Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Andando incontro a Godot…

Troppe volte ci si fa del male, ci si priva, ci si mortifica, ci si violenta per evitare ancora una volta di fare il primo passo.

Si tenta di resistere non per orgoglio (e chi l’ha mai conosciuto questo orgoglio?), ma semplicemente perchè alla fine non sai nemmeno più se quel tuo passo avanti presupporrà uno slancio o un ulteriore passo indietro. Così si resiste, trincerandosi dietro frasi fatte che ti ripeti all’infinito per convincerti che non è il momento. “Fermati, non lo fare, sicuramente ha impegni, non ha tempo per te!”, “No oggi è meglio di no, figurati se avrà un momento libero”, “Ma sì, aspettiamo un altro giorno, sarà meglio”, “Se avesse voluto, avrebbe chiamato”.

Passano i giorni, sono lunghi più del previsto e ogni giorno è la conferma che il tuo non-gesto, il tuo non-zerbinismo è stata una decisione giusta e saggia. Alla fine tutto questo intimo parlottare serve più a te che all’altra persona, perché il tuo non è un gioco di ruoli tra preda e predatore,  non è un affermare la tua presenza con l’assenza, la mancanza, la perdita. No… è starsene in un cantuccio ad aspettare il momento giusto per non disturbare, per essere meno invadente, meno assillante. Il tuo non fare niente, per una volta, significa non rimproverarti niente, non colpevolizzarti.

E intanto speri… purtroppo. Speri in un qualcosa che è difficile, se non improbabile, che accada.

E intanto inizi a farti mille esami di coscienza, per capire se c’è stato qualcosa, un neo, una virgola, un respiro fatto al momento sbagliato, che abbia allontanato la confidenza, la voglia di parlarsi, di ridere, di scoprirsi ancora.

E intanto le cose rimangono immobili, ferme, imbalsamate nelle parole degli ultimi dialoghi.

E intanto leggi frasi che ti riportano tutto alla memoria.

E intanto ti convinci che forse i tuoi sono castelli in aria e che non c’è ostilità o intenzione di ferire dall’altro lato.

E intanto ti accorgi che, mettendo tutto da parte, quella che si muove nuovamente sei tu….

Hai smesso di rimanere nel cantuccio, nell’angolo della tua mente rannicchiata e ti sei alzata, ti sei sgranchita le gambe e hai iniziato di nuovo a camminare in quella strada impervia. I tuoi passi sono incerti, le tue ginocchia tremano, sei cauta, hai paura di commettere qualche passo falso, di inciampare in qualche sasso. Non fa niente! Ti anima il coraggio o forse un sentimento puro che ti porti dietro come un sacco a pelo su cui poterti sdraiare a sognare. Sai che le tue intenzioni sono buone, in fondo non c’è niente di male ad andare incontro, ancora una volta e sempre tu. Ricordo che qualcuno diceva:

Comunque le persone non si aspettano, i treni si aspettano, alle persone si va incontro. Ma come non è giusto aspettare, non è giusto farsi tutta la strada da soli…

Sono andata incontro, ancora una volta, sempre io. Mi sono liberata ancora del senso di immobilità, dello stare ferma sul mio binario, ma mi piacerebbe vedere che il mio cammino non è vano, non è una strada a senso unico. Vorrei vedere una figura in lontananza venirmi incontro e poter dire: “Gogot, finalmente sei qui!”

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

14 pensieri su “Andando incontro a Godot…

  1. mi chiedo perché scegli di chiamare in causa Godot per parlare di una situazione tutto sommato tristemente quotidiana, che con l’opera di Beckett c’entra relativamente poco. Aspettare Godot, avendo letto l’opera in questione, mi pare un tipo di dolore molto diverso da quello di cui state parlando. Voi vi riferite tutti, qui, allo scavalcar solitudini con piccoli atti di coraggio quotidiano. Ma proprio il fatto che Godot non sia quello, che a Godot non si possa andare incontro, racchiude il motivo per cui chiunque voi raggiungiate non potrà mai rendervi completi. Incontrerete al massimo altri che, come noi, aspettano Godot, in compagnia, a coppie, a gruppi, ma verso Godot non si muovono mai.

    Mi piace

    • In realtà nell’opera non si capisce chi sia Godot (intendo nell’opera originale). Non viene mai detto, anche se alcuni erroneamente hanno intuito che il Godot in questione possa rappresentare Dio. Mi hanno insegnato che Godot è un modo per indicare un andi-rivieni incompiuto, la volontà di andare e l’incapacità di muoversi, l’inerzia, la pigrizia, l’incomunicabilità. Questo ho voluto intendere nel post: che spesso si vorrebbe fare qualcosa, ma non ci si muove e così si aspetta l’azione altrui. Nella vita reale io non ho aspettato l’azione dell’altro, ma sono andata incontro. Godot è solo il nome che ho dato al soggetto della mia attesa, che sarebbe rimasto tale, se io non mi fossi mossa. E’ un miserello omaggio al Godot che fa il prezioso nell’opera di Beckett, come molto spesso qualcuno di noi fa nella vita reale. Concordo con te che il Godot di cui parlo è solo l’immagine riflessa di un Godot più misterioso e che non si muoverà mai e che noi aspetteremo sempre. Chissà poi cosa fa questo Godot per non poter venir da noi :-)?

      Mi piace

  2. Mi rivedo molto nelle tue parole. Solo che credo che il mio Godot ora non stia facendo un passo verso di me, metre io continuo ad andare incontro a lui, perché ciò che mi spinge a correre è più forte di ogni paura, più forte del dolore. Forse corro perché non riesco a fermarmi, ma ci sarà un motivo se non riesco a mettere fine a questa corsa…

    Mi piace

    • E’ che forse vogliamo troppo bene agli altri e dimentichiamo non solo quanto valiamo, ma anche di volerci un po’ più bene. Ci facciamo del male in questo modo, io la prima, ma vedo che siamo in parecchi a farcene.
      Una mia amica l’altra sera mi ha detto che sono come “la profezia che si autoavvera”. Questo è una teoria psicologica che afferma che “una supposizione o profezia. per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, confermando in tal modo la propria veridicità”.
      L’idea alla base è che un’opinione pur essendo falsa per il solo fatto di essere creduta vera porta la persona a comportarsi in un modo che la fa avverare, fa avverare l’aspettativa. Dunque per il solo fatto che io credo che le persone siano per me importanti più di quanto io non lo sia per loro, fa avverare questa cosa. Io mi comporto apprezzandole al punto tale che innalzandole, loro vedono solo sé stesse, dimenticandosi della mia presenza. Più succede questo più la mia autostima si abbassa, più mi sento inadeguata e inferiore agli altri. Questo in amore, amicizia, in campo lavorativo. E’ un continuo mettermi in discussione, cercare di migliorare per essere all’altezza.
      Ritornando a te, forse ti sei convinta (la mia è solo una supposizione leggendoti) che vale la pena continuare a correre per qualcuno, perchè questo qualcuno è speciale, forse più degli altri….Dovresti capire se il tuo correre verso lui e il suo stare fermo sia una troppa premura da parte tua o un giocare da parte sua, secondo la logica “tanto tu ci sei comunque…”, un darsi importanza perchè sei tu che crei in lui sicurezza, la sicurezza di esserci sempre, qualsiasi sia il suo comportamento. E se la persona speciale invece sei tu?
      A presto 🙂 e grazie per essere passata

      Mi piace

      • Bisognerebbe lavorare su se stessi, imparare a credere e sapere di valere indipendentemente dagli altri, dal loro comportamento, dal fatto di venir messe su un piedistallo o meno. Imparare a volersi bene, a sentirsi speciali. Anche te sei importante, solo che non riesci ad accorgertene perché sei convinta del contrario e magari riesci a notare solo quegli atteggiamenti che ti portano a confermare la tua visione. Grazie per le parole, devo fare anch’io un bel lavoro su me stessa 🙂

        Mi piace

  3. Io per adesso vivo con la filosofia del “fai ciò che ti senti di fare”. In questo modo cerco di non farmi prendere dai mille pensieri su cosa avrei dovuto fare, dire, ecc, su cosa devo fare, su cosa sarebbe meglio fare. Cerco di capire ciò che realmente voglio e mi butto. E questo buttarsi, come anche dici tu, costa molto di solito, costa coraggio, fatica, fiducia, orgoglio… Però per adesso sinceramente sono sempre stata serena dopo aver fatto ciò che sentivo di fare senza averci “ragionato” su troppo. Perché so che le cose le ho fatte, e so quindi come sono andate ( cosa che non avrei saputo se non mi fossi buttata).
    Per quanto riguarda Godot, credo che ci sia un Godot nella vita di ognuno di noi. E penso che il nostro compito sia quello di aspettare, ma anche di tentare di trovarlo, andandogli incontro col sorriso, “buttarsi” insomma. E poi, credo che noi stessi potremmo essere il Godot di qualcuno, perciò, perché, in caso, non andiamo incontro noi agli altri? 😉

    Mi piace

    • Hai ragione e credo che però alla fine ci debba essere una fermata, un freno al nostro andare incontro, un’attesa che anche l’altra persona faccia qualcosa : “… come non è giusto aspettare, non è giusto farsi tutta la strada da soli…” penso che questa frase la dica lunga, perchè non avrebbe senso essere i soli a camminare verso l’altro, perchè l’altro potrebbe restare fermo indifferente o voltarsi dall’altro lato e distanziarti, allontanarsi verso un altro Godot. Grazie per la visita 🙂

      Mi piace

  4. Ti diró, mi convinco sempre più che ci sono moltissime analogie tra le storie di vita di tutti noi. Ora leggo le tue parole e mi sento  nuovamente come colui che riparte, dopo essere stato devastato dai sendi di colpa. Sono quello che nuovamente si è spinto lungo il cammino per non lasciare inevasi altri mutamenti e processi di interazione. Aspetto Godot che ancora mi “tormenta”, aspetto Godot che ancora “voglio”, aspetto Godot che spesso (troppo) mi cerca ancora. Devastandomi e facendomi sbranare dai sensi di colpa, che mi assalgono e portando a galla e sempre, tutte quelle emozioni che ci hanno unito e reso speciali. Quelle emozioni ancora vibrano e mi (ci) trascinano in uno spazio di sopravvivenza dolente, che mi rende fragile, come un castello dalle mura sbrecciate! Mi sono nuovamente fatto avanti. Godot, quello delle attese però, mi ha giocato un nuovo scherzo. Mi ha avvisato del suo arrivo, bello(a) ed emozionante come sempre. Poi peró, senza preavviso, da quella stazione dove mi sono sporto, è ripartito(a) silenzioso(a)…e io mi ritrovo di nuovo tormentato da un’assenza che non si dissolve e che con una “devastante precisione temporale” ritorna a quella stazione dove sono in attesa! Dovrò forse rinunciare ad una chimera, ma per farlo dovrò cancellare Godot dalla mia rubrica e dai miei pensieri. Lo avevo fatto. Ma poi puntualmente… arriva il segnale. Godot ritorna in stazione (sempre quella) con tanto di preavviso… e il mio castello cade in rovina, trascinando anche me tra i detriti!!
    Di nuovo mi sento ospite d’onore del tuo club 😉

    Mi piace

    • Ciao Lois comprendo le tue parole. Io sto andando incontro al mio Godot che non è un amore, che è una forte amicizia, quella di cui parlo in tanti post. Il problema è che sembra che a questo rapporto sia solo io a tenerci e questo mi lacera, mi fa stare male, perchè vivo nella paura di sbagliare a parlare ed ad agire, anche se io sono una persona molto sincera e spontanea. A Godot sto andando incontro sempre, nonostante le sue ritrosie, il suo farsi sempre attendere. Per mesi ho aspettato senza agire. Adesso ho agito nuovamente io, perchè ci tengo. Adesso inizierò ad aspettare di nuovo una sua mossa, dopo una mia ulteriore tesa di mano. Chissà, forse Godot arriverà a metà strada, forse questa volta la percorrerà tutta per venire da me. Ma so che se non lo farà io rimarrò spiazzata, basita, affronterò un periodo di allontanamento per poi riconvincermi che devo fare qualcosa, tendere ancora mani, fare ancora i primo passo… c’è una domanda che non trova risposta: “possibile che io non manco mai e sono sempre gli altri a mancare a me?” “Possibile che solo io senta il bisogno di tenere i contatti?”….
      Grazie mille per le tue visite qui, sei sempre il benvenuto. ciao 🙂

      Mi piace

      • Evidentemente è per la nostra indole. Risultiamo indispensabili agli altri per le nostre troppe accortenze e forse… per la nostra spiccata sensibilità, che a volte non ci fa stare affatto bene.
        grazie a te per l’accoglienza

        Mi piace

        • Io pensavo al contrario quando dicevo che non manco mai agli altri. Intendevo che gli altri non mi ritengono indispensabile, per cui possono vivere anche senza la mia presenza o un mio contatto. Invece di certe persone io sento proprio la mancanza e così sono sempre io a cercarle, a contattarle, a, in un certo senso, metterle su un piedistallo, facendole sentire importanti e indispensabili. E’ come se io non avessi un ritorno a tutta la mia premura per gli altri. Se non chiamo il mio telefono non squilla, se non vado, il mio campanello non suona, cioè se io non faccio non vengo ricambiata. E’ brutto perchè è un continuo sentirsi soli e non pensati volontariamente, come se le persone si sentano obbligate a ricambiare, ma mai di loro spontanea volontà e senza fini fanno qualcosa per te, come se ritengono scontato che sia tu a fare sempre il primo passo…

          Mi piace

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: