Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Amore violento

… contro la violenza sulle donne, che non sempre provoca sangue e titoli di giornali, ma che tante volte miete vittime silenziose all’interno del proprio nucleo familiare. Donne che continuano a vivere nonostante siano morte dentro.

Era il giorno del mio compleanno, forse il mio sedicesimo o il diciassettesimo  non ricordo. Tutti i preparativi per il pranzo erano pronti. Ci sarebbero state le lasagne alla bolognese, rivisitate da mia madre per farmi felice, perché a me piacciono con molto sugo e molta besciamella, che mescolate insieme formano una specie di salsa rosa che gocciola da tutte le parti, una goduria per il palato. Alessio era un mio vicino di casa ed era invitato. Lo amavo. Tanto.  I suoi occhi intensi mi avevano rapito da un po’ di mesi. Stavamo insieme. Ed io mi reputavo la ragazza più fortunata dell’intera città. Mi aveva conquistata con la gentilezza, con la sua sicurezza e mi aveva sorpreso con gesti eclatanti, il più folle, quello di voler conoscere i miei per affermare da subito le sue serie intenzioni. E’ vero si infuriava se guardavo diritto di fronte a me quando passeggiavamo per le vie del Corso, oppure se indossavo un vestito troppo attillato o un rossetto che non fosse un rosa carne, o se avevo i capelli troppo “perfetti”, come diceva lui, però mi faceva sentire bene, mi dava la certezza che lui non avrebbe rischiato di perdermi per nessuna ragione al mondo. Il giorno del mio compleanno, dicevo, era tutto pronto, io, il mio sorriso stampato in faccia, il mio cuore impazzito, le mie speranze e la tavola imbandita. Il campanello! Era lui. Lo aspettavo con ansia per festeggiare, ma ricordo che dal citofono disse che dovevo raggiungerlo al piano terra. Così senza pensarci su due volte, anzi fantasticando sul genere di sorpresa che mi aspettava, avvertii i miei e feci i tre piani che mi separavano dall’uscita dello stabile, saltando i gradini a quattro a quattro. Lui era lì, a mani vuote, il viso torvo e, appena mi avvicinai, senza che potessi rendermene conto, sentii un forte bruciore alla guancia sinistra. Le lacrime scesero copiose e una domanda iniziò a martellarmi il cervello: perchè? La motivazione fu che avevo osato salutare il vicino di casa, quello che qualche mese prima era suo amico. Al diavolo il pranzo di compleanno e la mia festa. Lui quel giorno, dopo una pesante discussione, se ne tornò a casa per conto suo e io mangiai con i miei ripensando all’accaduto. A quello schiaffo ne seguirono altri per i più disparati e fantasiosi motivi, per una parola, per un sorriso, per un gesto, per un atteggiamento, sempre da me perdonati, giustificati. Arrivai al punto di convincermi che era colpa mia e iniziai a controllare la mia bocca, il mio corpo, i miei pensieri e tutte le mie sensazioni per cercare di evitare qualsiasi cosa prima che succedesse. Ma questo sortì comunque l’effetto contrario perchè, oltre a non essere più la spensierata ragazza di sempre, le sue ire non cessarono. Arrivata all’ennesima lite, con tanto di stampo in faccia e di pizzicotti, decisi di troncare il rapporto in cui l’amore si era perso nelle pieghe dell’ossessione. Del resto ero giovane e meritavo di più!

Dopo diversi anni, stando attenta a non impelagarmi in storie che avrebbero potuto avere lo stesso esito e studiando di più i comportamenti degli uomini (prima di innamorami perdutamente e di indossare i prosciutti sugli occhi), arrivò quello che si poté definire “l’Uomo della vita”. Passammo insieme cinque anni di fidanzamento in cui le difficoltà e i confronti non mancarono, ma dove non mancò mai nemmeno il rispetto per l’altro e il dialogo. Ci sposammo con una cerimonia da favola, lui romantico, comprensivo, altruista, sempre e comunque. Dedito alla famiglia e fedele. Insomma, come non sentirsi parte di un sogno arrivato in maniera inaspettata e non meritata? A quel sogno dopo un anno si aggiunse una gravidanza: un figlio voluto, cercato, amato. Sembrava la conclusione, ma che dico, la prosecuzione perfetta di un amore già perfetto. Ma si sa, la fortuna non fa ragnatele. Mio marito invece diventò ogni giorno più intrattabile e iperprotettivo, le scenate diventarono all’ordine del giorno forse per l’ansia per l’arrivo di nostra figlia. Quando finalmente lei nacque, decidemmo di fare una festa in casa per darle il benvenuto. Ma finì in tragedia.  A causa della rottura di una bottiglia di birra il cui rumore aveva fatto svegliare la bambina, mio marito scattò su tutte le furie e iniziò ad alzare la voce ed inveire sui presenti, creando ancora più agitazione e il pianto ininterrotto della piccola. Per calmarlo e per difendere il colpevole del danno dalle sue ire, gli uomini di casa si alzarono più volte dalle loro sedie e per un pelo la cosa non finì a scazzottate. La bambina si riaddormentò presto, mentre io rimasi attonita per il resto della serata… Chi era quest’uomo? Da dove era uscito? Non lo riconoscevo più…Dopo questo episodio ce ne furono altri, scenate perché portavo fuori la bambina a un’ora anziché a un’altra che aveva stabilito lui. Rimproveri per come allattavo o per come in seguito le davo il biberon. Scenate per i vestitini, per il cambio, per il bagnetto, per come la tenevo in braccio. Ogni azione era seguita da una critica. E io mi sentivo sempre più incapace di gestire me, la bambina e la situazione. Ero diventata succube del mio uomo. Sentivo l’istinto materno scivolarmi addosso e andare via. Le cose degenerarono presto. Il culmine lo provammo quando la piccola fece la sua prima caduta, ottenendo un piccolo bernoccolo sulla fronte. La corsa in ospedale fu accompagnata da urla e grida al mio cospetto, perché, secondo la sua visione, ero stata poco attenta, una mamma disgraziata. Incominciò a minacciarmi che se la bambina avesse riportato danni preoccupanti per me sarebbe finita, avrei dovuto pensare a costruirmi la fossa e a mettermici al suo interno, se no ci avrebbe pensato lui. Mi avrebbe uccisa, con le sue stesse mani. All’ospedale aspettammo un po’, visitarono la bimba e quasi con un sorriso ironico ci dissero di tornare a casa perché non era niente di grave e la contusione era superficiale. Al ritorno in macchina, la situazione non migliorò, nonostante le rassicurazioni dei medici. Mi disse che avrebbe chiesto la mia interdizione, che avrebbe parlato con i servizi sociali per farmi togliere la custodia della bimba e farmi subire una visita psichiatrica per stabilire che ero una persona violenta. Avrebbe voluto dimostrare a tutti i costi che mia figlia era in cattive mani e che io la picchiavo. Avevo paura. Come poteva fare una cosa simile? Io amavo mio figlia e amavo anche lui. Cosa stava succedendo? Ma soprattutto perché? I giorni successivi furono tremendi. Stavo sempre sul chi va là, controllavo la piccola a vista. Controllavo la vista fuori dalla finestra, il passaggio delle persone. Raccontai tutto ai miei che mi aiutavano con la cura della bambina. Ci crollò il mondo addosso. Che potevamo fare?

Pensai di parlare io per prima con i servizi sociali, ma sembrava una condanna a morte, se lui poi non avesse avuto intenzione di agire come aveva detto. Un avvocato? La polizia? Ero nel pallone! Le soluzioni erano comunque due: denunciare le violenze psicologiche, che alcune volte sfociavano anche in violenze fisiche, oppure ingoiare i rospi e resistere che la bufera passasse. Ma la denuncia avrebbe portato a qualcosa?

Fatte le mie considerazioni, scelsi la seconda, nonostante la situazione infernale continuò per altri due anni e mezzo. Ebbi paura di agire nell’altro senso perché avrebbe portato a una complicazione di tutto. Le minacce sarebbe continuate. Non avrei potuto dimostrarle in alcun modo. Sarebbe stata la mia parola contro la sua. Sarei dovuta andare via di casa, ma dove mi sarei sentita al sicuro con una bambina piccola? Lui avrebbe fatto passare la situazione come abbandono del tetto coniugale e conseguente rapimento di minore. Avrebbe fatto in modo di togliermi la bambina e io sarei potuta impazzire per questo… Si sarebbe vendicato, avrebbe trovato il modo, sì. E se avesse avuto il coraggio di mettere in atto realmente le sue minacce di morte? Se fosse successo il peggio? La bambina sarebbe rimasta sola con un padre così… e non potevo permetterlo. Almeno finché c’ero io, lei sarebbe stata al sicuro. L’avrei protetta a qualunque costo.

Rimasi, nonostante io mi sentissi annullata come persona e come donna…

Questa è una storia inventata. Oppure potrebbe essere la mia storia. O ancora quella di Marta, Eleonora, Maria, Ilaria, Francesca, Viviana, Daniela. Questa è la storia delle donne, non di tutte per fortuna. Questa è la storia di quelle che, nonostante le violenze e le minacce, si reputano fortunate, perchè possono raccontare, mentre altre non lo possono più fare.

Questa è una storia di coraggio, di sacrificio.

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10 pensieri su “Amore violento

  1. Ben raccontato e coinvolgente.

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  2. ludmillarte in ha detto:

    inventata o no, si sa che accadono storie simili più di quanto i mass media ci informino. ti ringrazio, col nodo in gola, per averne parlato a prescindere. mi commuovo di fronte alla titanica forza conferita a questa donna dall’amore per la figlia, malgrado l’annullamento di sè.

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    • Ti ringrazio per la pazienza che hai avuto nel leggere il lungo brano. Purtroppo queste cose ancora succedono e si è visto, negli ultimi giorni, quanto il problema sia sempre più grave e attuale. Le cose possono nascere per una banalità e ingigantirsi nel giro di poco tempo, creando situazioni impossibili da arginare così come il senso di impotenza e di inferiorità in cui la donna si sente invischiata.

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  3. masticone in ha detto:

    Ehi birbacciona ma rispondi alle mail però…

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