Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Un’agenda nera dentro una ventiquattrore.

Non ti immagino con una ventiquattrore in mano, e forse quella borsa nera appoggiata sulla sedia è più uno zaino, come quelli che usi per le tue lunghe camminate. Sì riesco a vederlo solo adesso. Particolare insignificante che si raccorda con la realtà. L’agenda è lì, insieme ad altri libri. La sfilo e la apro, appoggiandola alla scrivania. La scrittura è molto chiara con caratteri avvolgenti, sembra quasi la mia. Forse l’unica affinità. E’ tutto scritto in italiano e questo stride. Non poco. Ci sono degli appunti presi con cura e appuntamenti sparsi a caratterizzare i giorni vuoti di queste pagine. Leggerò, con calma. La stanza è vuota, asettica nella luce pallida che penetra dalle tende bianche. Anche i mobili sono chiari, quasi grigi. Questa stanza non onora la tua presenza. Ma è solo per poco, resisti. Dove sei non so. Mi approprio dell’agenda, quasi a volerne carpire i segreti, con la promessa di rimetterla al suo posto appena annusato l’odore della tua esistenza. Il bagno è occupato. Due donne parlano sedute sul bordo della vasca come se fossero in salotto e non accennano ad andarsene almeno per un po’. A guardar meglio hanno le gambe sollevate e loro sono sdraiate dal lato corto al suo interno. Assurdità. Esco dall’appartamento e mi richiudo la porta alla spalle nello stesso momento in cui realizzo di non avere le chiavi. Poco male, al limite mi arrampicherò sul davanzale ed entrerò da qualche finestra. Ma anche quelle sono chiuse. Allora romperò il vetro. Ma sarà da riparare e farà un gran baccano. Non è passato neanche un minuto dalla chiusura della porta e i pensieri mi hanno sopraffatto. Facile prendere, difficile è rimettere tutto a posto. Mi ritrovo in un cortile pavimentato di grigio, che assomiglia più ad un corridoio a cielo aperto, racchiuso lateralmente da muri alti. Lo percorro tutto e arrivo ad una porta che mi accompagna all’interno di una cucina. Non so perché ma è affollata. Ci sono tre persone al suo interno, la stanza è piccola e si sente la mancanza di spazio reale in cui sistemare il proprio corpo. Lo sistemo mettendomi in equilibrio sopra due mattonelle stile anni ’70. Una gamba di qua e una di là. Mio padre è seduto alla mia destra, mia zia mi sta accanto, quasi appiccicata, mentre mia madre è di fronte a me al di là del tavolo. Tutto è avvolto dal marrone, dal pavimento alle sedie al tavolo, anche i nostri visi sembra abbiano assunto quel colore. Mia madre e mia zia convengono sul fatto che ci siamo dimenticati di prendere una cosa importante a casa, forse delle medicine e che è necessario farsi il viaggio a ritroso per recuperarle. Guardano me, come unica speranza. Annuisco. Partiremo da lì a poco, dieci minuti, il tempo di prendere le borse e le chiavi della macchina. Non c’è tempo. Al mio ritorno sarai rientrato nella tua stanza e ti chiederai dove possa essere finita la tua agenda. E io che avrei voluto leggerla nel tempo dell’attesa. E  sistemare tutto. E vederti ritornare e tirare un sospiro di sollievo. E avere la sicurezza che fossi lì a un passo da me. E invece mi tocca andare via. Di nuovo. La tua agenda stretta contro il petto, odora di te. Dolce verità. Non so come farò a fartela riavere, senza correre rischi.

Nella dimensione del sogno tutto rimane sospeso.

La tua presenza aleggia anche se non ci sei.

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2 pensieri su “Un’agenda nera dentro una ventiquattrore.

  1. C’è quel ché di evocativo.
    Mi piace.

    🙂
    r.

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