Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “agosto, 2012”

Guardando fuori dalla finestra.

rothko-violet-green-red-orangeNoi siamo nati dentro un quadro di Rothko, con la sua ordinata scansione di colori, di strisce orizzontali di cieli e campi magri, di grano e di soia, popolati da milioni di cimici che, ostinate, ci volano ancora addosso- che poi me lo sono sempre chiesto invano a cosa servano e anche su questo dovrò indagare. E giocavamo a nascondino tra i filari di mais- senza andare troppo in là, perchè ci si poteva smarrire– e le vipere ad acchiapparello con i nostri piedi. Io mi ero smarrita nei tuoi occhi sulla strada davanti a casa tua con le villette che stavano abbracciate a tenersi al caldo e tu a parlare con i tuoi amici e io e la mia bici che passavamo arrossate più per la vergogna che per la fatica. E il colore del tuo incarnato che si accordava al pallore dei nostri inverni, i tuoi occhi furbi che sfuggivano prima di essere sorpresi e le tue mani tra i capelli, il tuo andare spedito e il tuo sederti sul gradino del negozio di tuo padre ad aspettare le ore stanche dell’estate che avanzava. E l’inquietudine nelle tue scarpe, la camicia di flanella sopra la t-shirt, lo zaino in spalla e l’ambizione dei tuoi desideri che ti ha portato lontano, la pioggia che non dà tregua a tuoi giorni e il fango e il colore accesso delle colline. E anche tu a fotografar pozzanghere e le immagini tremolanti riflesse nei vetri che si credono specchi.

Da tempo la nostra piazza non ti vede più passeggiare e il mercato del paese, per dispetto, ha disposto al contrario le sue bancarelle.

E io non so mai quando fai ritorno e mi affaccio alla finestra di fronte a quel negozio che non è più lo stesso, che ha cambiato vetrina e offerte ai suoi clienti e mi sembra di vederti ancora lì seduto in quel gradino ad aspettare il passare di questa estate. E’ solo la fame o forse la stanchezza e la colpa è di questo quadro che si è trasformato in un’inquieta immagine di Pollock, nel suo miscuglio confuso di colori, di ricordi.

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Forse…I’m falling apart

Forse un paio di valigie lasciate per terra e che profumano ancora di mare, gli abiti sporchi, le lavatrici da intasare, le foto da rivedere, alcuni amici da salutare, da sentire per condividere le esperienze delle vacanze, tanta stanchezza, un viaggio da smaltire, la notte che incombe e ti fa chiudere le palpebre. Forse la noia, l’attesa di un gesto, di un saluto che come al solito non è di tua iniziativa.

Forse…Forse me l’aspettavo di nuovo, di nuovo ci contavo o ne ero fermamente convinta.

Intanto sono ancora qui ad imbastirti giustificazioni addosso, mentre rileggo le tue lettere e gli occhi fanno sgorgare lacrime di nostalgia che mi bagnano il volto… e mi manchi.

Lasciapassare A38

Questa è stata l’estate dei matti…io la prima. Richiedere un documento nel nostro bel Paese è già un’impresa degna di un eroe, figuriamoci pretendere di ottenerlo pochi giorni prima di Ferragosto. Ma si sa che le imprese impossibili non sempre si compiono per manie di grandezza o per sfidare il destino, ma per pura e semplice necessità. E io quella ce l’avevo tutta. Mettiamoci in conto anche l’urgenza e l’aver programmato le vacanze forzate  in quella determinata città solo ed esclusivamente per sbrigare le pratiche di una lunga storia e la follia è assicurata…

Venerdì- Armata di tutta la pazienza mi immetto nella grande autostrada della burocrazia sperando di uscirne presto col  documento notarile tra le mani.  La prima cosa logica da fare era chiamare l’Ordine dei Notai per farmi dire i nomi di quelli disponibili in questo periodo torrido di ferie. L’Ordine mi dà circa cinque nomi che diligentemente compongo uno dopo l’altro. Il telefono squilla inesorabilmente e, come nelle migliori storie tragicomiche,  al limite delle speranze, risponde qualcuno solo all’ultimo numero composto. Spiego tutta la situazione e mi si concede l’appuntamento per il lunedì successivo.

Lunedì ore 8:30- Mi presento all’ufficio del famoso notaio. Sono pronta per rispiegare a quattrocchi il tutto per evitare equivoci e farmi consigliare al meglio. Salgo le scale a due a due, ho fretta, ho voglia di mettere un punto e buttarmi alle spalle i grossi pensieri. Si presenta alla porta un uomo smilzo, con pochi capelli e con voce flebile mi chiede cosa desiderassi. “Come cosa desidero?” penso “Ok, forse non è lui il notaio, sarà una specie di apprendista, adesso lo chiamerà. Devo trovare le parole giuste, nonostante il mio aspetto che mi fa sembrare un’eterna ragazzina. Devo cercare di non dimenticare niente!”. “Come il notaio non c’è? Mi ha dato l’appuntamento e io dalla casa al mare ho fatto 90 km per venire qui alle 8:30 di mattina!?!” “Ditemi che è uno scherzo!!!”

ore 8:40- Lo smilzo si congeda tutto rosso dopo avermi travolta di scuse e di “sono mortificato, ma la collega avrà sbagliato”. Esco rifaccio le scale a due a due. Chiamo Domenico. Lui sì che si rivela sempre utile nei momenti di panico. “Che faccio?”. “Vieni allo studio che proviamo un’altra strada”. “Ok volo!”

ore 9:15- Dopo aver  richiamato l’Ordine dei Notai e vomitato con educazione il mio disappunto per quello che era successo, corro per le strade del centro finché non arrivo al tribunale. “Buongiorno, scusi dovrei fare tale documento e mi hanno detto che posso farlo qui”… “Deve andare alla cancelleria del tribunale che si trova in periferia al Centro Direzionale oppure alla sede della Polizia di Stato al Palazzo di Vetro.”

ore 10:00- La città è in pieno fermento, è tardi, le auto sembrano andare troppo lentamente per la mia fretta. Qualcuno perde tempo tirando fuori la testa dal finestrino per fare un gestaccio ad un altro automobilista. I semafori smaltiscono le file con la fiacca di un bagnante che risale dal mare sotto il sole cocente.

10:15 – Arrivo alla Polizia, semplicemente perché è la sede più vicina e se ho fortuna mi risparmio altro traffico e altro cuore in gola. Incrocio un primo poliziotto al piano terra che mi indirizza “piano terzo, seconda porta a destra”. Sono fortunata, sembrano informati. Piano primo, le scale non finiscono mai, maledetta abitudine di non prendere l’ascensore. Secondo piano. Alcune donne stanno uscendo con fare frettoloso “Dove sta andando? Chi desidera?”. ” Ecco sì, dovrei fare questo documento e mi hanno detto che lo posso fare qui”. “Ahhahahahahha e chi le ha detto una cosa simile???? Al limite qui la possiamo arrestare ahahhaha. Vada vada e buone vacanze!”. “Montate!!!” penso, sarebbe bastato poco e la mia illibata fedina penale avrebbe subito un grosso passaggio di livello.

10:30- Ultima chance, il Centro Direzionale, palazzo enorme con le sue infinite finestre. Cerco velocemente parcheggio e la giusta torre tra le quattro che ospitano i diversi uffici. La trovo: torre 2 piano 3. Entro, salgo, mi infilo nei lunghi corridoi con le porte che vi si affacciano come vecchie vicine che non si fanno gli affari loro. Mi ritrovo senza accorgermene nella torre 3. Leggo le targhette, “Cancelleria…finalmente!”. Mi metto in fila. C’è una ragazza allo sportello che attende le istruzioni di un’addetta. In realtà in quel buco sono in tre, una è fuori dal mio campo visivo, ma fa ben sentire la sua voce, le altre due cercano una pratica in una pila di cartelline arancioni. Fa caldo! Davanti a me c’è un avvocato vestito di tutto punto, sembra sicuro di sé. Indica alla ragazza come risolvere il suo problema mentre una delle tre addette esce dalla stanza. “Avvocato, che ci fa qui quasi a ferragosto?”, “Eh sa com’è certe cose si devono fare anche a ferragosto! Se non era urgente non mi trovavo qui.”, “Ma quale urgenze? Non ci sono urgenze. Vada al mare e ritorni a settembre.” L’avvocato rimane. La ragazza finisce e se ne va. L’avvocato entra nella stanza- lui può- io mi avvicino allo sportello. Sul più bello la seconda addetta tira giù le veneziane sul vetro dello sportello e l’ultima esce dalla stanza. “Ma come io sono in fila!”, “A settembre signora, a settembre, siamo chiusi. Lo sportello chiude alle 11”. “Sì ok ma io ero in fila da prima… non può… deve smaltire”, “A settembre”, “Ma non può… Accidenti!!!!”

11:00- Per educazione non continuo a parlare, anche se lo desidero tanto. Sprecherei una quantità eccessiva di parole senza senso e senza effetto, mentre quella ha già la mente in bikini in riva al mare. Sono nera, furiosa.

11:30- Alla fine di una mattinata interminabile mi sento spompata, disillusa, quasi quasi con le lacrime agli occhi. Poi una telefonata mi risveglia dai pensieri intrisi di rabbia e impotenza: “Ho scoperto che il documento, a differenza di come ti avevano informata prima, non è di competenza provinciale, lo puoi fare anche da te, dove saranno sicuramente più celeri ed efficienti”. “Non me lo potevano dire prima?”.

Nonostante i 90 km della mattinata, i 1400 km dei giorni precedenti, il tempo che stringe, l’andirivieni da un ufficio all’altro, l’incompetenza, la poca voglia di lavorare, le porte in faccia, la sgarbatezza degli addetti ai lavori, la rabbia ecc ecc. adesso non mi sembra vero!

Inizio a saltellare di qua e di là in preda a un raptus di gioia… questa notizia è la mia pozione magica…il mio lasciapassare A38…!!! o forse A39? 🙂

Storia di un materasso.

Su quel letto ci aveva dormito scomodamente già dalla prima notte, che in fondo era un mattino, la signora Pia con accanto suo marito. Si erano distesi sperando di lasciarsi travolgere dalla foga della cosiddetta prima notte di nozze e invece, si erano addormentati uno accanto all’altra, mano nella mano. Gesto romantico, qualcuno oserà pensare, ma non era così! Il matrimonio era uno di quelli combinati dalle famiglie per esigenze economiche e di prestigio. Pia era una donna molto bella, a cui non mancavano di certo corteggiatori. Peccato che questi non piacessero a suo padre, avido e gretto uomo, che mirava solo ai soldi. Così le aveva trovato questa specie di omuncolo, che faceva impressione a vedersi, con il suo muso da topo e le orecchie grandi e sporgenti. Bello no, ma ricco sì. Tanto ricco che aveva deciso di prendersi in carico tutti i debiti del suocero, contratti durante una vita piena di stenti. Quale matrimonio migliore! Quale fortuna!

E Pia era una donna gentile e mite, timorosa del padre e non aveva osato ribellarsi all’orrendo suo destino. Ma un letto migliore di quello in cui aveva dormito nella casa del padre, fatto di lana ammucchiata male, sì l’aveva sperato e forse anche preteso.

Quando il giorno dopo le nozze andò a rifar il letto, sbirciò da sotto le lenzuola e vide che il materasso era di buona fattura e ben rifinito. Durante le notti successive, nonostante le differenti posture che aveva cercato di assumere, era stata una sofferenza rimanere distesa tanto quanto addormentarsi. Ci riusciva solo verso mattina, quando ormai sfatto dal sonno, il suo corpo si afflosciava in varie posizioni sconnesse. Quel suo battagliare con il materasso e le lenzuola, tra la posizione supina e uno dei due fianchi le dava modo di pensare alle sue scelte, alla sua scarsa ribellione, che l’aveva portata direttamente tra le braccia di quell’uomo, che adesso le dormiva rumorosamente affianco e che lei non  conosceva per niente. Incolpare gli altri più di sé stessa non le portava conforto.

Passavano gli anni e figli dopo figli, Pia non faceva altro che ripetere a sé stessa che la causa  della sua insonnia, del suo mal di testa appena sveglia e del suo persistente mal di schiena era di quel maledetto materasso che non l’aveva accolta bene già dalla prima notte. Aveva convinto persino il marito a cambiarlo, ma la storia si era ripetuta anche con il nuovo materasso. Pia continuava, rassegnata, a lottare e la mattina dopo lo girava, gli faceva prendere aria, lo batteva, lo metteva testa/piedi e piedi/testa, ma chissà come mai, vinceva sempre lui, al buio, nella maniera più scorretta che ci potesse essere, nelle ore in cui un’anima stanca spera di trovar conforto.

Pia era una donna gentile e mite, onorava suo marito come se l’avesse scelto lei, come se lo avesse da sempre amato veramente. Il suo corpo stava disteso su quel letto e sul quel nuovo materasso, finalmente non si sentiva scomoda. Forse quel giaciglio le stava diventando amico? Forse, stanco, aveva deciso di darle tregua?

Pia era una donna gentile e mite e quella  notte aveva capito che per cinquanta lunghi anni non era stato il materasso ad essere suo nemico, ma l’indolenza, la rassegnazione a quella vita precostituita, preconfezionata da qualcun’altro, l’incapacità di reagire per cambiarla, la mancanza di coraggio nell’infrangere le regole, di essere sinceri, almeno per una volta. L’insonnia era dovuta alla spina al fianco, che ogni notte la teneva sveglia e che ogni mattina la faceva alzare, carica di rabbia, a scuotere lenzuola e materasso. Solo quelli!

Mai che avesse cercato di scuotere sé stessa e la sua misera esistenza…

Per Pia quella fu l’ultima notte!

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