Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “luglio, 2013”

Il labirinto e l’architettura passando per la cinematografia

Nel precedente post abbiamo accennato ai labirinti nel campo della cinematografia. Vediamo alcuni esempi importanti  per la nostra indagine. Come non citare Shining di Staney Kubrick del 1980 o Labyrint di Jim Hanson con David Bowie e Jennifer Connelly e Il nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud entrambi del 1986. E volendo ognuno di voi è in grado sicuramente di trovarne altri 3 in cui è presente l’idea del labirinto nella trama o nella struttura scenografica.

Molto spesso vengono messi in pratica degli espedienti per mostrare gli spazi in modo parziale, per frammenti, evitando inquadrature ampie, oppure utilizzando inquadrature dal basso, inclinate o in soggettiva. Il risultato contribuisce a disorientare lo spettatore che non è più in grado di controllare le scene e crea dentro la sua mente delle sensazioni di perdita dell’orientamento, tipiche dei labirinti. Ancora più incisivi sono i film in cui questa idea è rafforzata anche da una scenografia a labirinto.

Citavamo Shining. In questo film il protagonista Jack Nicholson conduce la famiglia in auto lungo una serie di tornanti che scandiscono l’avvicinamento all’Overlook Hotel, che si rivelerà il vero dedalo, anche più infido del labirinto vegetale ad esso contiguo.

Il senso di disorientamento indotto nello spettatore è ancora più accentuato dalla totale assenza di vedute dell’esterno attraverso le finestre e della costante presenza della luce artificiale, che fa perdere i riferimenti temporali. L’epilogo della vicenda avviene nel labirinto vegetale, in cui si rifugia il bambino per scappare dal padre e come sottolinea lo stesso regista “il labirinto simboleggia la salvezza del bambino innocente ed inconsciamente sapiente e la perdizione per l’uomo che nella sua hybris ha perso il senno”. 

Nel film Labyrint, e il nome già parla chiaro, il labirinto è una metafora fantasy delle iniziazioni in società e del passaggio dalla pubertà all’adolescenza. Le ambientazioni rappresentano alcune delle più interessanti ricerche visive sul tema, con più di un omaggio ai mondi di Escher.

M. C. escher, La casa delle scale, 1951

Anche il contemporaneo film tratto dall’omonimo libro di Umberto Eco, Il nome della Rosa, sembra aver preso spunto da Escher od essere ambientato in uno dei quadri di Piranesi. Eco aveva previsto una biblioteca segreta posta al piano più alto dell’edificio, all’interno di un labirinto, ponendosi il problema sul quale dovesse esserne il tracciato: “se il labirinto fosse stato troppo complicato, con molti corridoi e sale interne, sarebbe mancata l’aerazione sufficiente. E una buona aerazione era necessaria per alimentare l’incendio” (da U. Eco, Postille a Il nome della Rosa. Il percorso corretto doveva essere svelato attraverso una chiave che, come il filo di Arianna, conduceva alla meta. Egli dunque optò per uno schema geometrico a cinque centri che, nella trasposizione cinematografica, si trasformò in uno schema tridimensionale molto più complicato, in cui le basse porte delle celle si aprivano su rampe di scale che salivano e scendevano, collegando le celle tra loro senza permettere una visibilità frontale tra esse, ma solo scorci obliqui. La successione verticale delle celle, nonché la duplicazione delle scale aumentavano l’effetto labirintico dell’insieme.

M. C. Escher, Relativity

Il nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud, 1986

Giovan battista Piranesi, Il ponte levatoio, Le carceri

Come abbiamo potuto constatare, il labirinto con la sua immagine o la sua idea, è già largamente presente nel nostro immaginario collettivo. Ma se vogliamo circoscrivere il tema…

Il labirinto e l’architettura.

Come anticipato nel precedente post, in queste pagine si parlerà di architettura, prendendo in rassegna aspetti, simboli, concetti ed elementi che non sono strettamente appartenenti (e appartenuti originariamente) al campo architettonico, ma che l’architettura ha fatto suoi, col tempo, fino ad appropriarsene, attribuendo loro significati nuovi. So che la trattazione potrebbe essere più sviluppata di come lo sarà, ma parto dal presupposto che siamo in un blog e che questo spazio servirà a dare degli input, a mettere la pulce nell’orecchio per chi vorrà, anche privatamente, approfondire tali tematiche.

Non mi dilungo più e vi lascio scoprire un po’ alla volta questo mondo affascinante…

Premesse.
Uno dei primi SIMBOLI è il LABIRINTO. Già solo la parola evoca in noi ricordi e immagini legate alla mitologia, alle vicende che hanno indissolubilmente unito il Minotauro, Minosse, Teseo, Arianna. Ma non vogliamo qui parlare di tale costruzione e delle sue note vicende, quanto intraprendere la trattazione attraverso la rappresentazione e l’utilizzo del SEGNO, iniziando da campi che spesso sembrano lontani dall’architettura, come il mondo virtuale dei videogiochi o della cinematografia, fino ad arrivare a come tale segno sia penetrato all’interno della progettazione dell’architettura e nella realizzazione di famosi esempi.

Il labirinto nel gioco, il gioco nel labirinto. Al giorno d’oggi vi è un grande interesse, soprattutto tra le nuove generazioni, per l’esplorazione delle componenti hardware dei computers, per il loro assemblaggio e la loro tecnologia, tant’è che quello che una volta era di appannaggio di pochi tecnici informatici sta diventando a portata di molti.
Dunque un gran numero di ragazzi è in grado di riconoscere i cip elettronici o, grazie ai nuovi programmi di elaborazione grafica, il cyberspazio e la realtà virtuale.

Il mondo dei videogiochi per pc o per le più evolute postazioni di gioco ha rappresentato la naturale evoluzione dei giochi di società, da tavolo o dei più banali cruciverba estivi. Utilizzando ambientazioni molto semplici, immediate che consentono un facile passaggio da un livello di difficoltà a quello successivo, oppure ambientazioni più impegnative, che richiedono la risoluzione di enigmi da ricercare, i videogames si servono spesso di spazi, architetture e immagini labirintiche.

Uno dei primissimi esempi in tal senso e che costituisce l’antenato dei giochi per pc, risale alla fine degli anni ’70 e inizio degli anni ’80 ed è conosciuto col nome di PAC-MAN.

Sicuramente le giovanissime generazioni lo conoscono per la versione rinnovata che adotta la grafica 3D, ma al suo esordio consisteva in uno schermo nero con un disegno in pianta di muri, attorno ai quali si muoveva una pallina gialla munita di bocca (PAC-MAN) che doveva riuscire a mangiare le biglie, senza farsi mangiare dai fantasmi che la rincorrevano. Tutto ciò per passare al quadro successivo, simile al primo ma con una diversa disposizione labirintica dei muri.
L’utilizzo di spazi labirintici, resi più realistici dai successivi ambienti tridimensionali e dallo spazio in “soggettiva”, ha permesso il successo di tanti giochi, che puntano sulla spettacolarità, sull’effetto sorpresa, sulla possibilità di esplorazione e scoperta, che questo modo di organizzare lo spazio consente e produce. Negli ambienti in soggettiva, soprattutto, prevale un “senso di spazio” molto vicino alla realtà, ma che rispetto ad essa  è reso più fluido. L’architettura delle ambientazioni virtuali è di tipo emozionale, in quanto vige la regola della narrazione in movimento, in cui, nonostante lo spazio stesso sia di per sè semplice, crea possibilità molteplici di interazione e di narrazione mai uguale a sè stessa e che dipende in maniera esclusiva dalle scelte del giocatore.

Dunque spazio e narrazione poco complessa che comportano soluzioni e dinamiche infinite e inaspettate.

Il labirinto nella cinematografia. Per i meno esperti di videogiochi e PC, la realtà cinematografica può apportare diversi esempi per l’applicazione del nostro argomento. Il cinema si è sempre offerto come il luogo dell’inganno e diversi registri si sono serviti della macchina del labirinto, in maniera più o meno esplicita, a secondo del risultato da ottenere. Se alcuni film utilizzano il labirinto nella struttura narrativa inducendo i vari protagonisti a compiere delle scelte che porteranno necessariamente a svolte nel racconto, altri lo utilizzano nella distribuzione spaziale ed architettonica.

Ma questo lo vedremo la prossima volta 🙂

Rubrica: sull’architettura.

Da oggi verrà aperta su questo blog una nuova rubrica che parlerà, come avete potuto leggere dal titolo, di architettura… ma non nel modo convenzionale, quello che di solito ci propinano le riviste di settore o presunte tali. E non ho neanche la pretesa di prendere il posto di noti testi universitari che trattano ampiamente l’argomento dal punto di vista storico, stilistico e tecnico. No! Cercherò di trattare questo vasto tema secondo nuove e insolite ottiche, che portano a nuovi modi di intendere l’idea dell’architettura e la sua realizzazione, ove questa sia stata possibile e non sia rimasta un semplice esercizio di stile o ancora di più ove non sia sfociata nella pura utopia.
Lo so, noi viviamo realtà diverse, quelle in cui i nostri edifici non possono essere eletti ad esempi del buon costruire e dove spesso il panorama più esaltante è una palazzina IACP di cemento che spicca su condomini fatiscenti in mattoni forati faccia a vista. E non parliamo di casi che si contano sulle dita di una mano, ma di un intero modo di agire contro il territorio, l’estetica, il buon gusto e perchè no contro l’etica, noi stessi e le generazioni future.
Bene purtroppo non potendo cambiare la realtà, spero di poter fare con voi questo viaggio in posti più ameni almeno per il tempo di un post.

Vi anticipo il titolo del primo argomento che tratterò che è: IL LABIRINTO.

Dopo l’ultimo tuo respiro

Sai cosa c’è? Che penso fermamente che quando una persona muore possa vedere l’animo dei suoi cari, ne possa leggere l’essenza, in quel breve attimo che le è concesso prima di andare via, dopo un soffio. Ecco, adesso questo momento è stato concesso a te e io lo so che sei passata a trovarmi stasera, forse perchè ho percepito la tua presenza, nell’aria pesante, nel sonno che ritarda, nelle lacrime, in tutte le immagini che di te mi sono passate davanti agli occhi. E cosa hai letto di me nel mio cuore? Hai potuto vedere la rabbia di tutti questi anni, no non per te, ma per quello che mi circonda, questo senso di dovere e di oppressione, questo voler andare via senza un paio di scarpe adatto alla lunga salita dei giorni futuri o delle scelte coraggiose. Hai visto che poi alla fine dietro il mio viso, c’è un cuore che sta facendo barricata, che si sta corazzando per una nuova guerra, c’è la debolezza che esplode, c’è l’arrancare, ci sono il respiro stufo e gli occhi al cielo, c’è il pensiero ricorrente per l’altrove che è così distante e lontano da non ricordarsi il mio nome, nè la mia faccia, da non riconoscere il mio suono nel vento. Sai cosa c’è? Che mi vergogno di essere così nuda davanti a te, perchè adesso vedi che non sono nè buona, nè migliore delle altre, non sono la persona perfetta che hai sempre pensato che io sia. Forse lo sono stata un tempo, ma adesso sono così cambiata da salutare ogni mattina una persona diversa allo specchio. Penso a tante cose, ai tuoi rosari, alle tue meste preghiere, alle mani insanguinate che baciavi ardentemente, al tuo posto nel tavolo della cucina, da anni sempre lo stesso. Penso alla mania di rilavare ogni piatto prima di rimetterlo in tavola, nonostante tutte le stoviglie fossero state abbondantemente lavate dopo il pasto precedente. Penso alle tue vestaglie, al tuo incedere lento, al tuo modo di chiamarci, al fatto che, prima di ridurti così, di nascosto da tutti, quando ti salutavo sulla soglia, come un prestigiatore,  mi infilavi nella mano una banconota da diecimila lire dicendomi “vai a comprarti quello che vuoi”. E dopo un anno intero il tuo aspettarci  sul pianerottolo affacciata alla ringhiera e il tuo prendermi con le mani la faccia per stropicciarla tutta prima di baciarmi, cosa che ogni estate sapevo che succedeva e a cui cercavo di sottrarmi senza successo. Il tuo fornello elettrico perennemente acceso per bollire la zucchina e la tua pasta scotta, il tuo ruminare il cibo fino alle quattro. E poi la tua casa, la tua camera da letto e quella foto in soggiorno che  parla di una te bellissima e giovane, con i capelli scuri e morbidi che ti ricadevano sulle spalle. Che fine faranno i tuoi ricordi? Le mattonelle che ho calpestato fin da piccola, il telefono che era più grande del mio viso e lo “scagnetto”, il gradino di legno per il quale tutti facevamo a gara per sederci? Quante persone si batteranno per quelle quattro mura custodi di ricordi importanti? Quanti per quelle finestre, per la vista sul cortile, per lo sgabuzzino, per la stanza del portiere? Quanti per quei soffitti alti, per l’albero di Natale all’ingresso e il Presepe alla fine? Quanti per quei colori sbiaditi e quell’odore di familiarità?

Lo so che adesso sono ancora nuda davanti a te, ma nonostante la carrellata di ricordi non riesco a sentirmi meglio. E mi sento così stupida perchè l’unica cosa che so fare è stare attaccata a questo schermo a descrivere il mio lutto. Non biasimarmi, non vergognarti di me e delle mie imperfezioni che ti sono ora manifeste.

I tuoi uomini verranno finalmente a prenderti per mano felici e collegherai tante cose che ti sono state private e nascoste. Sei di nuovo la loro Reg(g)ina.

Con tanto dolore… buon trapasso, Nonna…

Un sogno che morde.

Niente, lo devo proprio scrivere così forse una volta per tutte riesco ad esorcizzarlo, o almeno spero. E’ da un po’ di tempo che la mia mente si ostina a farmi fare lo stesso sogno o magari non proprio lo stesso, ma con lo stesso assurdo finale, come se si fosse incantato il disco, o ancora peggio come se il film che sto guardando si riavvolge e ricomincia da capo con qualche variante ma con la medesima conclusione.

Ok non mi dilungo il sogno è questo:

Sono sulla mia auto e percorro una strada, mah più che strada sembra un vicolo alla fine del quale c’è un incrocio. Non sono quasi mai sola. Fuori è buio. Decido di svoltare a sinistra e per poco non investo una figura umana, sembra una donna, che cammina a piedi ed è vestita tutta di nero. I miei fari non funzionano. Una volta schivata la donna e immessa sull’altra strada, mi accorgo che c’è un interruzione a causa di lavori in corso, ci sono birilli bianchi e arancioni dappertutto e sono obbligata a fare retromarcia non avendo lo spazio necessario per altre manovre. Ritornando indietro supero l’incrocio di prima e, proseguendo,  mi parcheggio sulla destra dove, attraverso lo specchietto retrovisore, vedo due persone con un rottweiler e un labrador che chiacchierano tra loro sul ciglio della strada. Spengo il motore e la persona accanto a me scende senza aspettarmi. Io apro la portiera e in quell’esatto momento i due cani si avventano su di me, ma la meglio ce l’ha il rottweiler che riesce a mordermi il braccio. Nonostante il dolore cerco di stare calma e di non agitarmi, perchè so che se mi muovo i suoi denti affondano di più nella mia carne e sento che ancora non sta stringendo forte. Il proprietario dei cani ancora sta parlando, tenendo ben stretto il guinzaglio, ma praticamente non si è accorto della tragedia in atto. Io cerco di richiamare l’attenzione di qualcuno e con la mano destra schiaccio il clacson, che risulta scarico e non suona. Mille pensieri mi si affacciano, il dolore aumenta così come la rabbia del cane, cerco di chiamare piano aiuto, gridare troppo forte lo farebbe arrabbiare di più, ma niente nessuno si accorge di me, tutti continuano quello che stavano facendo e io a questo punto mi sveglio di soprassalto col cuore in gola… 

Bene si accettano numeri della smorfia per giocare al lotto… se vincessi almeno avrei una piccola consolazione al sogno ricorrente… 🙂

 

Tutto di me

Vieni a riprenderti i tuoi occhi, ti prego

li hai lasciati dentro i miei

a scrutare gli umori di queste giornate afose.

Riprenditi i sorrisi

rimasti dentro la mia anima

che se ne ciba ingorda e bulimica

mentre rigurgita speranze.

Riprenditi gli anni trascorsi

le strade percorse seguendo i tuoi passi

le parole che ti avrei voluto dire

i sogni irrealizzati.

Sono un involucro, vuoto

il simulacro del nostro amore mai nato

puoi venire a riprenderti tutto te stesso

perchè hai già preso tutto di me.

nero omogeneo & bianco discontinuo (versione alternativa)

continua da qui

Sento colare qualcosa di caldo dalla fronte che mi impedisce di vedere. Ha il gusto dolciastro del sangue. Ma non riesco a muovermi. Sono incastrata tra il sedile posteriore e lo schienale dove stava seduta mia madre. Il nero adesso è compatto. Solo qualche lampo bianco discontinuo attraversa il campo visivo. Non ne sono sicura, perché non sento nulla ma solo il sangue che scende dalla fronte.

Provo a chiamare ma la voce non esce.

“Sono morta?” mi chiedo. “I morti non parlano ma forse vedono solo”.

Cerco di divincolare il braccio sinistro ripiegato in modo innaturale dietro di me senza effetti apparenti. Nessun dolore, nessun movimento. E’ disarticolato dal corpo.

“Anche questo pezzo di me se ne è andato” dico amaramente. “Mio padre e mia madre dove sono?”.

Allungo il collo ma il nero rimane compatto. Gli occhi sono imbrattati di sangue. Li devo tenere chiusi.

“Come faccio a vederci se sono chiusi?”

Provo a ridere della mia situazione ma c’è poco da ghignare perché ci sarebbe molto da piangere. Nemmeno le lacrime escono. Immobile, incastrata, senza l’uso di un braccio e con le percezioni ridotte a modesti impulsi sono qui in attesa che qualcuno venga a soccorrermi.

Passa il tempo, il nero compatto rimane e il bianco discontinuo continua a ballarmi nella mente.

“Teresa, Teresa”. Mi riscuoto dall’apatia nella quale sono caduta.

“Teresa, svegliati!” Una voce familiare mi pervade la mente.

“Finalmente si sono decisi a soccorrermi” dico provando ad aprire gli occhi che paiono incollati col superAttack.

“Teresa”. Ancora la voce mi chiama. Apro gli occhi e vedo mia madre che con un sorriso dice “E’ ora di andare a scuola”.

(by newwhitebear)

nero omogeneo & bianco discontinuo (versione alternativa)

continua da qui

Mi domando dove stiamo andando, perché nell’abitacolo c’è un’aria da funerale. Mi assopisco di nuovo per non pensare a nulla.

Mia madre urla e strepita gridando “Francesco te la farò pagare!”. Mi chiedo il motivo scatenante la furia incontrollata di Anna. Non mi pare di avere udito nulla o visto qualcosa di insolito. Se potessi usare un’immagine direi che «è nero omogeneo».

Mio padre stringe le labbra, si volta infastidito. Le molla un ceffone. Non l’avevo mai visto mettere le mani addosso a mamma. Inorridisco vedendo sulla guancia stampate le dite di Francesco.

Anna smette di urlare, diventa silenziosa e lo guarda con gli occhi carichi di rabbia. Si dirige verso la loro camera, chiudendosi alle spalle la porta a chiave.

“Papà” gli dico. “Perché?”

“Non ti impicciare. Sono questioni nostre” replica asciutto.

Insisto per avere spiegazioni ma lui non pensa minimamente di spiegarne i motivi, mentre si allontana verso la porta chiusa.

“Apri” urla con voce gelida. “Apri o sfondo la porta”.

“No” risponde una voce alterata dall’odio.

“Sto perdendo la pazienza”

“E perdila, se ne hai ancora un briciolo”.

Sono terrorizzata, sento che sta avvenendo qualcosa di grave.

Un botto mi sveglia di soprassalto. Non riesco a percepire cosa sta succedendo, perché mi ritrovo catapultata verso lo schienale anteriore.

(by newwhitebear)

nero omogeneo & bianco discontinuo (versione alternativa)

continua da qui

Nel buio della notte vedo ombre bianche che assomigliano a dei flash. E’ solo un’illusione ottica di un occhio stanco. Li chiudo per non vedere e avvolgermi nel nero omogeneo del non pensare. Forse mi sono addormentata, perché non ho più sentito il cupo rotolare delle gomme sull’asfalto, quando una mano si posa dolcemente sul ginocchio.

Riapro gli occhi e noto che siamo fermi.

“Che c’è?” domando.

“Sssii” mi risponde con un gesto eloquente. Vedo mio padre con la testa appoggiata sul volante.

“Che fa?” mi chiedo indispettita. “E’ stato nervoso fino a un secondo fa. Intrattabile come un orso e adesso …”.

Mia madre resta raggomitolata al suo posto senza dire una parola, mentre io mi sento come un pesce fuori d’acqua.

“Ma perché ho accettato di andare con loro? Senza di me si sarebbero chiariti meglio oppure avrebbero rotto definitivamente. Così invece …”.

Mi appoggio allo schienale e guardo fuori. Siamo fermi ormai da tempo ai margini della strada e non oso domandare quando si riparte. Richiudo gli occhi per non osservare i miei genitori. Mi fanno pena.

Sento rombare il motore mentre l’auto si avvia lentamente.

“Meno male! Siamo ripartiti”.

Scruto nel buio il viso di mia madre alla ricerca di qualcosa, che non so esattamente nemmeno io.

(by newwhitebear)

nero omogeneo & bianco discontinuo (versione alternativa)

Col mio amico newwhitebear stiamo estendendo l’esperienza fatta su 20lines anche al mondo di wordpress, creando storie alternative a quelle pubblicate sui nostri blog. A partire dal brano proposto sotto, pubblicherò, nei prossimi giorni, la sua versione (alternativa) ai (miei) primi due brani di nero omogeneo & bianco discontinuo che trovate da qui.

Mi sono sempre domandata perché mia madre mi avesse concesso di ascoltare questi pensieri, custoditi nella mente come un segreto tra lei e mio padre. Forse perché era cambiato in peggio. Però non vedevo in queste confidenze qualcosa di speciale, anzi mi parevano aspetti innocui e banali. Mi sarebbe piaciuto di più ascoltare altre intimità come il motivo per il quale si sposarono, se lui è stato l’unico amore della vita, cosa provava quando facevano all’amore. Guardo fuori dal finestrino per distogliere la mente da queste domande ma osservo solo lo scorrere veloce di segnali e cartelloni come se fossero ombre indistinte. Non presto più attenzione a mia madre, che si è avvolta su se stessa per nascondere le lacrime che vorrebbero scendere. Mi fa male scrutarla così affranta e il suo dolore si riverbera su di me. Mi riscuoto e riprendo il filo dei miei pensieri interrotti brevemente dalla visione di loro giovani. Se non avessero convissuto, non sarei nata. Questo è pacifico ma mi chiedo se sia stato un bene. Non lo so, né lo potrei mai sapere. Sono nata per una loro scelta di vita non per amore. Su questo non ho dubbi. Mia madre a volte mi pare odiarmi come se la mia presenza avesse rotto qualche incantesimo che legava i miei genitori. Anche quando ho avuto il primo mestruo e sono diventata donna, lei è rimasta indifferente senza spiegarmi nulla. A volte mi chiedo il motivo, a volte glielo domando ma la risposta è sempre evasiva.

Sento mi padre imprecare iroso. Non è da lui sempre misurato e calmo alla guida.

«Cosa è successo tra loro?»

(by newwhitebear)

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