Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

Come legno vivo

“Cos’è questa cosa sotto il letto?”

“Quale?”

“Questa!”

La signora Giovanna estrasse un lungo bastone di tre centimetri di diametro da sotto il letto e lo mostrò al marito che si era appena impagliato sotto le spesse coperte. Il bastone in un suo passato non troppo remoto aveva il compito di sorreggere la tenda del bagno. Si mostrava orgoglioso e fiero della sua forma, del peso e del colore, un mogano tirato a lucido, anche se di tutta la lunghezza ne era rimasta sì e no la metà, in quanto il signor Mario aveva la mania di fare piccoli lavori di bricolage e lo aveva tagliato.

“Ah quello… sì, beh lascialo lì che domani lo riporto in cantina.”

“Ma insomma Mario possibile che ti porti il lavoro anche a letto? Potevo capire la presenza di un libro erotico o di qualcosa di peggio, al limite assecondavo pure la presenza di una rivista di bricolage, ma portarsi un pezzo di legno fino in camera da letto, no! Mi sembra troppo anche per te… e per me soprattutto.”

“Sì, sì Giovanna lasciami dormire adesso…”

“E no caro, questo fatto è inquietante, è come se un avvocato si portasse in camera da letto l’imputato, o che ne so un insegnante il suo alunno, non che questo nella vita reale non avvenga. Oppure che ne so, per fare un esempio più calzante, è come se un macellaio adagiasse sotto il letto la testa mozzata della vacca appena uccisa con il sangue tutto gocciolante a sporcare il parquet… secondo te la moglie sarebbe contenta? A mio avviso sicuramente no… E figurati io come devo stare con questa presenza proprio qui sotto.”

“Ok Giovanna, ok, spero solo che l’imputato e l’alunno vengono adagiati sopra il letto e non sotto… domani su, domani, è solo un pezzo di legno che ho dimenticato.”

“Io credo che sia più opportuno per il bene di entrambi che questo coso lo portassi quanto meno in cucina. Alzati Mario mettilo in soggiorno o in qualsiasi altro posto tu voglia, tranne che sotto il mio letto”.

“Non ho nessuna intenzione di alzarmi, ne riparliamo domani.”

” Guarda che se non ti alzi e non lo porti immediatamente di là sono guai! Inizio a gridare svegliando tutto il vicinato e poi vediamo cosa ti inventerai per giustificare le mie urla con i condomini. Vedrai!”

Mario non si preoccupò più di tanto di quelle minacce, il vicinato conosceva molto bene l’indole capricciosa della moglie e, il più delle volte, quando qualcuno lo incrociava per le scale o entrava in ascensore con lui gli rivolgeva uno sguardo compassionevole simile a quello che si offre a un randagio smagrito che vaga per strada. L’unica cosa che fece fu di cercare di nuovo di prendere sonno, ignorando non solo la voce ma anche la presenza ingombrante di quella donna. Aveva sempre dovuto accettare le umiliazioni di lei fin da giovane, quando suo padre decise in maniera irremovibile di obbligarlo al matrimonio con la speranza di migliorare la loro situazione economica a dir poco precaria. Mario, a quei tempi, era solo un semplice aiutante nella bottega di un falegname, condizione che non gli consentiva di percepire una grossa quantità di denaro, ma che era comunque sufficiente a non gravare sulle sorti della famiglia. Da piccolo, aiutando il padre come tagliaboschi, aveva perso l’utilizzo della mano sinistra e queste sue condizioni fisiche non gli consentivano un vero e proprio passo avanti in quel mestiere né in altri mestieri, a dire il vero. Sposare Giovanna, brutta e petulante ma di famiglia agiata era, secondo il padre, un buon compromesso per entrambe le famiglie. Chi avrebbe accettato di vivere con un uomo dalla mano monca e senza possibilità di avanzamento sociale? Chi, d’altro canto, avrebbe deciso di prendere in moglie una giovane con una dote importante, ma che non si poteva guardare in viso per quanto fosse orripilante? La conclusione era che, in fondo, nonostante qualche piccola e insignificante differenza, a cui si poteva ovviare con il buon senso, erano fatti l’uno per l’altra.

Dopo tanti anni di matrimonio, Mario si sentiva un uomo stanco con un infinito bisogno di far riposare le sue vecchie membra ma soprattutto di mettere in stand-by orecchie e cervello, dopo tutte le parole che doveva sorbire durante la giornata da parte della moglie che, ostinatamente, quando iniziava una battaglia, non desisteva finché non lo metteva al tappeto per fiaccamento.

Finito di sbraitare, Giovanna fece il giro del letto, apri le coperte dal suo lato e vi ci si infilò con un muso lungo e un’aria soddisfatta per avergliene cantate una volta per tutte, anche senza aver ottenuto alcun risultato, se non quello di sfogare la sua rabbia. E si addormentò. Mario, invece, aveva perso la voglia di dormire e se ne stava a guardare il soffitto, debolmente illuminato dalla luce del lampione proveniente dalle fessure delle tapparelle abbassate. Si meritava tutto ciò? Si chiedeva. Era giusto aver avuto una vita sacrificante, con poche soddisfazioni e ancora non essere riuscito a ottenere un po’ di rispetto da quella donna bisbetica? In fin dei conti con quel matrimonio si erano aiutati a vicenda, ma chi forse aveva tratto maggior vantaggio era stata lei. Aveva evitato la vergogna di camminare per strada ed essere additata come zitella, aveva avuto la fortuna di avere un uomo onesto al suo fianco e, perchè no, anche gentile e generoso, cosa che per lei era fuori natura.

Mario allungò la mano fuori dalla trapunta e abbassatola, raggiunse il bastone ai piedi del letto. Lo accarezzò, lo sentiva amico. Era stata una costante nella sua vita avere in mano pezzi di legno di tutte le essenze presenti nei boschi della zona.  Il legno era un amico caldo, fidato, che si lasciava trasformare per diventare qualcosa di prezioso o di utile, senza perdere la sua natura, con generosità e umiltà. Avere a che fare con questo materiale lo rassicurava, lo faceva sentire più forte e meno solo.

La mattina seguente Mario si accorse di essersi svegliato avendo ancora tra le mani il pezzo di bastone. Era stanco, spossato nonostante la lunga e profonda dormita, ma si sentiva in pace con sé stesso e col mondo, come dopo un’appagante notte di sesso. Accarezzò nuovamente il bastone liscio e decise di iniziare la giornata con positività. La moglie sembrava dormire ancora. Si strofinò gli occhi e qualcosa di viscido gli si sparse in faccia. Si guardò le mani, si mise, di scatto, seduto sul letto e diede una rapida occhiata in giro. Tutto, la testiera del letto, le coperte, la parete, il bastone più in basso, le sue stesse mani e adesso anche la faccia avevano cambiato aspetto e consistenza. Tutto faceva parte di un quadro astratto a macchie dai fulgidi colori rosso e bianco. E lui non solo ne era l’osservatore, ma il soggetto attonito in quella scena surreale. E le sue labbra si tirarono in un sorriso…

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Intesa silente

Litri di sangue

ampolle trasparenti

corpo svuotato di anemiche forze.

In quel rosso siamo

avvinghiati

intrecciati da cavi dell’alta tensione

che pulsano vita

da me a te.

Ti sento

leggo il labiale

attraverso veline bianche

risucchiate ad ogni respiro.

Parlami amore ancora senza voce

capirò lo stesso

il linguaggio del tuo cuore.

In un corpo che cade a pezzi, l’anima vola.

Sarò vecchia coi capelli bianchi raccolti in basso in un elegante chignon. E indosserò un vestito blu a roselline bianche o forse a pois e starò seduta in una comoda poltrona accanto alla finestra che dà sulla strada. Avrò mani tremanti appoggiate ai braccioli e il viso solcato da pesanti rughe. I miei occhi avranno palpebre abbassate per la stanchezza o il troppo pianto o la troppa attesa, come spesse tende che lasciano fuori il mondo. Ma dentro di me l’anima canterà inedite e sublimi melodie al sol pensiero di te e i piedi batteranno il tempo, con un sommesso ticchettio che tutti scambieranno per tic, mania, ossessione, mentre noi nella mia mente danzeremo insieme…

e mi chiameranno pazza.

E ogni tanto riderò a crepapelle guardando fuori dalla finestra mentre passerà qualcuno e sembrerà che lo stia prendendo in giro. E invece starò ricordando la tua camminata veloce e al santuario della tua schiena starò recitando il rosario  sgranando a uno a uno gli anelli della tua spina dorsale…

e mi chiameranno bigotta.

Oppure sorriderò, all’improvviso e senza motivo, fissando il colore del soffitto o il quadro di un paesaggio appeso alla parete. E quel colore sarà il ricordo dell’ultima immagine impressa nell’iride prima di chiudere gli occhi, nell’abbandono tra le tue braccia in un bacio profondo mentre facciamo l’amore. E il paesaggio alla parete con il prato immenso, che profuma di primavera, sarà il luogo dove ci incontreremo e facendo capolino tra gli alberi in lontananza con le fronde illuminate dal sole finalmente mi aspetterai e ci faremo beffa del destino  …

e mi chiameranno beata.

10 parole

Vivo in attesa che tu

venga a stravolgermi la vita.

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