Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Mi chiamavano per numero

E’ impossibile spiegare le sensazioni che si provano entrando in certi luoghi: tutto, dal tempo climatico, cronologico, all’aria che si respira, si adegua, si ferma, si immobilizza, diventando opprimente come una fitta nebbia che ti soffoca. Solo che la tua reazione, il tuo istinto non è quello di scappare, no… è quello di restare per cercare di capire, con le gambe pesanti, che ti trascini dietro finché non rimangono inchiodate appena ti fermi.

E lì… in quel posto angoscioso, angosciato, angosciante mi sono fermata… Tutto il mio andare era un fermarmi, i miei occhi, le mie mani, il mio respiro, i miei passi. Ho lasciato un po’ di me stessa là dentro, senza toccare niente, senza aver il coraggio di toccare niente. Nel corridoio d’ingresso i miei piedi hanno solcato piedi inconsapevoli di bambini, donne, uomini, anziani, colti, ignoranti, zingari, slavi, ebrei… I muri che conducono al grande cortile interno sono stretti, costruiti in cemento armato che, con i segni delle casseformi, sottolineano il tuo andare rettilineo, il tuo andamento in discesa, quasi che voglia spingerti fin dentro, mentre di fronte si erge il muro in mattoncino rosso degli uffici e delle camerate delle SS, la cui imponenza si percepisce solo in un secondo momento.

Dopo il passaggio in semioscurità sotto la volta a botte, in cui termina il lungo corridoio d’accesso, si viene abbagliati dalla luce del cortile a cielo aperto, circondato su tutti i lati da alte pareti e dal loro gioco di scambi di colore, il rosso del mattoncino a vista e il grigio del cemento, il rosso come il sangue che a fatica scorreva anemico e il grigio, come i corpi  scheletrici, affamati, assetati, speranzosi, inermi,  martoriati, torturati, bruciati, gettati, inceneriti, volatilizzati.

La ciminiera della risiera trasformata in forno crematorio è stata fatta saltare in una sorta di insabbiamento delle prove e delle responsabilità, ma ha voluto lasciare comunque il proprio segno, come una lunga vena, come una profonda impronta. Più in là un’alta scultura in ferro imita il fumo che si alzava ad ogni esecuzione, ma io continuo a sentire, in questo lugubre silenzio,  i cani abbaiare, l’incespicare tremante di coloro che, presi durante la notte, andavano incontro al loro destino, il battere dei denti di quelli che, nelle camerate, aspettavano che i passi tedeschi si allontanassero, sospirando in un “ancora un giorno in più”,  il rumore del segno sull’intonaco che, di nascosto, lasciava la sua testimonianza  “hanno preso la mamma, domani forse toccherà a me”, lo sparo, il trascinare dei corpi, l’odore umano.

Mi gira la testa, ma continuo, la sala delle celle, asfissiante, ridondante con le sue sole 17  micro-celle in cui venivano stipati fino a sei prigionieri, senza nessun perché, senza nessuna spiegazione, senza nessuna notizia, senza tempo, senza ancora la certezza di una breve fine. E’ il luogo dell’attesa di una spiegazione, di una speranza, della correzione di un errore, della raccolta dei preziosi, della tortura, della “presa d’aria di prigionieri asmatici, che la anelano nelle fessure tra il cemento e il legno della porta, dell’attesa per il cibo, per quel catino di acqua che serviva per lavarsi da dividere con altri prigionieri, dell’attesa dell’esecuzione, del tempo, che lungo, non passava mai….

Dopo esser stata denudata, appesa per le trecce a una trave e bastonata fino a svenire, venni cacciata nella cella numero 7. (…) Una donna diceva di essere di Gabrovizza e urlava che le SS le avevano ucciso il figlio nella culla. (…) Ogni tre giorni aprivano le celle e lasciavano che ci lavassimo il viso con un po’ d’acqua in un catino. Quell’acqua doveva servire per tutte.

La macchina fotografa il moltiplicarsi delle porte adesso lasciate aperte, con gli oblo allineati  e si vedono le due nude panche di legno impilate come un letto a castello, la parete, privata dei graffiti, della cella successiva, vicina, troppo vicina, il soffitto opprimente, nero, pesante. Il cordone mi impedisce di entrare a toccare, a sentire, a respirare la stessa aria, a consolare anime disperate e pelli troppo grandi per i corpi smagriti.

Esco… riprendo fiato… decido di entrare in un’altra sala.

La sala delle croci che, originariamente era un alto edificio a quattro piani, oltre ad essere adibito alle cucine, serviva  allo smistamento dei prigionieri prima di essere trasportati ad Auschwitz o a Mauthausen o chissà dove! Aveva un sistema di sostegni in legno, che sorreggeva spessi solai, anch’essi in legno. La grande sala adesso è stata privata dei solai e il sistema travi-pilastri che, per la forma, ricorda delle croci, svetta fino all’alta copertura. C’è una forte tensione. Le pareti, ancora in mattone rosso, si aprono sarcasticamente in ritmiche finestre: quelle che davano sulla città erano murate per evitare contatti con l’esterno, mentre quelle sul cortile interno facevano penetrare una luce macabra, che sottolineava il senso di prigionia.

Di nuovo fuori…  Non ci sono parole… oggi non è il giorno della memoria… dovrebbe esserlo tutti i giorni….

Cara mamma

ti scrivo per dirti che oggi

verrò fucilato

dunque addio per sempre.

Cara mamma addio.

Cara sorella addio.

Caro papà addio.

5/4/1945

Questo slideshow richiede JavaScript.

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

8 pensieri su “Mi chiamavano per numero

  1. ludmillarte in ha detto:

    non riesco a rassegnarmi sul fatto che ci siano ancora persone che, malgrado le atrocità accadute nella storia, continuino a rinnovarle. il nostro passaggio sulla terra, per essere davvero umani ed avere un senso positivo, dovrebbe consistere nell’aiuto reciproco, nella comprensione, nell’amore…il sole illumina ciò che è di sempre. purtroppo.

    Mi piace

  2. ferdinando in ha detto:

    Noi siamo i nostri ricordi, e certe cose bisognerebbe ricordarle in eterno.
    Bel testo. Triste, ma bello.

    Mi piace

  3. bellissimo…..anche se triste……..un bacio

    Mi piace

  4. Purtroppo questa miseria umana ci accompagna giorno dopo giorno e il suo impatto dovrebbe costituire un monito costante nella vita di oggi. Ma visti gli esiti, quella lezione da sola non credo sia bastata.
    Non ci possono essere parole. Nessuna

    Mi piace

  5. Non ci sono parole per esprimere lo sgomento. Le foto urlano l’orrore di un ricordo.

    Mi piace

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: