Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “novembre, 2012”

Il coraggio all’improvviso.

Piove ancora. Ascolto il rumore della pioggia e fuori le strade sono deserte. Nel guardare le gocce che scivolano giù dal vetro mi ritorna in mente un tenero ricordo.

Potevo avere all’incirca sei anni e mio padre e mio zio portarono me e mio cugino al mare. Mentre mio cugino sguazzava sicuro, io, bambina di prateria, ancora non sapevo nuotare senza braccioli. Mio zio mi disse che non ci sarebbero stati problemi se mi affidavo a lui e così mi portò dentro l’acqua, tenendomi dalle mani. Continuavo a chiedergli: “Zio tocco?” E lui con il suo tenero sorriso sulle labbra rispondeva sempre di sì. Il mare era limpido e caldo anche se mancava il sole.  Mio zio continuava ad indietreggiare e io cercavo di sbattere i piedi tenuta a galla grazie al suo aiuto. Le nostre mani erano saldamente unite e se abbassavo la testa potevo scorgere, attraverso l’acqua limpida, il fondale. “Zio tocco? A me sembra che qui non tocco!”. “Ma sì che tocchi… guarda!”. A quel punto mio zio lasciò le mie mani e io me ne colai improvvisamente a picco. In fondo l’acqua non era poi così profonda se a lui arrivava alla spalla, ma a me quella discesa sembrò interminabile. Mentre andavo giù mi accorsi che avevo dimenticato di chiudere gli occhi e mi meravigliai perchè, nonostante l’acqua salata, non bruciavano. Era bello vedere tutto con tonalità azzurre prima sconosciute, i sassi, la sabbia, i pesci, le mie mani che si dimenavano per cercare la risalita, il costume rosso di mio zio che era diventato quasi viola. Rimasi giù pochissimi secondi prima che lui mi tirasse su prendendomi di nuovo le mani. Fuori dall’acqua iniziai a tossire e appena fui pronta feci un respiro profondo. “Hai visto come toccavi??” disse lui con fare ironico e scoppiamo a ridere. In fondo era andato tutto bene. Si avvertiva ancora la spensieratezza, quella tipica leggerezza degli inizi degli anni ottanta, in cui prevaleva la voglia di vivere, di scherzare, l’insegnamento impartito attraverso l’azione pratica, senza la malizia o la paura di venire obiettati da qualcuno. Mio padre aveva assistito a tutta la scena, ma vista l’esperienza e la prontezza di mio zio nel tirarmi fuori dall’acqua, non aveva ritenuto necessario intervenire. Adesso, come minimo, un padre avrebbe denunciato il cognato per aver messo in pericolo un minorenne o sarebbe finito a cazzottate e alla resa dei conti in “famigghia (!)”.

In quel momento ero felice, avevo scoperto un mondo nuovo, la complicità che si può creare tra due persone, la fiducia e la voglia di riprovare a mettere nuovamente la testa dentro l’acqua. Da quel giorno continuo ad immergermi, assecondando il richiamo del mare e ricordando il sapore del sale che quella volta mi aveva costretto a tossire.  E ringrazio mio zio per avermi insegnato a sei anni una piccola sfaccettatura di quella cosa meravigliosa che ti spinge oltre i tuoi limiti: il coraggio. Sicuramente l’avrei trovato lo stesso con il tempo, ma la sua scoperta improvvisa ha contribuito allo slancio futuro verso nuove mete. Adesso ho acquisito la maturità che mi consente di usare il coraggio in maniera responsabile e non parlo solo in mare, ma nella vita di tutti i giorni. Credo che tutti, alcune volte, abbiamo bisogno di uno “zio” di turno che ci costringa ad usare quel coraggio nascosto in noi,  che ci aiuti a farci saltare gli ostacoli,  più mentali che fisici, di cui abbiamo paura e che ci faccia assaporare il sale prima di uscirne fuori con una grande risata.

E anche questa volta la pioggia ci ha messo il suo zampino…

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Nonamore

Spaurita

piccola e fragile donna

catapultata nel mondo

a prendere confidenza

con paroloni di indecenza.

Il tuo corpo è venduto

straziato

martoriato

da carne assetata

lumacosa.

Tutto ciò che ti avevano raccontato

del mondo dell’amore

è dimenticato

invischiato in liquidi gelatinosi

che colano

in mezzo a coltri di paura

soggioganza

rassegnazione.

 

C’è del buio

C’è del buio qui dentro

denso

compatto

schiumoso

un pensiero capriccioso

che mente

illude

raggira questo corpo fiacco

allucinato.

C’è del buio qui dentro

parole e discorsi senza fiato

insussistenti

stringono forte il collo

in spire resistenti

e il tuo viso intanto passa sorridente

a colori e in bianco e nero

sulla pellicola della mia mente.

C’è del buio qui dentro

il mio labbro si piega in un sorriso

segreto

reciso!

Sarò matta?

Ma dal buio di qui dentro

mi sento tristemente

sopraffatta.

Le parole inutili.

Le parole inutili

disegnano onde di solitudine

sulla battigia di pensieri frastagliati

di questo amore perduto

sognato

mai avuto.

Le parole inutili

annusano inquietudini

dentro pozzanghere

di ciò che è passato e di ciò che rimane

e s’allontanano a orecchie basse

e  coda fra le gambe.

Le parole inutili

sono punti luminosi

su questi fogli effimeri

presuntuosi di eternità

e svuotano anime generose

e assaltano barriere

muri

frontiere

di cuori pietrificati.

Le parole inutili

sfrattate dal tuo linguaggio

cercano umili un riparo

un ristoro

e del coraggio.

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