Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

19 aprile

A migliaia di  giorni  dalle profondità  senza più speranza di risalita e di ossigeno tra inconsistenti realtà risucchiate dal vuoto. E lo puoi chiamare delirio questa passione che mi brucia la pelle e i tessuti del cervello, mentre scienziati sadici osservano le reazioni, infilzandomi elettrodi nei pensieri e nei ricordi di te. E vedono la porta da cui sei entrato. Aveva un ingresso trionfale con timpano e colonne e il muro di fondo dipinto di arancione, segno tangibile di desiderio d’attenzione del nostro piccolo borgo antico. E riconoscono i nostri zaini pesanti scaricati dai portapacchi delle biciclette, depositate in luoghi sicuri senza catene e i miei capelli spettinati dal vento che si ricomponevano alla  vista di te e le mie guance rosse e il luccichio degli occhi verdi sotto gli occhiali più grandi del mio viso.  E i tuoi gesti, la tua bocca sottile, il naso perfetto, il tuo neo sulla guancia, gli occhi…i tuoi occhi!  Chè ho perso il senno e le notti serene e i sogni per quei tuoi occhi, ché mi hanno regalato le rughe e le occhiaie delle albe arrivate troppo presto. Essi scrutano ancora e osservano di quella volta con la neve fuori, quando il tuo sguardo ricadeva su di me e il mio cercava una via di fuga tra gli interstizi delle mattonelle. E poi la stanza affollata,  i troppi interruttori della luce, una mano in aiuto sopra la mia testa che scivolava lentamente sul muro, il buio e lo schermo che proiettava il film del futuro, mentre io studiavo i movimenti della tua nuca e le pieghe del tuo collo, le tue spalle che si alzavano ad ogni tua risata. E i rimpianti per quella stretta di mano non data, per quel mio accarezzarti solo da lontano, per il mio sfiorarti con il cuore che ha perso il ritmo dei suoi battiti.

A centinaia di giorni da una nuova speranza di appartenenza, di condivisione tra intrecci di imbarazzi e frasi a metà. E puoi continuare a chiamarlo delirio questo desiderio che mi soffoca la gola e fa contorcere la pancia, mentre gastroenterologi mi ingozzano di sciroppi amari per far scivolare il mancato sapore di te. E percepiscono la trasformazione dei bruchi in farfalle e il loro volare vorticoso dentro il mio stomaco alle tue prime parole. E controllano le mie ragnatele, le sensazioni dimenticate, le paure ritrovate e il nostro incespicare tra passato e presente, tra emozioni importanti e cose da niente. E gli incontri sospesi di caffè mancati tra impegni veri e inventati per ingoiare un’altra volta la sensazione di inadeguatezza, il non essere mai alla tua altezza. E la curiosità di scoprire come si è trasformata la tua voce e la melodia delle tue tonalità, chè le avrei trasformate in canzone se solo ne fossi stata capace. Infine le attese lasciate a marcire alla luce della luna, gli attimi e le ore a fare la corte ad una frase detta poco spesso: “a risentirci presto”.

Ho voglia di ringraziarti in questo 19 aprile, a te inconsapevole del bene che hai fatto. Ma “a presto” sembra ultimamente così lontano nel tempo.

 

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10 pensieri su “19 aprile

  1. masticone in ha detto:

    quando scrivi cosi
    ecco
    mi emozioni
    no
    cioe mi emozioni sempre
    ma qualche volta avrei quasi voglia di abbracciarti forte
    ecco
    ora

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  2. Accipicchia!

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  3. Molto bello 😉 Verrebbe voglia di scoprire i retroscena. Perchè i retroscena sono le cose più interessanti, quale sia lo stile….
    Ciao

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  4. ludmillarte in ha detto:

    molto toccante, 7665 complimenti

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