Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

“It is so dangerous to lean out.”

A pensarci i treni mi sono sempre piaciuti. Con il loro sferragliare, il loro tu-tum- tu-tum-tu-tum  e il loro continuo scuotimento mi hanno sempre fatto sognare. Ricordo che da bambina preferivo sedermi sul sedile vicino al finestrino, entrando sulla destra dello scompartimento. E mi piaceva ancora di più se riuscivo a rivolgere le spalle al corretto senso di marcia. La mamma invece soffriva di mal di treno, quando ancora gli effetti delle travelgum erano da comprovare, e così io e lei avevamo stabilito un tacito accordo: quel sedile sarebbe stato mio, a patto che il treno non avesse cambiato la sua rotta. In realtà, quel posto mi piaceva perchè mi consentiva un effetto sorpresa ritardato del paesaggio e potevo vederlo fino all’ultimo istante prima che sparisse.

I sedili degli scompartimenti erano rivestiti di quella orribile pelle marrone che d’estate ti si appiccicava addosso e mescolavi il sudore delle tua pelle con quello ormai asciutto di tutti coloro che, per anni, si erano accomodati lì prima di te. Quando ti alzavi rimaneva sul sedile una pozzanghera della forma del tuo sedere, e sul tuo sedere era letteralmente incollata qualsiasi cosa, prima ritenuta fresca, tu indossassi. Ma io, nonostante tutto, cercavo il più possibile di rimanere lì inchiodata, immobile a guardare fuori, mentre i miei vestiti si inzuppavano, mentre scorrevano davanti al finestrino e di riflesso davanti ai miei occhi alberi, segnali, nomi di città, terreni coltivati, palazzi variopinti, ruderi, case rimaste a rustico, panni stesi, donne affacciate alle finestre, saracinesche aperte, veneziane chiuse, gallerie, semafori, passaggi a livello, automobilisti in attesa, gallerie, chiaro, scuro, luce, nero, luce accecante, gallerie, nero, buio, di nuovo luce.

Bastava che abbassavi per un istante gli occhi e sotto ogni finestrino incombeva la scritta “è pericoloso sporgersi”, che mi ha perseguito per anni e, che dall’alto dei miei 8 di allora, mi faceva sentire appartenente al mondo dei viaggiatori poliglotti, mentre cercavo di ripetere le raccomandazioni ad alta voce, con tanto di accento che, di volta in volta, cambiava a seconda della lingua, come se ciò potesse servire a essere più convincente.

La giornata trascorreva così immersa nella lettura e quando ormai avevo imparato a memoria quella del “vietato sporgersi” passavo alle didascalie delle foto appese sopra i appoggiatesta, oppure iniziavo un Topolino, il libro delle vacanze o la lista delle stazioni in cui avevamo fatto sosta. Sul più bello un ” Bigliettiiiii!, Biglietti signori, prego” echeggiava per tutto il corridoio. Era il momento in cui si doveva rimanere composti, non si potevano più tenere le gambe distese sul sedile accanto, si dovevano  ripulire le eventuali tracce di cibo, prima che arrivasse il controllore. Anche la presenza di altri passeggeri nella stessa cabina comprometteva l’andamento del viaggio. Per i miei era sempre una gran bella cosa. Potevano parlare con dei perfetti estranei come se fossero a una riunione di vecchi amici del Liceo  (forse l’influenza degli anni ’70, il “peace & love” e la solidarietà sessantottina era ancora viva in loro), mentre per me era un atteggiamento che non riuscivo a comprendere, anzi di cui mi vergognavo. Così spesso mi ritrovavo spettatrice di  scambi di confidenze sui propositi delle imminenti vacanze, di scoperte di varie affinità, di conoscenti in comune e perfino di simili destinazioni, stessa stazione, stessa meta con qualche variante nella via e nel numero civico. Mia mamma sul treno aveva l’abilità di trovare sempre persone che avevano conosciuto qualche suo parente o fratello o addirittura mio nonno. E così, forti di queste inaspettate similarità, iniziavano i convenevoli, gli scambi di vivande, gli aiuti per prendere quella o quell’altra valigia, dove erano custodite foto e cimeli di famiglia. Per me era invece una privazione della libertà che il viaggio stesso all’inizio aveva promesso, una limitazione agli scambi di confidenze e battute che facevamo tra di noi e dettava l’obbligo di essere impeccabili fino alla discesa dell’estraneo.

Sapevo però che il mio spirito di adattamento avrebbe potuto resistere tranquillamente, purché fosse rimasto sotto di me quel sedile meraviglioso, che ero riuscita a mantenermi, sfoderando uno dei miei puerili sorrisi migliori. Quella poltrona ormai madida della mia esperienza ferroviaria, incollata a un finestrino sporco, i cui piedi venivano rinfrescati dalle bocchette per l’aria che sputavano puzza di ferro, insieme all’unto delle superfici, ai tavoli estraibili e all’Italia intera che scorreva davanti ai miei occhi, mi avrebbe accompagnata in quel lungo viaggio.

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2 pensieri su ““It is so dangerous to lean out.”

  1. Scusa non avevo visto questo tuo commento…. grazie come sempre 🙂 ciao

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  2. Il fascino del viaggio sul treno, veder scorrere così i posti. Addormentarsi in Campania e svegliarsi in Toscana ricordandosi che, durante la notte, in dormiveglia, si era intravisto un “ROMA”.
    fantastico

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