Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “maggio, 2013”

“Non è un mio crimine ma una mia condanna” (una riflessione)

Le pareti intonacate di grigio sono un foglio bianco per raccontare l’infanzia. Righe nere a interrompere il cerchio di un sole con raggi diseguali, un letto di fronte a un altro, una finestra in un’unica stanza, un water, un lavandino, un odore strano di aria ammuffita, troppo vecchia per i sogni di bambina, segni vecchi di anni, di secoli, pavimenti aridi dove non si contano fiori, ma solo disgrazie.

Come ti chiami?

Fortunata.

Simpatico il tuo nome, non credi?

Buffo, direi.

E’ da tanto che stai qui?

Da 11 anni non conosco altro luogo.

Vai a scuola?

Sì, ogni giorno.

E com’è la tua scuola?

Ha una stanza più grande di questa, con tende bianche e sa di pulito.

E hai dei compagni con cui studi?

No, di solito sono sola col maestro.

E com’è questo maestro?

Uno normale vestito di blu. Ha gli occhi severi, ma ogni tanto sorride.

E cosa ti insegna a fare?

Diverse cose, ma di una sono orgogliosa. L’ho imparata da sola: di 5 in 5, quattro righe verticali e una obliqua, è così che ho imparato a contare.

E a scrivere sei brava?

Solo un po’.

Perché?

Mi chiedono di raccontare albe nuove e storie incantate. Non so inventare sogni colorati nelle notti sbiadite.

E gli amici?

Non ce ne sono. Persone importanti, camminano impettiti sollevando echi ad ogni passo e non li puoi contraddire.

E hai giochi?

Ce li dividiamo, quelli belli son pochi e spesso litighiamo.

Che male hai fatto bambina?

Io niente!

E allora perché stai qui a far passare i giorni?

Oltre a lei, son sola.

E non c’è nessuno fuori?

No.

E il papà, la nonna?

Non conosco nessuno.

Cosa vorresti?

Andare via.

Quanto tempo?

La mamma dice poco ancora.

Cosa farai dopo?

Respirerò senza ruggine il cielo e raccoglierò margherite al parco giochi. Mi hanno raccontato che c’è una vita nuova là fuori, senza sbarre, senza porte se uno vuole. E le scuole sono grandi edifici colorati a volte, con stanze grandi e affollate di ragazzi della mia età, si può parlare e giocare e fare ricreazione, che è più o meno come la presa d’aria qui in prigione, ma più divertente perchè puoi tirare al pallone. E c’è il verde, quello vero, non quello coltivato dalle colleghe di mia madre. Vorrei provare a far volare un aquilone, chissà che voli e che emozione. Vorrei andare al cinema, in pizzeria, a fare una passeggiata sul lungo mare. Io non l’ho mai visto il mare e non so nuotare. Vorrei vedere il sorriso di mia madre. I suoi occhi stanchi non hanno molta luce. Tra poco diventerò signorina e non vorrei elemosinare un assorbente come qui fanno in tante. Ogni mese è sempre uguale e alla fine ho imparato cos’è questa cosa, che ti insudicia la pelle e ti fa sentire inerme. E poi l’odore. Mi libererò di questo odore di sudore e di lenzuola umide anche in piena estate. E questo gocciolio che mi fa ammattire, che ritma le giornate come un cronometro impazzito. Dimenticherò il cigolio delle brandine, che mi riportano a quando da piccola sono caduta e mi sono rotta il braccio. Hanno provato a farmi uscire anni fa. C’era l’occasione di adozione o come la chiamano loro un affidamento temporaneo. Ma duravo sempre poco con gli estranei, di cui non conoscevo le intenzioni.  Come lasciare poi mia madre in balia dei suoi errori? Lei diceva che sono l’unica cosa bella, la sua consolazione. Che ha sbagliato troppe volte, che era giovane, debole e sbandata. Adesso ha capito e io un po’ l’ho perdonata.

Io lo so quanto è stata dura, ho scontato una pena non mia, per una colpa mai avuta. Ho tanta esperienza alle spalle e nonostante questo corpo da bambina io sono nel cuore già grande… Forse avevi ragione tu all’inizio… il mio nome è solo un principio.

Per tutti i bambini che scontano nelle carceri italiane una pena per un crimine commesso dalle loro madri. Perchè non hanno colpa, non hanno infanzia, subiscono una detenzione disumana, che li priva di ogni diritto umano. Sono spesso bambini dai zero ai tre anni, che rimangono con le madri per ovvi motivi e che vengono poi affidati a famiglie adottive o al padre e ai nonni se questi ci sono. A quell’età i bambini subiscono il trauma del distacco e quello delle visite settimanali, a causa della privazione del contatto fisico diretto con la madre stessa. In alcuni casi il bambino rischia di rimanere in carcere fino all’età di sei anni. Inutile parlare delle difficoltà psicologiche che deve cercare di superare con gli anni e i problemi di emarginazione che subisce nel contesto sociale in cui è inserito, appena la sua storia personale diventa di dominio pubblico. Mi sono concessa, anche se è impossibile nella realtà, di raccontare questa storia attraverso gli occhi di una ragazzina di 11 anni, per poter dar voce, in maniera più o meno lucida, alle emozioni e ai desideri, cercando di immedesimarmi presuntuosamente in una condizione non mia e mai provata.  Ho solo chiuso gli occhi e cercato di immaginare quel duro modo di vivere non scelto, con il cuore in gola e le lacrime agli occhi. Perciò perdonatemi se avete letto qualche incongruenza nel testo. Lo scopo è solo la riflessione su un tema delicato e che non mi ero mai posta fino a qualche settimana fa.

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L’uomo nuovo.

Nuvola bianca spettatrice solitaria

raccontami la dinamica dei voli

e l’ambizione delle ali meccaniche

figlie dei sogni di un visionario.

Ci sono geni che inspirano il cielo

ed emettono soffi rivoluzionari di intuizioni

capolavori di sapienza

instillati generosi nel cieco mondo.

Ricordami che ancora quaggiù il rumore non si è placato

ché non credo alle orecchie attratte dalla disperazione del vento

né agli occhi appagati dagli illusori specchi

di pozzanghere stanche d’asfalto

dopo le lacrime dell’acquazzone

dove ogni cosa rimane uguale dopo aver tremato un po’.

Osserva dunque l’uomo nuovo

disprezzato per il suo tempo

sottovalutato per l’intelletto

ché tu solo conosci la potenza dei tuoi cieli

mentre con bramosia egli di superare i suoi limiti

tenta

risollevando il pié dal fango.

Amore violento

… contro la violenza sulle donne, che non sempre provoca sangue e titoli di giornali, ma che tante volte miete vittime silenziose all’interno del proprio nucleo familiare. Donne che continuano a vivere nonostante siano morte dentro.

Era il giorno del mio compleanno, forse il mio sedicesimo o il diciassettesimo  non ricordo. Tutti i preparativi per il pranzo erano pronti. Ci sarebbero state le lasagne alla bolognese, rivisitate da mia madre per farmi felice, perché a me piacciono con molto sugo e molta besciamella, che mescolate insieme formano una specie di salsa rosa che gocciola da tutte le parti, una goduria per il palato. Alessio era un mio vicino di casa ed era invitato. Lo amavo. Tanto.  I suoi occhi intensi mi avevano rapito da un po’ di mesi. Stavamo insieme. Ed io mi reputavo la ragazza più fortunata dell’intera città. Mi aveva conquistata con la gentilezza, con la sua sicurezza e mi aveva sorpreso con gesti eclatanti, il più folle, quello di voler conoscere i miei per affermare da subito le sue serie intenzioni. E’ vero si infuriava se guardavo diritto di fronte a me quando passeggiavamo per le vie del Corso, oppure se indossavo un vestito troppo attillato o un rossetto che non fosse un rosa carne, o se avevo i capelli troppo “perfetti”, come diceva lui, però mi faceva sentire bene, mi dava la certezza che lui non avrebbe rischiato di perdermi per nessuna ragione al mondo. Il giorno del mio compleanno, dicevo, era tutto pronto, io, il mio sorriso stampato in faccia, il mio cuore impazzito, le mie speranze e la tavola imbandita. Il campanello! Era lui. Lo aspettavo con ansia per festeggiare, ma ricordo che dal citofono disse che dovevo raggiungerlo al piano terra. Così senza pensarci su due volte, anzi fantasticando sul genere di sorpresa che mi aspettava, avvertii i miei e feci i tre piani che mi separavano dall’uscita dello stabile, saltando i gradini a quattro a quattro. Lui era lì, a mani vuote, il viso torvo e, appena mi avvicinai, senza che potessi rendermene conto, sentii un forte bruciore alla guancia sinistra. Le lacrime scesero copiose e una domanda iniziò a martellarmi il cervello: perchè? La motivazione fu che avevo osato salutare il vicino di casa, quello che qualche mese prima era suo amico. Al diavolo il pranzo di compleanno e la mia festa. Lui quel giorno, dopo una pesante discussione, se ne tornò a casa per conto suo e io mangiai con i miei ripensando all’accaduto. A quello schiaffo ne seguirono altri per i più disparati e fantasiosi motivi, per una parola, per un sorriso, per un gesto, per un atteggiamento, sempre da me perdonati, giustificati. Arrivai al punto di convincermi che era colpa mia e iniziai a controllare la mia bocca, il mio corpo, i miei pensieri e tutte le mie sensazioni per cercare di evitare qualsiasi cosa prima che succedesse. Ma questo sortì comunque l’effetto contrario perchè, oltre a non essere più la spensierata ragazza di sempre, le sue ire non cessarono. Arrivata all’ennesima lite, con tanto di stampo in faccia e di pizzicotti, decisi di troncare il rapporto in cui l’amore si era perso nelle pieghe dell’ossessione. Del resto ero giovane e meritavo di più!

Dopo diversi anni, stando attenta a non impelagarmi in storie che avrebbero potuto avere lo stesso esito e studiando di più i comportamenti degli uomini (prima di innamorami perdutamente e di indossare i prosciutti sugli occhi), arrivò quello che si poté definire “l’Uomo della vita”. Passammo insieme cinque anni di fidanzamento in cui le difficoltà e i confronti non mancarono, ma dove non mancò mai nemmeno il rispetto per l’altro e il dialogo. Ci sposammo con una cerimonia da favola, lui romantico, comprensivo, altruista, sempre e comunque. Dedito alla famiglia e fedele. Insomma, come non sentirsi parte di un sogno arrivato in maniera inaspettata e non meritata? A quel sogno dopo un anno si aggiunse una gravidanza: un figlio voluto, cercato, amato. Sembrava la conclusione, ma che dico, la prosecuzione perfetta di un amore già perfetto. Ma si sa, la fortuna non fa ragnatele. Mio marito invece diventò ogni giorno più intrattabile e iperprotettivo, le scenate diventarono all’ordine del giorno forse per l’ansia per l’arrivo di nostra figlia. Quando finalmente lei nacque, decidemmo di fare una festa in casa per darle il benvenuto. Ma finì in tragedia.  A causa della rottura di una bottiglia di birra il cui rumore aveva fatto svegliare la bambina, mio marito scattò su tutte le furie e iniziò ad alzare la voce ed inveire sui presenti, creando ancora più agitazione e il pianto ininterrotto della piccola. Per calmarlo e per difendere il colpevole del danno dalle sue ire, gli uomini di casa si alzarono più volte dalle loro sedie e per un pelo la cosa non finì a scazzottate. La bambina si riaddormentò presto, mentre io rimasi attonita per il resto della serata… Chi era quest’uomo? Da dove era uscito? Non lo riconoscevo più…Dopo questo episodio ce ne furono altri, scenate perché portavo fuori la bambina a un’ora anziché a un’altra che aveva stabilito lui. Rimproveri per come allattavo o per come in seguito le davo il biberon. Scenate per i vestitini, per il cambio, per il bagnetto, per come la tenevo in braccio. Ogni azione era seguita da una critica. E io mi sentivo sempre più incapace di gestire me, la bambina e la situazione. Ero diventata succube del mio uomo. Sentivo l’istinto materno scivolarmi addosso e andare via. Le cose degenerarono presto. Il culmine lo provammo quando la piccola fece la sua prima caduta, ottenendo un piccolo bernoccolo sulla fronte. La corsa in ospedale fu accompagnata da urla e grida al mio cospetto, perché, secondo la sua visione, ero stata poco attenta, una mamma disgraziata. Incominciò a minacciarmi che se la bambina avesse riportato danni preoccupanti per me sarebbe finita, avrei dovuto pensare a costruirmi la fossa e a mettermici al suo interno, se no ci avrebbe pensato lui. Mi avrebbe uccisa, con le sue stesse mani. All’ospedale aspettammo un po’, visitarono la bimba e quasi con un sorriso ironico ci dissero di tornare a casa perché non era niente di grave e la contusione era superficiale. Al ritorno in macchina, la situazione non migliorò, nonostante le rassicurazioni dei medici. Mi disse che avrebbe chiesto la mia interdizione, che avrebbe parlato con i servizi sociali per farmi togliere la custodia della bimba e farmi subire una visita psichiatrica per stabilire che ero una persona violenta. Avrebbe voluto dimostrare a tutti i costi che mia figlia era in cattive mani e che io la picchiavo. Avevo paura. Come poteva fare una cosa simile? Io amavo mio figlia e amavo anche lui. Cosa stava succedendo? Ma soprattutto perché? I giorni successivi furono tremendi. Stavo sempre sul chi va là, controllavo la piccola a vista. Controllavo la vista fuori dalla finestra, il passaggio delle persone. Raccontai tutto ai miei che mi aiutavano con la cura della bambina. Ci crollò il mondo addosso. Che potevamo fare?

Pensai di parlare io per prima con i servizi sociali, ma sembrava una condanna a morte, se lui poi non avesse avuto intenzione di agire come aveva detto. Un avvocato? La polizia? Ero nel pallone! Le soluzioni erano comunque due: denunciare le violenze psicologiche, che alcune volte sfociavano anche in violenze fisiche, oppure ingoiare i rospi e resistere che la bufera passasse. Ma la denuncia avrebbe portato a qualcosa?

Fatte le mie considerazioni, scelsi la seconda, nonostante la situazione infernale continuò per altri due anni e mezzo. Ebbi paura di agire nell’altro senso perché avrebbe portato a una complicazione di tutto. Le minacce sarebbe continuate. Non avrei potuto dimostrarle in alcun modo. Sarebbe stata la mia parola contro la sua. Sarei dovuta andare via di casa, ma dove mi sarei sentita al sicuro con una bambina piccola? Lui avrebbe fatto passare la situazione come abbandono del tetto coniugale e conseguente rapimento di minore. Avrebbe fatto in modo di togliermi la bambina e io sarei potuta impazzire per questo… Si sarebbe vendicato, avrebbe trovato il modo, sì. E se avesse avuto il coraggio di mettere in atto realmente le sue minacce di morte? Se fosse successo il peggio? La bambina sarebbe rimasta sola con un padre così… e non potevo permetterlo. Almeno finché c’ero io, lei sarebbe stata al sicuro. L’avrei protetta a qualunque costo.

Rimasi, nonostante io mi sentissi annullata come persona e come donna…

Questa è una storia inventata. Oppure potrebbe essere la mia storia. O ancora quella di Marta, Eleonora, Maria, Ilaria, Francesca, Viviana, Daniela. Questa è la storia delle donne, non di tutte per fortuna. Questa è la storia di quelle che, nonostante le violenze e le minacce, si reputano fortunate, perchè possono raccontare, mentre altre non lo possono più fare.

Questa è una storia di coraggio, di sacrificio.

Caro

Caro,

lascia che ti racconti questa storia, adesso che ti aspetto, mentre non ci sei. E lo sai che ho provato tante volte, ma non è facile parlarne. E mi chiedo quali sarebbero state le tue parole per me, dopo aver teso l’orecchio. E’ una storia atroce, che risveglia paure sotterranee, grotte in cui i respiri stanno sospesi a testa in giù come pipistrelli. E’ una storia buia come le profondità degli abissi, dove la sola luce è quella del nemico che ti stana. Ma qual è il nemico? Chi è il nemico? Un’invisibile mano? O una mente o un cuore che tutto preordina? O forse non ci sono nemici in questa lotta terrena? C’è solo chi ti ha inconsapevolmente salvato, facendoti provare un dolore meno intenso non permettendo che accadesse il peggio?

Ti parlerò delle due piccole creature dagli occhi serrati,  venute in sogno per dirmi di non preoccuparmi. Riccioli biondi e candidi vestiti, con ballerine da prima comunione, mano nella mano nel giardino fiorito della Sognatrice. I sorrisi sulle labbra, la serenità sul volto. Non me ne facevo una ragione, perchè ragione non c’era, nè motivazione, nè muri da spaccare, nè ossa da spezzare, nè menti da quietare, nè corpo da punire. E non bastavano i giorni per riempire di cenere i fogli bianchi della vita, non bastavano i tramonti per consolare le lacrime cadute e le maledizioni al cospetto del crudele rosa delle albe che infieriva sui miei occhi. Mentre i loro corpi erano inermi, regalavo profumo di fiori finti, cercando di ingannare il vento. Ma lui non c’è mai cascato. Speravo di vederti qualche volta in quella distesa di marmi bianchi, ma tu non sei mai venuto per  un doveroso saluto. Così raccontavo le mie storie alle nuvole, che muovendosi le avrebbero portate a te, purificate, spolverate e disinfettate dai germi della solitudine. Cosa hai pensato ascoltandone il fruscio? Ti sei commosso, mi hai pensato, hai avuto pena per me?

Caro,

le mie paure si appiccicano come mosche alla carta ai feromoni delle rughe del mio viso. Non c’è niente che io possa fare, tra poco forse moriranno e spariranno per sempre. Chi può dirlo! Ma se così non fosse? Che ne sarà di queste mie membra che sembrano dilaniarsi e squartarsi sotto la cremagliera dei giorni dell’attesa? E questo terzo corpo resisterà o non ce la farà? Il suo cuore smetterà di battere così come i suoi respiri di far muovere il suo petto?  Sentirò di nuovo il gelo e il silenzio di stanze senza speranza? Abbraccerò ancora l’inconsistenza dei soffioni, osserverò ancora i bachi da seta lavorare inutilmente o le api  private con l’inganno del loro miele?

O questa volta sarà gioia?

E tu gioirai per me?

Attendo… come sempre…

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