Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

“Non è un mio crimine ma una mia condanna” (una riflessione)

Le pareti intonacate di grigio sono un foglio bianco per raccontare l’infanzia. Righe nere a interrompere il cerchio di un sole con raggi diseguali, un letto di fronte a un altro, una finestra in un’unica stanza, un water, un lavandino, un odore strano di aria ammuffita, troppo vecchia per i sogni di bambina, segni vecchi di anni, di secoli, pavimenti aridi dove non si contano fiori, ma solo disgrazie.

Come ti chiami?

Fortunata.

Simpatico il tuo nome, non credi?

Buffo, direi.

E’ da tanto che stai qui?

Da 11 anni non conosco altro luogo.

Vai a scuola?

Sì, ogni giorno.

E com’è la tua scuola?

Ha una stanza più grande di questa, con tende bianche e sa di pulito.

E hai dei compagni con cui studi?

No, di solito sono sola col maestro.

E com’è questo maestro?

Uno normale vestito di blu. Ha gli occhi severi, ma ogni tanto sorride.

E cosa ti insegna a fare?

Diverse cose, ma di una sono orgogliosa. L’ho imparata da sola: di 5 in 5, quattro righe verticali e una obliqua, è così che ho imparato a contare.

E a scrivere sei brava?

Solo un po’.

Perché?

Mi chiedono di raccontare albe nuove e storie incantate. Non so inventare sogni colorati nelle notti sbiadite.

E gli amici?

Non ce ne sono. Persone importanti, camminano impettiti sollevando echi ad ogni passo e non li puoi contraddire.

E hai giochi?

Ce li dividiamo, quelli belli son pochi e spesso litighiamo.

Che male hai fatto bambina?

Io niente!

E allora perché stai qui a far passare i giorni?

Oltre a lei, son sola.

E non c’è nessuno fuori?

No.

E il papà, la nonna?

Non conosco nessuno.

Cosa vorresti?

Andare via.

Quanto tempo?

La mamma dice poco ancora.

Cosa farai dopo?

Respirerò senza ruggine il cielo e raccoglierò margherite al parco giochi. Mi hanno raccontato che c’è una vita nuova là fuori, senza sbarre, senza porte se uno vuole. E le scuole sono grandi edifici colorati a volte, con stanze grandi e affollate di ragazzi della mia età, si può parlare e giocare e fare ricreazione, che è più o meno come la presa d’aria qui in prigione, ma più divertente perchè puoi tirare al pallone. E c’è il verde, quello vero, non quello coltivato dalle colleghe di mia madre. Vorrei provare a far volare un aquilone, chissà che voli e che emozione. Vorrei andare al cinema, in pizzeria, a fare una passeggiata sul lungo mare. Io non l’ho mai visto il mare e non so nuotare. Vorrei vedere il sorriso di mia madre. I suoi occhi stanchi non hanno molta luce. Tra poco diventerò signorina e non vorrei elemosinare un assorbente come qui fanno in tante. Ogni mese è sempre uguale e alla fine ho imparato cos’è questa cosa, che ti insudicia la pelle e ti fa sentire inerme. E poi l’odore. Mi libererò di questo odore di sudore e di lenzuola umide anche in piena estate. E questo gocciolio che mi fa ammattire, che ritma le giornate come un cronometro impazzito. Dimenticherò il cigolio delle brandine, che mi riportano a quando da piccola sono caduta e mi sono rotta il braccio. Hanno provato a farmi uscire anni fa. C’era l’occasione di adozione o come la chiamano loro un affidamento temporaneo. Ma duravo sempre poco con gli estranei, di cui non conoscevo le intenzioni.  Come lasciare poi mia madre in balia dei suoi errori? Lei diceva che sono l’unica cosa bella, la sua consolazione. Che ha sbagliato troppe volte, che era giovane, debole e sbandata. Adesso ha capito e io un po’ l’ho perdonata.

Io lo so quanto è stata dura, ho scontato una pena non mia, per una colpa mai avuta. Ho tanta esperienza alle spalle e nonostante questo corpo da bambina io sono nel cuore già grande… Forse avevi ragione tu all’inizio… il mio nome è solo un principio.

Per tutti i bambini che scontano nelle carceri italiane una pena per un crimine commesso dalle loro madri. Perchè non hanno colpa, non hanno infanzia, subiscono una detenzione disumana, che li priva di ogni diritto umano. Sono spesso bambini dai zero ai tre anni, che rimangono con le madri per ovvi motivi e che vengono poi affidati a famiglie adottive o al padre e ai nonni se questi ci sono. A quell’età i bambini subiscono il trauma del distacco e quello delle visite settimanali, a causa della privazione del contatto fisico diretto con la madre stessa. In alcuni casi il bambino rischia di rimanere in carcere fino all’età di sei anni. Inutile parlare delle difficoltà psicologiche che deve cercare di superare con gli anni e i problemi di emarginazione che subisce nel contesto sociale in cui è inserito, appena la sua storia personale diventa di dominio pubblico. Mi sono concessa, anche se è impossibile nella realtà, di raccontare questa storia attraverso gli occhi di una ragazzina di 11 anni, per poter dar voce, in maniera più o meno lucida, alle emozioni e ai desideri, cercando di immedesimarmi presuntuosamente in una condizione non mia e mai provata.  Ho solo chiuso gli occhi e cercato di immaginare quel duro modo di vivere non scelto, con il cuore in gola e le lacrime agli occhi. Perciò perdonatemi se avete letto qualche incongruenza nel testo. Lo scopo è solo la riflessione su un tema delicato e che non mi ero mai posta fino a qualche settimana fa.

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11 pensieri su ““Non è un mio crimine ma una mia condanna” (una riflessione)

  1. … purtroppo è una dura realtà…
    Pubblicare post che trattano questi argomenti significa affrontarli in qualche modo…è bene conoscere sempre le molteplici problematiche sociali.

    grazie

    ciao
    .marta

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  2. Pingback: “In rete contro l’orrore OPG” | ludmillarte

  3. questo tuo dire così severo e struggente mi fa sentire in colpa, io. essere umano che non sono capace di far volare via dalla sua gabbia un innocente senza colpa
    grazie

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    • La mia voleva essere solamente una riflessione, non un giudizio, per carità! Credo però che tutti dovrebbero avere il diritto a una vita dignitosa. Infatti se hai letto gli altri commenti parlo che sarebbe ora di trovare una soluzione al problema di questi piccoli, magari trovando spazi più adeguati per loro che insieme alle loro mamme vivono una situazione difficile. Che ne so delle case famiglia anzichè un sistema carcerario rigido come il nostro. Ma sono anche per una rieducazione di coloro che hanno sbagliato e li hanno portati a subire le conseguenze. Mi dispiace se ti ho fatto sentire così, non era nelle mie intenzioni. Ma è pur vero che trattare temi così caldi e forti possa smuovere più di una coscienza. ciao

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  4. ludmillarte in ha detto:

    pardon : .che la condanna la ‘riceva’…

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  5. ludmillarte in ha detto:

    il tuo immedesimarti e quasi scusarti per come lo hai fatto è, secondo me, un misto di grande sensibilità e spiccate capacità empatiche (qualità che apprezzo molto). Riguardo alla tragedia di questi bambini (perchè senza esagerazioni di tragedia si tratta) davvero è incomprensibile come, con tutte le conoscenze, gli studi e le ottime idee chiuse in vari cassetti, possano verificarsi ancora queste situazioni. anzi più che incomprensibile è ingiustificabile , più che mai condannabile, ma purtroppo capita che la condanna la riceve chi non ha colpe e non può difendersi

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  6. Ho visto proprio ieri un servizio che parlava di bambini in carcere con le proprie madri. È una condizione inquietante, seppur nel rispetto del contatto materno. Probabilmente nella fase ‘piccoli’ è una realtà che non di avverte, o meglio della quale non si percepisce la gravità. È la reclusione come modus vivendi perchè spesso non si conosce l’alternativa. È un argomento sul quale non so esprimermi, non saprei dare un commento, ma ho provato molta pena ad ascoltare quelle voci di dentro che si sforzavano di parlare della ‘normalità’ di un rapporto filiale a cui il bambino non rinuncia. La presenza della madre per questi poccoli (se non erro circa 50 in tutta Italia) è fondamentale, ma saperli rinchiusi mi ha veramente trasmesso un senso di impotenza e tristezza che mi ha lasciato inquieto.

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    • Sì hai ragione. Io ho letto diverse testimonianze e la sensazione percepita è stata da brivido. Questi bambini sono a contatto con realtà tristi ( e non solo) vivendole come normalità. Io sono a favore del fatto che se una persona ha sbagliato debba scontare una pena, non sono per gli sconti per buona condotta o per le riduzioni dovute ad altre motivazioni, perchè spesso si rischia di rimettere in libertà persone che sono ancora un presunto pericolo per la società, ma sono a favore di un ripensamento della realtà carceraria italiana che è molto arcaica. Le nostre carceri sono state concepite per ospitare uomini e non sono adatte a situazioni che si sono evolute nel tempo. Sarei più d’accordo, e si badi bene per il bene dei bambini e non per le detenute, che vengano previste delle carceri femminili come delle case famiglia in cui il bambino vive con una cerca serenità in un ambiente che non denigra la sua dignità, già lesa dal comportamento materno. Inoltre non si può pensare che un bambino, una volta uscito da lì, possa rivedere la madre una volta a settimana (quando va bene) senza essergli concesso un umano contatto fisico, un abbraccio, un bacio con la stessa, nel tempo di visita che già è molto breve di per sè. Lo Stato e i nostri governanti dovrebbero pensare anche a questi problemi, ma essendo troppo impegnativi in termini di tempo e risorse, preferiscono chiudere gli occhi, tanto, come al solito, quello che non è un loro problema non viene considerato problema!
      Grazie Lois per l’intervento e la tua ormai accertata sensibilità. Un sorriso, buona giornata. 🙂

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