Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “marzo, 2013”

Sintesi

… non avevo capito la direzione dei tuoi sguardi 
che siamo donne siamo donne
oltre il burka le gonne …

…delle scintille che facevi ti diranno che sei poco produttiva

….ma sei sempre il sole che scende in un ufficio pubblico
per appenderci un altro crocifisso
di sera nelle zone artigianali
per tradirsi per brillare come le mine e le stelle polari
e sempre come un amuleto tengo i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto 
e tu tornerai dall’estero 

…adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole che fanno piovere

Le serate di Lucia

La televisione gracchiava qualcosa quella sera, come tutte le altre sere. Mentre lavava i piatti il rumore dell’acqua copriva quello dei suoi pensieri. Lucia ormai pensava troppo, non parlava quasi mai e aveva preso l’abitudine di chiudersi all’interno del suo guscio, della sua corazza, mentre suo marito al contrario non la smetteva mai di parlare. Del governo sopratutto, della corruzione dei politici, delle cospirazioni dei servizi segreti, degli Illuminati, degli Uomini in nero, del rock ‘n roll, delle morti sospette, dei gay, dei pedofili. Parlava senza accorgersi che lei era assente, prestava l’orecchio, un accenno di sorriso o un’espressione sorpresa quando serviva, ma non il cervello, la testa, la concentrazione sul flusso di parole emesso.

Lucia aveva una figlia di sette anni, la luce dei suoi occhi, come si dice comunemente. Quella bambina la faceva rinascere, le faceva tornare la voglia di essere viva nello spirito e nella mente. Con lei riusciva a ridere, a scherzare, a parlare, a essere se stessa. Le insegnava tantissime cose che la bambina imparava grazie alla curiosità e all’acutezza di cui era dotata, ma soprattutto grazie all’abilità, alla preparazione e alla passione che Lucia provava per l’insegnamento, mestiere che aveva praticato prima del matrimonio e che le era stato negato subito dopo, imponendole lo status di casalinga. Comunque erano passati tanti anni e questo adesso importava poco. Significativo era invece il fatto che ogni qualvolta il marito tornava a casa dal lavoro, la magia per Lucia finiva. Si lasciava spegnere come lo stoppino inzuppato di cera, entrava nell’ombra di se stessa e spariva, cercando di mimetizzarsi il più possibile con le pareti, l’arredamento, l’aria. Il motivo era da ricercare nell’abilità estrema di lui nell’umiliarla, nel trattarla male, nel contraddirla, nell’ignorarla proprio davanti alla figlia e questo Lucia non lo sopportava e non se lo poteva permettere. Non poteva permetterglielo! Non di rovinare quel rapporto radioso con l’unica persona al mondo che dipendeva da lei e non poteva permettere che, a causa dell’atteggiamento del padre, la figlia potesse in qualche modo stimarla di meno. Così un po’ per strategia e un po’ per dignità se ne stava zitta, annuendo alle affermazioni davanti all’esibizione forzata di cultura del marito. Passava in questo modo tutto il tempo fino a quando Sara, la figlia, non andava a dormire.

Da quel momento la solitudine mentale diveniva anche solitudine fisica. Il marito usciva dalla cucina per distendersi sul divano a guardare le partite o qualche film western e lei rimaneva in compagnia della sua trincea di bolle di sapone e dolore. A quel punto iniziava a tormentarsi, ripensava alle scelte, ripiangeva vecchie abitudini, malediceva date e ricorrenze e l’incapacità di ribellarsi, di mettere fine a quella storia assurda, a quella famiglia che non sapeva di famiglia. E pensare che l’aveva desiderata tanto una famiglia. L’aveva immaginata numerosa e serena, con un padre per i suoi piccoli che avrebbe saputo giocare a nascondino prima di cena, che avrebbe controllato i compiti, i disegni e i voti, che avrebbe compreso e asciugato lacrime all’occorrenza, donando un po’ di saggezza e di coraggio all’anima ingenua che aveva di fronte. E invece si ritrovava con un uomo gretto, rozzo, insensibile, disinteressato, egoista, che al suo ritorno non faceva altro che rimproverare la piccola Sara e reclamare il cibo per andare poi a digerirlo grazie a quattro rutti gorgheggiati sul divano. Nessuna comprensione, nessun aiuto.

L’orologio scandiva le ore eterne della notte, mentre Lucia, stanca e dolorante, finalmente si sedeva sulla sedia di fronte alla tv alla ricerca convulsa di qualcosa che l’attraesse. Le immagini scorrevano veloci impressionando la retina. Si ritrovava spesso a dover sbattere vigorosamente le palpebre per scrollasi di dosso gli ultimi pensieri e a quanto pareva anche le sue mani assumevano posizioni non suggerite dalla volontà. Ogni tanto se le ritrovava giunte come se volessero pregare, altre a tenersi le guance e le tempie come a voler contenere una disperazione pronta ad esplodere, altre ancora ad asciugare una lacrima vagante. Ma la cosa che più di tutte la faceva ripiombare nella realtà erano quei colpi nel profondo appena sotto lo stomaco. Un’altra piccola creatura faceva avvertire la sua presenza e, nonostante Lucia si sentisse felice per un dono così grande, aveva la consapevolezza di essere ancora una volta sola.

Languida mente

Langue la mia mente

languidamente.

La tua mente mente?

O è la tua bocca

a rigurgitare bugie

indigeste?

L’unico attore consapevole

è il cuore

sospeso a un sospiro intonato

malamente.

Accorda i tuoi organi stonati

lentamente

io son pronta allo spettacolo seguente

la mia mente langue

ma non mente.

Hai passato in rassegna i miei perché trascurandone due o tre!

Senza riuscire ad allineare i miei pensieri ai tuoi, passo le notti ad analizzare caratteri alfabetici pensati in momenti blindati alle sicurezze.  Incertezza!

Questo sistema matematico prevede sempre n equazioni a n+1 incognite con soluzione banale.  Vita!

E’ colpa delle orecchie piegate degli aerei che non ti sanno ascoltare.  Loro odono solo il rombo dei motori che l’aria fa tremare. Musica!

Portami lì dove il mare divora le tavole da surf e la tua fronte abbronzata sfida il rapimento della pellicola fotografica. Orizzonte!

Quando i bus non passano e le panchine raccontano storie di bianchi abbracci degli infreddoliti venerdì mattina. Romanticismo!

La mano sulla spalla, lo sguardo languido e il sorriso, una guancia sul tuo viso…

Mimose? No grazie!!!

Augurandoci che prima o poi il mondo comprenda il nostro valore,

in memoria soprattutto delle tante vittime della violenza maschile…

Mimose? No grazie!!!.

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