Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “giugno, 2012”

“Se vuoi, puoi!”

Se vuoi, puoi! Ogni volta che mia madre mi ripeteva questa frase, mi innervosivo. Come si fa a dire una cosa simile ad una adolescente in crisi, che ancora non è in grado di affrontare le difficoltà che la vita le pone davanti? E così ogni volta mi arrabbiavo. “Se vuoi, puoi” assumeva i toni di una sfida, che non riuscivo a cogliere, di una gara, che era più facile evitare, di un voglia di emergere che non mi apparteneva. Preferivo fare il mio, non strafare, non pormi davanti a nessuno con aria di superiorità che quella frase voleva suggerire più a me che non agli altri.

Da allora sono passati circa una ventina di anni. Ogni volta che sono davanti a un problema, quella frase continua a rimbombarmi in testa. E’ diventata un modo per spronarmi, per dire a me stessa che sono in grado ormai di superare tutto. Ed è la stessa frase che mi sono ripetuta guardandoti la prima volta che sei entrata in quell’aula scolastica.

Ti avevano descritta come una persona problematica, che si voleva ritirare dal corso di studi appena accorta di quanto potesse essere dura. Al diavolo il diploma, al diavolo i professori, le materie, la maturità, al diavolo i tuoi che erano morti troppo presto, senza garantirti il diritto di crescere come tutti gli altri, al diavolo queste nuove persone che ti avevano fatta arrivare da Chernobyl qualche anno fa. Perchè salvarti? Perchè non lasciarti lì, abbandonata al tuo destino? In poco tempo avevi dovuto adattarti alla nuova vita italiana, dimenticando il tuo paese, cambiando idioma, abitudini, amici, volti, aria. Avevi dovuto lottare. La scuola? Un ammasso di stronzate inventate da gente viziata e ripetute all’infinito da emulatori illusi che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Eppure, mentre tutto questo ti attraversava la mente, stavi lì sulla soglia, chiedendo se potevi entrare, con il tuo fare spavaldo, che cercava di nascondere a stento la tua vergogna per essere di tanti anni più grande dei tuoi compagni di classe. Un dignitoso “ma chissenefrega!” traspariva in ogni cosa che facevi, dal camminare, al sederti svogliata su quel banco in prima fila. Sì quello dei secchioni o degli sfigati. E tu ti sentivi una di loro, una sfigata! Poiché mai saresti diventata una secchiona! Le secchione hanno gli occhiali e i brufoli e sono brutte, di una saccenteria che rasenta l’antipatia. No, tu eri solare, bionda con degli occhi azzurri acquosi e limpidi. Ma questo era come ti vedevi tu, come sapevi di essere, mentre il tuo corpo parlava un altro linguaggio, quel corpo sfigurato dalla tragedia nucleare, che aveva saputo infliggerti oltre la dura pena di rimanere orfana, quella di lasciarti in eredità un solo braccio, tre dita nell’unica mano disponibile e una gamba più corta di 15 cm rispetto all’altra.

Ma tu volevi un riscatto, un’opportunità, quella che ti fa andare avanti, anche quando le persone faticano a guardarti negli occhi, perché troppo concentrati a scrutare le tue mancanze.

E l’hai saputo fare…

Tu, il “se vuoi, puoi” personificato, che hai rotto le convenzioni, infranto i luoghi comuni, calpestandoli e passandoci sopra, per poi ricomporli in altri modi, secondo altre immagini e diversi incastri.

Tu e il tuo corpo abbozzato, come una incompiuta e magnifica scultura michelangiolesca, che sapeva tenere le squadrette da disegno come se fossi la Dea Kalì, mentre tutti ti guardavano, incapaci di coordinare i movimenti di mani e dita più fortunate.

Tu che scorrevi nell’acqua, come se fosse il tuo elemento naturale e che insegnavi ai bambini come non aver paura di nuotare.

Tu, esempio di forza e tenacia che mi ritorni in mente, quando qualcuno scoraggiato dice ” Non ce la faccio”… e io ribatto ” Se vuoi, puoi!”

Esorcismi

Questa si chiama urgenza di parlarti, sentirti, viverti.

Impossibile! E’ la prima parola che mi ripeto ormai da un po’.

Fermati! E’ la seconda parola che diventa un monito, quando la mia mano vorrebbe prendere quel telefono e chiamarti, quel foglio di carta e scriverti.

Così le parole si intasano nella mia mente, nel mio cuore e per non esplodere le scrivo qui, le appunto su pezzi di carta che trovo in giro per casa, le ripeto ad alta voce, come una preghiera per esorcizzarti. Eppure rimedi agli zombie e ai demoni tu me li hai suggeriti,  ma mai che tu abbia saputo dirmi come si sconfiggono i fantasmi del passato, mentre una tua sola parola si trasforma in me in un sorriso, mentre il tuo ricordo continua a bussarmi nei pensieri da mattina a sera.

Forse questa urgenza per questa sera è stata placata, domani chissà.

“It is so dangerous to lean out.”

A pensarci i treni mi sono sempre piaciuti. Con il loro sferragliare, il loro tu-tum- tu-tum-tu-tum  e il loro continuo scuotimento mi hanno sempre fatto sognare. Ricordo che da bambina preferivo sedermi sul sedile vicino al finestrino, entrando sulla destra dello scompartimento. E mi piaceva ancora di più se riuscivo a rivolgere le spalle al corretto senso di marcia. La mamma invece soffriva di mal di treno, quando ancora gli effetti delle travelgum erano da comprovare, e così io e lei avevamo stabilito un tacito accordo: quel sedile sarebbe stato mio, a patto che il treno non avesse cambiato la sua rotta. In realtà, quel posto mi piaceva perchè mi consentiva un effetto sorpresa ritardato del paesaggio e potevo vederlo fino all’ultimo istante prima che sparisse.

I sedili degli scompartimenti erano rivestiti di quella orribile pelle marrone che d’estate ti si appiccicava addosso e mescolavi il sudore delle tua pelle con quello ormai asciutto di tutti coloro che, per anni, si erano accomodati lì prima di te. Quando ti alzavi rimaneva sul sedile una pozzanghera della forma del tuo sedere, e sul tuo sedere era letteralmente incollata qualsiasi cosa, prima ritenuta fresca, tu indossassi. Ma io, nonostante tutto, cercavo il più possibile di rimanere lì inchiodata, immobile a guardare fuori, mentre i miei vestiti si inzuppavano, mentre scorrevano davanti al finestrino e di riflesso davanti ai miei occhi alberi, segnali, nomi di città, terreni coltivati, palazzi variopinti, ruderi, case rimaste a rustico, panni stesi, donne affacciate alle finestre, saracinesche aperte, veneziane chiuse, gallerie, semafori, passaggi a livello, automobilisti in attesa, gallerie, chiaro, scuro, luce, nero, luce accecante, gallerie, nero, buio, di nuovo luce.

Bastava che abbassavi per un istante gli occhi e sotto ogni finestrino incombeva la scritta “è pericoloso sporgersi”, che mi ha perseguito per anni e, che dall’alto dei miei 8 di allora, mi faceva sentire appartenente al mondo dei viaggiatori poliglotti, mentre cercavo di ripetere le raccomandazioni ad alta voce, con tanto di accento che, di volta in volta, cambiava a seconda della lingua, come se ciò potesse servire a essere più convincente.

La giornata trascorreva così immersa nella lettura e quando ormai avevo imparato a memoria quella del “vietato sporgersi” passavo alle didascalie delle foto appese sopra i appoggiatesta, oppure iniziavo un Topolino, il libro delle vacanze o la lista delle stazioni in cui avevamo fatto sosta. Sul più bello un ” Bigliettiiiii!, Biglietti signori, prego” echeggiava per tutto il corridoio. Era il momento in cui si doveva rimanere composti, non si potevano più tenere le gambe distese sul sedile accanto, si dovevano  ripulire le eventuali tracce di cibo, prima che arrivasse il controllore. Anche la presenza di altri passeggeri nella stessa cabina comprometteva l’andamento del viaggio. Per i miei era sempre una gran bella cosa. Potevano parlare con dei perfetti estranei come se fossero a una riunione di vecchi amici del Liceo  (forse l’influenza degli anni ’70, il “peace & love” e la solidarietà sessantottina era ancora viva in loro), mentre per me era un atteggiamento che non riuscivo a comprendere, anzi di cui mi vergognavo. Così spesso mi ritrovavo spettatrice di  scambi di confidenze sui propositi delle imminenti vacanze, di scoperte di varie affinità, di conoscenti in comune e perfino di simili destinazioni, stessa stazione, stessa meta con qualche variante nella via e nel numero civico. Mia mamma sul treno aveva l’abilità di trovare sempre persone che avevano conosciuto qualche suo parente o fratello o addirittura mio nonno. E così, forti di queste inaspettate similarità, iniziavano i convenevoli, gli scambi di vivande, gli aiuti per prendere quella o quell’altra valigia, dove erano custodite foto e cimeli di famiglia. Per me era invece una privazione della libertà che il viaggio stesso all’inizio aveva promesso, una limitazione agli scambi di confidenze e battute che facevamo tra di noi e dettava l’obbligo di essere impeccabili fino alla discesa dell’estraneo.

Sapevo però che il mio spirito di adattamento avrebbe potuto resistere tranquillamente, purché fosse rimasto sotto di me quel sedile meraviglioso, che ero riuscita a mantenermi, sfoderando uno dei miei puerili sorrisi migliori. Quella poltrona ormai madida della mia esperienza ferroviaria, incollata a un finestrino sporco, i cui piedi venivano rinfrescati dalle bocchette per l’aria che sputavano puzza di ferro, insieme all’unto delle superfici, ai tavoli estraibili e all’Italia intera che scorreva davanti ai miei occhi, mi avrebbe accompagnata in quel lungo viaggio.

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