Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

Un’agenda nera dentro una ventiquattrore.

Non ti immagino con una ventiquattrore in mano, e forse quella borsa nera appoggiata sulla sedia è più uno zaino, come quelli che usi per le tue lunghe camminate. Sì riesco a vederlo solo adesso. Particolare insignificante che si raccorda con la realtà. L’agenda è lì, insieme ad altri libri. La sfilo e la apro, appoggiandola alla scrivania. La scrittura è molto chiara con caratteri avvolgenti, sembra quasi la mia. Forse l’unica affinità. E’ tutto scritto in italiano e questo stride. Non poco. Ci sono degli appunti presi con cura e appuntamenti sparsi a caratterizzare i giorni vuoti di queste pagine. Leggerò, con calma. La stanza è vuota, asettica nella luce pallida che penetra dalle tende bianche. Anche i mobili sono chiari, quasi grigi. Questa stanza non onora la tua presenza. Ma è solo per poco, resisti. Dove sei non so. Mi approprio dell’agenda, quasi a volerne carpire i segreti, con la promessa di rimetterla al suo posto appena annusato l’odore della tua esistenza. Il bagno è occupato. Due donne parlano sedute sul bordo della vasca come se fossero in salotto e non accennano ad andarsene almeno per un po’. A guardar meglio hanno le gambe sollevate e loro sono sdraiate dal lato corto al suo interno. Assurdità. Esco dall’appartamento e mi richiudo la porta alla spalle nello stesso momento in cui realizzo di non avere le chiavi. Poco male, al limite mi arrampicherò sul davanzale ed entrerò da qualche finestra. Ma anche quelle sono chiuse. Allora romperò il vetro. Ma sarà da riparare e farà un gran baccano. Non è passato neanche un minuto dalla chiusura della porta e i pensieri mi hanno sopraffatto. Facile prendere, difficile è rimettere tutto a posto. Mi ritrovo in un cortile pavimentato di grigio, che assomiglia più ad un corridoio a cielo aperto, racchiuso lateralmente da muri alti. Lo percorro tutto e arrivo ad una porta che mi accompagna all’interno di una cucina. Non so perché ma è affollata. Ci sono tre persone al suo interno, la stanza è piccola e si sente la mancanza di spazio reale in cui sistemare il proprio corpo. Lo sistemo mettendomi in equilibrio sopra due mattonelle stile anni ’70. Una gamba di qua e una di là. Mio padre è seduto alla mia destra, mia zia mi sta accanto, quasi appiccicata, mentre mia madre è di fronte a me al di là del tavolo. Tutto è avvolto dal marrone, dal pavimento alle sedie al tavolo, anche i nostri visi sembra abbiano assunto quel colore. Mia madre e mia zia convengono sul fatto che ci siamo dimenticati di prendere una cosa importante a casa, forse delle medicine e che è necessario farsi il viaggio a ritroso per recuperarle. Guardano me, come unica speranza. Annuisco. Partiremo da lì a poco, dieci minuti, il tempo di prendere le borse e le chiavi della macchina. Non c’è tempo. Al mio ritorno sarai rientrato nella tua stanza e ti chiederai dove possa essere finita la tua agenda. E io che avrei voluto leggerla nel tempo dell’attesa. E  sistemare tutto. E vederti ritornare e tirare un sospiro di sollievo. E avere la sicurezza che fossi lì a un passo da me. E invece mi tocca andare via. Di nuovo. La tua agenda stretta contro il petto, odora di te. Dolce verità. Non so come farò a fartela riavere, senza correre rischi.

Nella dimensione del sogno tutto rimane sospeso.

La tua presenza aleggia anche se non ci sei.

Sogni di post-it e di poesie

E allora metteranno un tavolino sotto i pini, tra gli aghi caduti per terra, vicino alla stazione delle corriere, a cui si accede da una lunga scala  o da una strada con una curva a gomito. E sul tavolino ci saranno tanti post-it che, non si sa come, non volano via per l’alzarsi del vento. E il loro colore giallo si nota pur mimetizzandosi con i colori del bosco tutt’intorno. E le mani scaveranno in quel tavolino come si scava al mercato tra le ceste delle offerte di magliette a tre euro o a un euro, che tanto è uguale. Mani assetate di persone diverse, mani barbone, mani di insegnanti di lettere del liceo della città, mani pulite e riccamente adornate si scontreranno e intrecceranno con quelle rugose dalle unghie nere. Le mani saranno diverse, ma gli sguardi incontrandosi riconosceranno la felicità di un attimo. Ognuno avrà trovato il suo foglietto, ognuno leggerà la sua frase, ognuno gioirà per le parole regalate scritte a penna nera su quei fogli gialli. Io passo di lì, mentre  il giorno ferito va a morire dietro le montagne. Guardo i loro occhi luminosi di rivelazioni appagate, il braccio alzato trionfante per aver trovato ciò che desideravano, ciò di cui avevano bisogno.

E la mia compagna di viaggio dice: le parole che fanno splendere i loro sguardi sono le tue… e mi sento felice!

Febbre notturna

Fronte imperlata di sudore

corpo febbrile

membra tremanti

respiro irregolare

ansie di mamma al capezzale.

Miscugli chimici

parole ridondanti

fiducie mancanti

musi di padri saccenti.

La notte esagera paure infondate

di interazioni medicinali

di bugiardini piegati male.

Pillole di poca saggezza

Sensazione del giorno:

Ammissioni volontarie

C’è voluto tanto tempo dopo la notte più brutta a capire cosa c’è, come si chiama quest’inquietudine che mi prende ogni tanto. E sono servite tante sere di pioggia dopo la sera di pioggia per eccellenza per capire cos’è questa sensazione di impotenza. E pensavo che sarebbe bastato poco per riportare indietro il tempo, per fingere che non fosse successo niente e che tutto sarebbe andato avanti nella sua normalità, una normalità che non poteva chiamarsi tale, ma fingeva di esserlo fin nei minimi dettagli. E pensavo che sarebbe bastato poco per ricucire le trame sfilacciate e allargate per rivedere il disegno nella sua totalità, nonostante si sappia che se si tenta di cucire uno strappo, questo continuerà a notarsi. Se giace in un posto nascosto gli altri non se ne accorgono, ma il problema sei tu che sai dov’è, che sai che c’è e che continui a guardare nel suo punto esatto e a toccare quella cicatrice, quella parte più spessa del tessuto quasi a coccolarla, quasi a consolarla o semplicemente a consolare te stessa. E più la tocchi, più i ricordi riemergono e più ti fai male e meno guarisci e la ferita si riapre e sanguina in continuazione. Ma quello strappo fa  parte della tua vita e lo custodirai gelosamente dentro le tue stesse viscere perchè ti ha cambiato profondamente. Non puoi non conviverci, non puoi rinnegare, non puoi più vivere senza.

Oggi è venuta fuori l’unica parola che spiega tutto.

L’allontanamento da quello che per me era importante, dalle mie convinzioni, dai miei ideali, la mia continua volontà di isolarmi, di passare le ore in silenzio, il mio estenuante cercare e richiamare il passato, quello remoto, come un respiro, come una preghiera dipendono da quell’unica parola che solo oggi è venuta fuori da me in un modo inaspettato e sorprendente. Attraverso una banalissima telefonata. Grazie a una sola telefonata. Come una presa di coscienza, una rinuncia al trinceramento che mi ero imposta , un’ammissione di debolezza.

L’unica parola che possa spiegare tutta la tristezza, queste parole gettate come spazzatura a riempire gli interstizi della tastiera, tutte queste cazzate che animano in bianco e nero i miei scritti non ha altro che un nome, ed è…

RABBIA…

Ma tu che ne sai…

Ma tu che ne sai

dei riccioli capricciosi dei miei ricordi,

delle filigrane dei miei pensieri,

dei miei tormenti interni.

Sono cancro per la felicità.

Che ne sai

delle gabbie e delle mie catene,

dei miei nodi scorsoi nel mare agitato di questo mio vagare.

Sono cappi all’imboccatura dello stomaco.

Che ne sai

dei miei tremori, dei deliri, dell’amore febbrile.

Sono virus mortali senza possibilità di guarigione.

Che ne sai

del mio mendicare cenciosa dietro i tuoi passi

raccogliendo barcollante granelli che lasci cadere lungo il cammino.

Sono semi di speranza da cui sbocceranno nuovi fiori.

Pensieri

Si affacciano i pensieri ad altri pensieri

che a loro agio nel buio della notte

si confondono ora

abbagliati dai colori e dai rumori del mattino.

Si avvolgono i pensieri ad altri pensieri,

nodi inestricabili

tra gli interstizi neuronali.

Giocano i pensieri con altri pensieri

e sono ordine, logica, consapevolezza

mentre tu parola e linguaggio,

calcolo, funzione e strategia.

Si trasformano i pensieri in altri pensieri

e divento arte, passione, intuizione

tu gusto e colore,

movimento e fantasia

suono fragoroso di una calda risata.

E scoppiano i pensieri insieme ad altri pensieri

e non mi mollano ora

mentre tu mi ignori ancora.

Buoni propositi….

Ciao amici di wordpress e buon anno a tutti. 🙂

Quando ero piccola festeggiavo l’arrivo del Natale e del Capodanno dai miei nonni. C’era sempre una marea di parenti, che animava la grande casa dai soffitti altissimi. Il nonno perpetuava i suoi riti anno dopo anno mentre noi bambini ci trasformavamo in adulti, chi cambiando altezza, chi cambiando spirito, anima, viscere, chi semplicemente rossetto e pettinatura. Vedevo le mie cugine, più o meno mie coetanee, cambiarsi d’abito mezzora prima della mezzanotte, stare in bagno a truccarsi per interminabili minuti per attendere l’anno nuovo e poi fuggire al ballo con il ragazzo di turno.

La cosa che ancora oggi mi stupisce è invece l’inarrestabile lavoro delle donne di casa che, appena dopo il cenone, si accingevano di nuovo a cucinare per preparare il cotechino con le lenticchie – perchè non puoi non mangiarne, portano fortuna, dai mangiane solo due o tre anche se non ti piacciono- dalla nonna, alle zie, a mia madre con i maglioni rossi luccicanti – che è Capodanno e non fa niente se puzziamo di fritto e di pesce!-

E poi il dolce fatto con gli “Oro Saiwa” e il cioccolato, la tavola di nuovo apparecchiata, ma stavolta in cucina e non in sala, gli zii che giocavano a “stoppa”, a briscola e poi boh perchè era vietato andare a disturbarli, la tv accesa su un qualsiasi programma che facesse il conto alla rovescia, con i soliti trenini e le Brigitte Bardot e l’ “hai hai caramba”, i -3 -2 -1 AUGURIIIIII!!!!! e gli abbracci e i baci a profusione e chi aveva le lacrime agli occhi e chi diceva ormai come un disco rotto “non piangere, non piangere, perchè chi piange a Capodanno piange tutto l’anno” e chi si asciugava il viso per scaramanzia -tanto non ci crede nessuno ma non si sa mai- e chi mandava giù il nodo rimasto in gola, chi riprendeva ad abbracciare a casaccio e chi sparava bombette, chi guardava i fuochi d’artificio, chi si tappava le orecchie, chi urlava “basta basta”  chi furtivamente salutando tutti se ne andava…

E’ il primo giorno dell’anno di tanti anni dopo uno di quelli vissuti in quel modo, perchè dopo la morte del nonno tutto è stato diverso. I riti compiuti da lui venivano simulati da qualcun’altro, ma avevano perso il gusto e il sapore, gli abbracci erano diventati vuoti, anzi con la sua presenza forte nel mezzo dei due corpi che si stringevano e nessuno più diceva di non piangere il primo giorno dell’anno perchè ormai tutti piangevamo.

Non so come sarà questo 2013, so quanto è stato duro il 2012 ma è passato, lasciandomi tanti vuoti e troppi momenti di introspezione, che più mi guardo dentro e più mi perdo e mi confondo. Una cosa però mi faceva stare bene nel 2012 ed era stare qui, scrivere, rileggermi, mettermi a nudo, confrontarmi, leggere altre storie di voi che siete là fuori ma dentro queste stesse mie pagine e questa è una certezza. E così recupero la frase di una volta adattandola ai tempi e a questo contesto:

Chi non scrive a Capodanno, non scrive tutto l’anno……….

e io questa volta ci voglio credere senza scaramanzia e soprattutto non voglio smettere!

P.S. Grazie a quanti mi sono stati vicini nonostante io non ci sia stata…

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