Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Ammissioni volontarie

C’è voluto tanto tempo dopo la notte più brutta a capire cosa c’è, come si chiama quest’inquietudine che mi prende ogni tanto. E sono servite tante sere di pioggia dopo la sera di pioggia per eccellenza per capire cos’è questa sensazione di impotenza. E pensavo che sarebbe bastato poco per riportare indietro il tempo, per fingere che non fosse successo niente e che tutto sarebbe andato avanti nella sua normalità, una normalità che non poteva chiamarsi tale, ma fingeva di esserlo fin nei minimi dettagli. E pensavo che sarebbe bastato poco per ricucire le trame sfilacciate e allargate per rivedere il disegno nella sua totalità, nonostante si sappia che se si tenta di cucire uno strappo, questo continuerà a notarsi. Se giace in un posto nascosto gli altri non se ne accorgono, ma il problema sei tu che sai dov’è, che sai che c’è e che continui a guardare nel suo punto esatto e a toccare quella cicatrice, quella parte più spessa del tessuto quasi a coccolarla, quasi a consolarla o semplicemente a consolare te stessa. E più la tocchi, più i ricordi riemergono e più ti fai male e meno guarisci e la ferita si riapre e sanguina in continuazione. Ma quello strappo fa  parte della tua vita e lo custodirai gelosamente dentro le tue stesse viscere perchè ti ha cambiato profondamente. Non puoi non conviverci, non puoi rinnegare, non puoi più vivere senza.

Oggi è venuta fuori l’unica parola che spiega tutto.

L’allontanamento da quello che per me era importante, dalle mie convinzioni, dai miei ideali, la mia continua volontà di isolarmi, di passare le ore in silenzio, il mio estenuante cercare e richiamare il passato, quello remoto, come un respiro, come una preghiera dipendono da quell’unica parola che solo oggi è venuta fuori da me in un modo inaspettato e sorprendente. Attraverso una banalissima telefonata. Grazie a una sola telefonata. Come una presa di coscienza, una rinuncia al trinceramento che mi ero imposta , un’ammissione di debolezza.

L’unica parola che possa spiegare tutta la tristezza, queste parole gettate come spazzatura a riempire gli interstizi della tastiera, tutte queste cazzate che animano in bianco e nero i miei scritti non ha altro che un nome, ed è…

RABBIA…

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: