampie maniche per me, il carnevale che incombe,

trot trot trot i cartamodelli che ricavi tu, in barba alle tue amiche che li ricopiano dal “Burda”,

trot trot trot le margherite punteggiano il prato.

Tutto era magia, il sole che batteva alla finestra e ci abbagliava, la gioia per il lavoro finito, i fili che ti si appiccicavano  ovunque, persino l’odore dell’olio che lubrificava le parti metalliche.

Trot trot trot… la tua passione, mamma, sacrificata per il bene degli altri,

trot trot trot la dedizione, la pazienza certosina, lo sforzo della vista, le tue abili mani,

trot trot trot il barattolo delle cerniere, dei bottoni e quello dei fili colorati, che rotolano ancora per terra, mentre io mi chino a raccoglierli e mi accorgo che adesso, sotto il tavolo, c’è un’altra bambina che gioca divertita,

trot trot trot l’ago che si inceppa, tu che ti deconcentri, avvolgi tutto in un fagotto e metti via…

trot trot trot  il tempo che vola, tu che imbianchi, tua nipote ti guarda con occhi rapiti e io che, negata, mi pungo un dito,  attaccando a malapena un bottone e, al contrario della bella addormentata, mi desto da questo sogno…

Grazie mamma!

Ditemi il nome di colui che non è più.

Come si chiama l’uomo che infrange tutte le promesse, che si trasforma in un’altra persona, che disprezza, sminuisce, fa sentire inutili, che, vomitando parole, umilia gravide mogli?

Come si chiama l’uomo che insulta, che sputa rabbia, che, subdolo, prepara tranelli per coglierti in flagrante ma, di fronte all’onestà, si sente spiazzato e medita vendetta?

Come si chiama l’uomo che si dimentica della tua importanza, del tuo valore, che ti rincorre per un lungo corridoio e ti afferra tirandoti dai capelli?

Come si chiama l’uomo che minaccia con gli occhi furenti di rabbia e le mani tremanti davanti al tuo volto, che ti promette la morte, come se fosse l’invito a un meritato spettacolo?

Come si chiama l’uomo che lascia profonde ferite ed estesi ematomi dentro la tua anima, che si alza la mattina col sorriso sulle labbra, come se niente fosse, pretendendo attenzioni e slanci di affetto, perdoni e rinascite?

Sarai sola e scriverai il suo nome su un foglio illibato, affinché senta l’ horror vacui delle sue anemiche manie di grandezza. Lo accartoccerai come un appunto sbagliato, con tutte le tue forze e lo getterai nel cestino con uno lancio veloce scatenato da tutta la tua rabbia. Inutili azioni per sentirti meglio, per dimenticarti la sua esistenza, tutto il male che ti ha fatto, tutti i suoi sguardi atti ad impaurirti, la sua voce graffiante nei rimproveri, il suo odore, i suoi passi, la sua presenza. Riprenderai quel foglio martoriato e lo strapperai in mille pezzetti affinché, cercando di ricomporlo, escano fuori anagrammi grotteschi, con cui potrai farti delle gustose risate. Raccoglierai i coriandoli da terra e li getterai nel fuoco del camino. Solo allora i tuoi occhi gioiranno, fermandosi a vedere quella breve fiammata all’altezza della pochezza del suo essere e solo in quel momento il tuo corpo finalmente sentirà calore.

Presto il fuoco si spegnerà. Cadrai esausta in ginocchio, gli occhi offuscati dalle lacrime, il pianto interrotto dai singhiozzi e ti addormenterai………………………………

……………………………………………………………………………………………….Rumori

Passi.

Chiavi.

Porta.

Tutto ricomincia, le ceneri del camino erano solo di un pezzo di carta con su scritto un nome……………………….

Ditemi il nome dell’uomo che Uomo non è più!

E prenderò quell’uomo sbagliato, tatuerò la sua pelle con gli anagrammi dei suoi nomi grotteschi, trasformerò i suoi gongolanti portamenti in doloranti gobbe per pesanti zavorre di responsabilità, gli affiderò i parti dei suoi insulti e le maternità della sua violenza. Lo farò camminare nelle ceneri della carta straccia del suo avvenire, a braccetto con l’odio che si è gettato addosso, infangato dal suo stesso puzzolente vomito di logorrea.

Ditemi il nome di colui che non è più.

Sarà già passato…

Questa vita in fondo mi piace, costruisco ricordi giorno dopo giorno e mi compiaccio di sapere che domani avrò memoria dell’oggi, di questo oggi che domani diventerà ieri, diventerà passato. Io mi ci aggrappo alla successione di giorni, a questo passato che diventa parte di me, diventa me, che si stampa sulla mia pelle e prende le mie forme per ridarmi nuova forma.

Il mio passato non è uno stampo a perdere, è di quelli riutilizzabili infinite volte, ma ad ogni utilizzo,  per quanto io possa ripulire lo stampo accuratamente, una parte è stata acquisita, vi è rimasta appiccicata e serve alla volta successiva, per ripartire da lì.

Il mio passato diventa argilla modellata dalle mani dell’esperienza, dalla memoria della crescita, che l’ha impastata, scavata, lisciata, bagnata, formata.

E’ carta carbone, mentre ricopio me stessa e gli errori già commessi, ma che tra i vari ricalchi mi consente di rileggere in controluce le sovrapposizioni dei miei caratteri, gli incastri dei miei pensieri.

A volte è metallo resistente, tenace, duro da forgiare, che si scioglie solamente al calore dei ricordi.

E anche se certi ricordi, fantasmi del passato, tormentano il mio nostalgico presente, so che domani questo presente sarà già passato…

Andando incontro a Godot…

Troppe volte ci si fa del male, ci si priva, ci si mortifica, ci si violenta per evitare ancora una volta di fare il primo passo.

Si tenta di resistere non per orgoglio (e chi l’ha mai conosciuto questo orgoglio?), ma semplicemente perchè alla fine non sai nemmeno più se quel tuo passo avanti presupporrà uno slancio o un ulteriore passo indietro. Così si resiste, trincerandosi dietro frasi fatte che ti ripeti all’infinito per convincerti che non è il momento. “Fermati, non lo fare, sicuramente ha impegni, non ha tempo per te!”, “No oggi è meglio di no, figurati se avrà un momento libero”, “Ma sì, aspettiamo un altro giorno, sarà meglio”, “Se avesse voluto, avrebbe chiamato”.

Passano i giorni, sono lunghi più del previsto e ogni giorno è la conferma che il tuo non-gesto, il tuo non-zerbinismo è stata una decisione giusta e saggia. Alla fine tutto questo intimo parlottare serve più a te che all’altra persona, perché il tuo non è un gioco di ruoli tra preda e predatore,  non è un affermare la tua presenza con l’assenza, la mancanza, la perdita. No… è starsene in un cantuccio ad aspettare il momento giusto per non disturbare, per essere meno invadente, meno assillante. Il tuo non fare niente, per una volta, significa non rimproverarti niente, non colpevolizzarti.

E intanto speri… purtroppo. Speri in un qualcosa che è difficile, se non improbabile, che accada.

E intanto inizi a farti mille esami di coscienza, per capire se c’è stato qualcosa, un neo, una virgola, un respiro fatto al momento sbagliato, che abbia allontanato la confidenza, la voglia di parlarsi, di ridere, di scoprirsi ancora.

E intanto le cose rimangono immobili, ferme, imbalsamate nelle parole degli ultimi dialoghi.

E intanto leggi frasi che ti riportano tutto alla memoria.

E intanto ti convinci che forse i tuoi sono castelli in aria e che non c’è ostilità o intenzione di ferire dall’altro lato.

E intanto ti accorgi che, mettendo tutto da parte, quella che si muove nuovamente sei tu….

Hai smesso di rimanere nel cantuccio, nell’angolo della tua mente rannicchiata e ti sei alzata, ti sei sgranchita le gambe e hai iniziato di nuovo a camminare in quella strada impervia. I tuoi passi sono incerti, le tue ginocchia tremano, sei cauta, hai paura di commettere qualche passo falso, di inciampare in qualche sasso. Non fa niente! Ti anima il coraggio o forse un sentimento puro che ti porti dietro come un sacco a pelo su cui poterti sdraiare a sognare. Sai che le tue intenzioni sono buone, in fondo non c’è niente di male ad andare incontro, ancora una volta e sempre tu. Ricordo che qualcuno diceva:

Comunque le persone non si aspettano, i treni si aspettano, alle persone si va incontro. Ma come non è giusto aspettare, non è giusto farsi tutta la strada da soli…

Sono andata incontro, ancora una volta, sempre io. Mi sono liberata ancora del senso di immobilità, dello stare ferma sul mio binario, ma mi piacerebbe vedere che il mio cammino non è vano, non è una strada a senso unico. Vorrei vedere una figura in lontananza venirmi incontro e poter dire: “Gogot, finalmente sei qui!”

Mi chiamavano per numero

E’ impossibile spiegare le sensazioni che si provano entrando in certi luoghi: tutto, dal tempo climatico, cronologico, all’aria che si respira, si adegua, si ferma, si immobilizza, diventando opprimente come una fitta nebbia che ti soffoca. Solo che la tua reazione, il tuo istinto non è quello di scappare, no… è quello di restare per cercare di capire, con le gambe pesanti, che ti trascini dietro finché non rimangono inchiodate appena ti fermi.

E lì… in quel posto angoscioso, angosciato, angosciante mi sono fermata… Tutto il mio andare era un fermarmi, i miei occhi, le mie mani, il mio respiro, i miei passi. Ho lasciato un po’ di me stessa là dentro, senza toccare niente, senza aver il coraggio di toccare niente. Nel corridoio d’ingresso i miei piedi hanno solcato piedi inconsapevoli di bambini, donne, uomini, anziani, colti, ignoranti, zingari, slavi, ebrei… I muri che conducono al grande cortile interno sono stretti, costruiti in cemento armato che, con i segni delle casseformi, sottolineano il tuo andare rettilineo, il tuo andamento in discesa, quasi che voglia spingerti fin dentro, mentre di fronte si erge il muro in mattoncino rosso degli uffici e delle camerate delle SS, la cui imponenza si percepisce solo in un secondo momento.

Dopo il passaggio in semioscurità sotto la volta a botte, in cui termina il lungo corridoio d’accesso, si viene abbagliati dalla luce del cortile a cielo aperto, circondato su tutti i lati da alte pareti e dal loro gioco di scambi di colore, il rosso del mattoncino a vista e il grigio del cemento, il rosso come il sangue che a fatica scorreva anemico e il grigio, come i corpi  scheletrici, affamati, assetati, speranzosi, inermi,  martoriati, torturati, bruciati, gettati, inceneriti, volatilizzati.

La ciminiera della risiera trasformata in forno crematorio è stata fatta saltare in una sorta di insabbiamento delle prove e delle responsabilità, ma ha voluto lasciare comunque il proprio segno, come una lunga vena, come una profonda impronta. Più in là un’alta scultura in ferro imita il fumo che si alzava ad ogni esecuzione, ma io continuo a sentire, in questo lugubre silenzio,  i cani abbaiare, l’incespicare tremante di coloro che, presi durante la notte, andavano incontro al loro destino, il battere dei denti di quelli che, nelle camerate, aspettavano che i passi tedeschi si allontanassero, sospirando in un “ancora un giorno in più”,  il rumore del segno sull’intonaco che, di nascosto, lasciava la sua testimonianza  “hanno preso la mamma, domani forse toccherà a me”, lo sparo, il trascinare dei corpi, l’odore umano.

Mi gira la testa, ma continuo, la sala delle celle, asfissiante, ridondante con le sue sole 17  micro-celle in cui venivano stipati fino a sei prigionieri, senza nessun perché, senza nessuna spiegazione, senza nessuna notizia, senza tempo, senza ancora la certezza di una breve fine. E’ il luogo dell’attesa di una spiegazione, di una speranza, della correzione di un errore, della raccolta dei preziosi, della tortura, della “presa d’aria di prigionieri asmatici, che la anelano nelle fessure tra il cemento e il legno della porta, dell’attesa per il cibo, per quel catino di acqua che serviva per lavarsi da dividere con altri prigionieri, dell’attesa dell’esecuzione, del tempo, che lungo, non passava mai….

Dopo esser stata denudata, appesa per le trecce a una trave e bastonata fino a svenire, venni cacciata nella cella numero 7. (…) Una donna diceva di essere di Gabrovizza e urlava che le SS le avevano ucciso il figlio nella culla. (…) Ogni tre giorni aprivano le celle e lasciavano che ci lavassimo il viso con un po’ d’acqua in un catino. Quell’acqua doveva servire per tutte.

La macchina fotografa il moltiplicarsi delle porte adesso lasciate aperte, con gli oblo allineati  e si vedono le due nude panche di legno impilate come un letto a castello, la parete, privata dei graffiti, della cella successiva, vicina, troppo vicina, il soffitto opprimente, nero, pesante. Il cordone mi impedisce di entrare a toccare, a sentire, a respirare la stessa aria, a consolare anime disperate e pelli troppo grandi per i corpi smagriti.

Esco… riprendo fiato… decido di entrare in un’altra sala.

La sala delle croci che, originariamente era un alto edificio a quattro piani, oltre ad essere adibito alle cucine, serviva  allo smistamento dei prigionieri prima di essere trasportati ad Auschwitz o a Mauthausen o chissà dove! Aveva un sistema di sostegni in legno, che sorreggeva spessi solai, anch’essi in legno. La grande sala adesso è stata privata dei solai e il sistema travi-pilastri che, per la forma, ricorda delle croci, svetta fino all’alta copertura. C’è una forte tensione. Le pareti, ancora in mattone rosso, si aprono sarcasticamente in ritmiche finestre: quelle che davano sulla città erano murate per evitare contatti con l’esterno, mentre quelle sul cortile interno facevano penetrare una luce macabra, che sottolineava il senso di prigionia.

Di nuovo fuori…  Non ci sono parole… oggi non è il giorno della memoria… dovrebbe esserlo tutti i giorni….

Cara mamma

ti scrivo per dirti che oggi

verrò fucilato

dunque addio per sempre.

Cara mamma addio.

Cara sorella addio.

Caro papà addio.

5/4/1945

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