Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Le serate di Lucia

La televisione gracchiava qualcosa quella sera, come tutte le altre sere. Mentre lavava i piatti il rumore dell’acqua copriva quello dei suoi pensieri. Lucia ormai pensava troppo, non parlava quasi mai e aveva preso l’abitudine di chiudersi all’interno del suo guscio, della sua corazza, mentre suo marito al contrario non la smetteva mai di parlare. Del governo sopratutto, della corruzione dei politici, delle cospirazioni dei servizi segreti, degli Illuminati, degli Uomini in nero, del rock ‘n roll, delle morti sospette, dei gay, dei pedofili. Parlava senza accorgersi che lei era assente, prestava l’orecchio, un accenno di sorriso o un’espressione sorpresa quando serviva, ma non il cervello, la testa, la concentrazione sul flusso di parole emesso.

Lucia aveva una figlia di sette anni, la luce dei suoi occhi, come si dice comunemente. Quella bambina la faceva rinascere, le faceva tornare la voglia di essere viva nello spirito e nella mente. Con lei riusciva a ridere, a scherzare, a parlare, a essere se stessa. Le insegnava tantissime cose che la bambina imparava grazie alla curiosità e all’acutezza di cui era dotata, ma soprattutto grazie all’abilità, alla preparazione e alla passione che Lucia provava per l’insegnamento, mestiere che aveva praticato prima del matrimonio e che le era stato negato subito dopo, imponendole lo status di casalinga. Comunque erano passati tanti anni e questo adesso importava poco. Significativo era invece il fatto che ogni qualvolta il marito tornava a casa dal lavoro, la magia per Lucia finiva. Si lasciava spegnere come lo stoppino inzuppato di cera, entrava nell’ombra di se stessa e spariva, cercando di mimetizzarsi il più possibile con le pareti, l’arredamento, l’aria. Il motivo era da ricercare nell’abilità estrema di lui nell’umiliarla, nel trattarla male, nel contraddirla, nell’ignorarla proprio davanti alla figlia e questo Lucia non lo sopportava e non se lo poteva permettere. Non poteva permetterglielo! Non di rovinare quel rapporto radioso con l’unica persona al mondo che dipendeva da lei e non poteva permettere che, a causa dell’atteggiamento del padre, la figlia potesse in qualche modo stimarla di meno. Così un po’ per strategia e un po’ per dignità se ne stava zitta, annuendo alle affermazioni davanti all’esibizione forzata di cultura del marito. Passava in questo modo tutto il tempo fino a quando Sara, la figlia, non andava a dormire.

Da quel momento la solitudine mentale diveniva anche solitudine fisica. Il marito usciva dalla cucina per distendersi sul divano a guardare le partite o qualche film western e lei rimaneva in compagnia della sua trincea di bolle di sapone e dolore. A quel punto iniziava a tormentarsi, ripensava alle scelte, ripiangeva vecchie abitudini, malediceva date e ricorrenze e l’incapacità di ribellarsi, di mettere fine a quella storia assurda, a quella famiglia che non sapeva di famiglia. E pensare che l’aveva desiderata tanto una famiglia. L’aveva immaginata numerosa e serena, con un padre per i suoi piccoli che avrebbe saputo giocare a nascondino prima di cena, che avrebbe controllato i compiti, i disegni e i voti, che avrebbe compreso e asciugato lacrime all’occorrenza, donando un po’ di saggezza e di coraggio all’anima ingenua che aveva di fronte. E invece si ritrovava con un uomo gretto, rozzo, insensibile, disinteressato, egoista, che al suo ritorno non faceva altro che rimproverare la piccola Sara e reclamare il cibo per andare poi a digerirlo grazie a quattro rutti gorgheggiati sul divano. Nessuna comprensione, nessun aiuto.

L’orologio scandiva le ore eterne della notte, mentre Lucia, stanca e dolorante, finalmente si sedeva sulla sedia di fronte alla tv alla ricerca convulsa di qualcosa che l’attraesse. Le immagini scorrevano veloci impressionando la retina. Si ritrovava spesso a dover sbattere vigorosamente le palpebre per scrollasi di dosso gli ultimi pensieri e a quanto pareva anche le sue mani assumevano posizioni non suggerite dalla volontà. Ogni tanto se le ritrovava giunte come se volessero pregare, altre a tenersi le guance e le tempie come a voler contenere una disperazione pronta ad esplodere, altre ancora ad asciugare una lacrima vagante. Ma la cosa che più di tutte la faceva ripiombare nella realtà erano quei colpi nel profondo appena sotto lo stomaco. Un’altra piccola creatura faceva avvertire la sua presenza e, nonostante Lucia si sentisse felice per un dono così grande, aveva la consapevolezza di essere ancora una volta sola.

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8 pensieri su “Le serate di Lucia

  1. Mi sembra di vederla, anzi come di conoscerla.
    Racconto che quasi ti fa muovere le mani, i gesti in scrittura che lo compongono compongono anche quelle scene già vissute e lasciate un po’ da parte.
    Ti seguo. : )

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  2. Molto bello complimenti.
    Grazie

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  3. mi hanno colpito il rumore dell’acqua dei piatti a coprire i pensieri (in incipit) e il tentativo di mimetismo (con le pareti, l’arredamento, l’aria) di lucia. lapidaria e degna di nota poi la descrizione del marito “egoista, che al suo ritorno non faceva altro che rimproverare la piccola Sara e reclamare il cibo per andare poi a digerirlo grazie a quattro rutti gorgheggiati sul divano.” brrr…
    speriamo che lucia inizi a scrivere qualcosa sulla sua vita (e che educhi se stessa)…

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    • Lucia è una persona che non crede in se stessa e forse della sua vita non scriverà mai niente, ma continuerà a pensare troppo senza essere in grado di agire. Chissà magari la figlia potrà farlo al posto suo carpendo un po’ alla volta ciò che le trasmette la madre col suo esempio e cercando di trovare la forza per non replicare gli errori.
      Grazie… 🙂

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