Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Caro

Caro,

lascia che ti racconti questa storia, adesso che ti aspetto, mentre non ci sei. E lo sai che ho provato tante volte, ma non è facile parlarne. E mi chiedo quali sarebbero state le tue parole per me, dopo aver teso l’orecchio. E’ una storia atroce, che risveglia paure sotterranee, grotte in cui i respiri stanno sospesi a testa in giù come pipistrelli. E’ una storia buia come le profondità degli abissi, dove la sola luce è quella del nemico che ti stana. Ma qual è il nemico? Chi è il nemico? Un’invisibile mano? O una mente o un cuore che tutto preordina? O forse non ci sono nemici in questa lotta terrena? C’è solo chi ti ha inconsapevolmente salvato, facendoti provare un dolore meno intenso non permettendo che accadesse il peggio?

Ti parlerò delle due piccole creature dagli occhi serrati,  venute in sogno per dirmi di non preoccuparmi. Riccioli biondi e candidi vestiti, con ballerine da prima comunione, mano nella mano nel giardino fiorito della Sognatrice. I sorrisi sulle labbra, la serenità sul volto. Non me ne facevo una ragione, perchè ragione non c’era, nè motivazione, nè muri da spaccare, nè ossa da spezzare, nè menti da quietare, nè corpo da punire. E non bastavano i giorni per riempire di cenere i fogli bianchi della vita, non bastavano i tramonti per consolare le lacrime cadute e le maledizioni al cospetto del crudele rosa delle albe che infieriva sui miei occhi. Mentre i loro corpi erano inermi, regalavo profumo di fiori finti, cercando di ingannare il vento. Ma lui non c’è mai cascato. Speravo di vederti qualche volta in quella distesa di marmi bianchi, ma tu non sei mai venuto per  un doveroso saluto. Così raccontavo le mie storie alle nuvole, che muovendosi le avrebbero portate a te, purificate, spolverate e disinfettate dai germi della solitudine. Cosa hai pensato ascoltandone il fruscio? Ti sei commosso, mi hai pensato, hai avuto pena per me?

Caro,

le mie paure si appiccicano come mosche alla carta ai feromoni delle rughe del mio viso. Non c’è niente che io possa fare, tra poco forse moriranno e spariranno per sempre. Chi può dirlo! Ma se così non fosse? Che ne sarà di queste mie membra che sembrano dilaniarsi e squartarsi sotto la cremagliera dei giorni dell’attesa? E questo terzo corpo resisterà o non ce la farà? Il suo cuore smetterà di battere così come i suoi respiri di far muovere il suo petto?  Sentirò di nuovo il gelo e il silenzio di stanze senza speranza? Abbraccerò ancora l’inconsistenza dei soffioni, osserverò ancora i bachi da seta lavorare inutilmente o le api  private con l’inganno del loro miele?

O questa volta sarà gioia?

E tu gioirai per me?

Attendo… come sempre…

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