Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “novembre, 2013”

L’”ordine universale” nella configurazione della divinità a Tebe – 2° parte

inizia da qui

Gli Egizi, non avendo mai considerato nei suoi aspetti negativi il sole, sia che si chiamasse Râ, Ptah o Amon, ne assaporavano i benefici, dedicando ad esso più di una preghiera, più di un sacrificio, più di un semplice pellegrinaggio.

E’ noto che “il pellegrinaggio prevede come meta ultima un luogo sacro e una via prediletta. Per camminare da pellegrini occorre una direzione e una guida. Il caos deve essere ordinato da una geografia particolare che tracci mappe privilegiate“. (Da: R.A. Schwaller de Lubicz, I templi di Karnak, vol. I, Roma 2001, pag. 10). Quale miglior pellegrinaggio per gli egizi se non quello che portava da Karnak a Luxor? Quale migliore luogo sacro se non il tempio di Amon? Quale migliore via se non il dromos popolato da sfingi, che lungo il cammino “mutavano” aspetto da ariete a uomo? Quale migliore guida se non la statua del dio, che scivolava lenta attraversando il Nilo nella sua barca sacra?

Era questo il più grande rituale eseguito in terra d’Egitto, in cui tutto, persino la vita era concepita come un gesto cultuale.

Primo portale, ala sud, le sfingi a testa di ariete rappresentanti il dio Amon. Tempio di Amon, Karnak, Egitto.

Viale delle sfingi a testa umana visto da Nord. Tempio di Amon Luxor, Egitto.

La barca in cui era collocata la statua del dio giungeva all’ “Apet del Sud”, il tempio di Luxor, seguita dal faraone, dai sacerdoti e dalla moltitudine dei credenti. Ma di fronte alla meta, il comune fedele, il pellegrino doveva fermarsi, non potendo oltrepassare i cortili esterni, in quanto l’intero edificato rappresentava la dimora del Kâ della divinità, e solo un suo diretto discendente poteva accedervi.

Barca sacra.

intimità ed esclusione

INTIMITA’ ED ESCLUSIONE: Stadi di avanzamento all’interno del tempio delle diverse figure adoratrici del dio, secondo i loro limiti di accesso.

Il privilegiato, destinato a stare alla presenza del dio, dunque, era soltanto il faraone o un suo delegato, spesso il primo sacerdote, che provvedeva alle “divine necessità quotidiane”, come il cambio d’abito e il nutrimento. Quando la cerimonia di donazione era conclusa, si chiudevano le porte del santuario e si sigillavano con il fango fino al pasto successivo. Il grande sacerdote si ritirava, tenendo il viso rivolto alla porta che lo separava dal dio e spolverando il pavimento per cancellare ogni impronta umana. E’ da ricordare, come già detto in precedenza, che, proseguendo verso il sacello della divinità, il santuario vero e proprio, le pareti andavano stringendosi e il pavimento e il soffitto avvicinandosi, creando, così, uno spazio angusto e sempre più buio, tale da nascondere la via che portava al luogo più sacro del tempio.

Riguardo allo scopo cultuale dei gesti, l’erezione e l’ingrandimento dei templi obbedivano a ragioni teologiche, per le quali risultava di notevole importanza anche il giorno prescelto per l’inizio dei lavori. La cerimonia di edificazione si apriva con un primo rituale noto come il gesto di “tendere la corda”, che consisteva nel definire l’orientamento dell’ edificio in rapporto col Nord e nel conficcare in terra un piolo, colpendolo con un mazzuolo:

 Ho teso la corda sulla posizione dei muri; mentre la mia bocca recitava i grandi incantamenti, Thot era là con i suoi libri […] Tu eri con me sotto forma di Honu (il Neter geometra), le tue braccia tenevano lo zappone, così furono stabiliti i quattro angoli solidamente come i quattro pilastri del cielo.”

Una volta compiuto ciò, il Re scavava un solco con lo zappone e vi versava il contenuto di un moggio, modellava un mattone e ne offriva alcuni, spesso di materiali preziosi, per i quattro angoli del tempio. Questa usanza di inserire nelle fondamenta degli oggetti a scopo propiziatorio è nota non solo nella tradizione egizia, ma anche in quella appartenente ad altre culture, come per esempio in quella mesopotamica: a Nippur, infatti, si ponevano, ai quattro angoli della costruzione, dei chiodi “magici” di rame o di bronzo, la cui parte superiore era modellata in forma umana, per proteggere il santuario da forze demoniache.

Quando la costruzione del tempio si riteneva completata il Re aveva l’obbligo di compiere i riti di consacrazione, che comportavano una serie di azioni, tra le quali quella di spargere il perimetro del tempio con il natron e di dare “la casa al suo Signore”. La cerimonia si concludeva con il rito di inaugurazione, accompagnato dalla corsa con il toro Apis.

Cerimonia di consacrazione del tempio con il natron.

Ancora un altro aspetto sembra accomunare le civiltà di cui abbiamo precedentemente parlato: l’erezione dei templi con l’utilizzazione dei resti di quelli precedenti. Per il popolo mesopotamico non era importante la costruzione in sé, ma il luogo in cui si costruiva la casa del dio e questo motivo spingeva il sovrano a innalzare un nuovo tempio sopra uno più antico, con la certezza che il sito fosse già gradito e benedetto dagli dei. Gli Egizi, pur non avendo l’obbligo religioso di costruire la nuova “dimora di dio” su quella antica, erano soliti creare delle fondamenta a tinozza sotto il luogo che ospitava il futuro santuario segreto. La base della tinozza, afferma Schwaller de Lubicz, sembra essere formata da pietre nuove e riempita con una moltitudine confusa di pietre diverse provenienti da una struttura precedente. I muri e le colonne poggiavano direttamente su questa piattaforma di pietre. La tinozza, dunque, era concepita come un vaso che conteneva la radice da cui sarebbe cresciuto il nuovo tempio e le pietre antiche servivano ad imprimere ad esso la stessa forza spirituale di quello precedente:

Si ha crescita dalla terra verso il cielo, si ha formazione andando da un orizzonte all’altro. Allora si ha quello che sta dentro e quello che sta fuori […]

Questa è L’Idea del Tempio, la Casa di Dio”.

“Ogni nuova forma è costituita dalla morte della precedente”.

Il tempio è crescita e ogni Neter ha il proprio tempo:

Maat fissa l’anima in 40 giorni,

Osiride in 7 mesi di luna,

Horo in 7 mesi di sole.

Trascrivi questi numeri in cubiti, dita, pollici e in diametri, col segreto delle misure,

poi delimita la casa del Neter.

Così l’idea indistruttibile prenderà forma nella materia transitoria.”

” Si apriranno e si chiuderanno le corolle delle colonne secondo la natura dei mesi […] dei Neter, dall’ingresso al naos; si sceglieranno le pietre in questo spirito […] così si costruirà il tempio indistruttibile”.

” Poi si deve tracciare intorno la cinta, la collana di fuoco perché allontana il nemico della vita”;

” […] Il tempio deve essere come un libro, se non avesse nulla da insegnare non sarebbe che una cosa per uomini, invece di essere la casa di Dio”.

” Si deve far risalire l’idea dal suolo agli architravi, dalla terra al cielo, dove sono scritte le leggi.

Si devono far risalire verso Dio gli dei, come il sole attira a sé il fiore della pianta”.

(Dal discorso tra il maestro dell’opera e un suo discepolo, R.A. Schwaller de Lubicz, Il tempio dell’Uomo, vol. 2, Roma 2001, pag. 3)

La costruzione dei templi faraonici avveniva sempre per aggiunte, per tappe, tali da lasciare un punto di aggancio alle costruzioni successive, che presupponevano un piano d’insieme fin dall’inizio. Il tempio si presentava come un insegnamento globale, e ogni edificio sacro come un capitolo o un tema particolare.  E’ certo che anche i due templi dedicati ad Amon presentavano le stesse caratteristiche, gli stessi insegnamenti nonostante si fossero sviluppati secondo diverse fasi evolutive: l’ accrescimento del tempio di Karnak è avvenuto dall’interno verso l’esterno, intorno al santuario del Medio Regno, cuore del futuro tempio, a cui nella XII dinastia furono aggiunte le opere monumentali del santuario di festa sed e il grande colonnato amonico simile a quello di Luxor e che, nella XVIII dinastia risultava già costituito da cinte successive; quello di Luxor è avvenuto in lunghezza, cercando di far corrispondere le proporzioni del tempio a quelle del corpo umano, dalla nascita al suo completo sviluppo.

Ma di questo parleremo la prossima volta.

 

L'”ordine universale” nella configurazione della divinità a Tebe – 1° parte

Inizia da qui.

Heliopolis, Menfi, Hermopolis e Tebe erano i maggiori centri culturali e religiosi d’Egitto, che rivelavano in forma diversa il mito della creazione. Ogni provincia aveva elaborato un suo particolare culto, con i suoi dei e le sue leggende, anche se, nelle ricca documentazione egizia, non esiste alcuna testimonianza geroglifica né alcun libro sacro che presenti la religione sotto forma di dogma e imponga un insieme definito di credenze, alle quali il fedele si potesse accordare in maniera ufficiale. Dunque non potendo parlare di principi assoluti, le varie credenze sono state suddivise in quattro grandi leggende, chiamate “misteri” o “rivelazioni”, che hanno preso il nome dalla loro città d’origine.

Si è potuto così distinguere il mistero heliopolitano, quello menfita,quello tebano e quello di Hermopolis.

La rivelazione heliopolitana è conosciuta grazie ai Testi delle Piramidi, dove si affermava la fede in un unico dio Rà, indefinibile, eterno, il Neter (=divinità) dei Neter, Colui il cui nome è nascosto, Colui che non ha limite, l’incomprensibile. 

Il dio Ra.

Il testo  recita:

O Grande Enneade dei Neter che è in Heliopolis:

Tum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Iside, Seth, Nefti,

che Tum mette al mondo per proiezione del proprio cuore,

come  la sua stessa nascita, nel vostro nome di “nove archi”,

che nessuno di voi si separa da Tum.

(da Piramidi 1655)

In questa rivelazione l’Eenneade non è concepita come una successione di nove principi divini, ma come uno solo che si scinde. Il mistero della creazione è inoltre chiarito in questo testo:

Lui è nato nel Nu, è detto Atum,

quando il cielo non era ancora inventato,

quando la terra non era ancora inventata,

quando i due appoggi (Shu e Tefnut) non reano ancora inventati,

prima che i Neter fossero nati,

prima che la morte fosse avvenuta,

prima che fosse avvenuta la Contesa (…)

la voce, la collera e la maldicenza (…)

prima che l’Occhio di Horo fosse squarciato,

prima che i testicoli di Seth fossero tagliati (…)”

(da Piramidi 1040 e 1463-66)

A Menfi veniva invece insegnata l’opera di Ptah che, secondo la leggenda, generò se stesso, detto Atum e i nove Neter.

Il dio Ptah.

I Neter che hanno la loro forma in Ptah;

Ptah sul grande trono (…)

Ptah- Num il Padre, che (generò) Atum

Ptah- Naunet, la madre che procreò Atum

Ptah, il Grande è il cuore e a lingua dei 9 Neter,

Ptah, (…) che dette nascita ai Neter

Ptah, (…) Nefertum al naso di Rà ogni giorno.”

Nei Testi delle Piramidi egli è menzionato come “Capo officina” e “Creatore delle forme” e alcune leggende tardive lo descrivono mentre modella, con un tornio, gli uomini e l’universo.

Hermopoli, il cui nome sacro era “la città degli Otto”, facendo rifermimento agli otto Neter primordiali che vi erano apparsi, era il grande centro religioso consacrato a Thot. La rivelazione hermopolitana raccontava la sua nascita per opera di Rà:

Colui la cui natura è misteriosa è Amon; Rà è la testa; Ptah il corpo.

Le loro città, stabilite per sempre sulla Terra, sono Tebe, Hermopolis, Menfi, per sempre.

Rà  disse: sta in cielo al mio posto mentre splendo per i beati nelle regioni inferiori (…)

Tu sei al mio posto, il mio sostituto e ti chiameranno così: Thot, il sostituto di Rà.

Io farò che tu abbracci i due cieli con la bellezza dei tuoi raggi- allora nacque la luna.”

La rivelazione tebana, intimamente legata alla cosmogonia hermopolitana, caratterizzava il culto nei templi di Karnak e Luxor, in cui le divinità maggiormente venerate erano costituite dalla triade Amon, Mut e Khonsu.

Il dio Amon.

In epoca ramesside si definì con precisione il legame di Amon con gli altri dei presenti nei miti delle altre città:

Tre dei sono tutti gli dei: AMon, Rà, Ptah, che non hanno simili.

Quando si ha un messaggio dal cielo, lo si ascolta ad Heliopolis,

lo si ripete a Ptah a Menfi;  se ne fa una lettera, scritta in caratteri di

Thot, per la città di Amon (Tebe) (…)

La risposta e la decisione sono date a Tebe e ciò

che esce è rivolto al’Enneade divina (…)

Gli Dei sno stabiliti per lui, secondo i suoi comandamenti (…)

Vita e morte ne dipendono per tutti gli esseri,

eccettuato per lui, Amon e per Rà e per Ptah, unità trinità.”

Non vi ricorda qualcosa tutto ciò?

Spero di non avervi annoiato finora, ma queste premesse di oggi sono necessarie per capire, nel prossimo post, quali sono i riti che venivano svolti e in che modo. Di affinità con la religione cattolica, per esempio, da qui in poi , ce ne sono a bizzeffe.

Alla prossima

I Santuari Solari: l’esempio egizio di Amarna.

Inizia da qui.

Con Akhenaton, il faraone “eretico” della diciottesima dinastia, il Sole arrivò all’apice della sua importanza, con un nome fino ad allora poco usato, Aton, il disco solare visibile sull’orizzonte. In qualità di sole divino,  esso era simile a Rà, ma non era mai stato associato a forme animali o umane, rimanendo in tal senso “puro”. Il sole non era quindi adorato per le sue spettacolari imprese, come “il combattimento col dragone” o “il viaggio notturno” o per i suoi magici nomi (in Egitto il nome era una delle cose più importanti per garantirsi la vita eterna ultraterrena. Quando si voleva far perdere nell’oblio un faraone, si decideva di cancellare letteralmente le tracce del suo nome da ogni monumento e da ogni rappresentazione), come era avvenuto nelle dinastie precedenti, ma per le benefiche opere che donava agli uomini nella loro vita quotidiana. Il valore di questa nuova concezione è attestata dal “grande inno” a lui dedicato, la cui prima strofa esalta il suo splendore:

” Bella è l’alba all’orizzonte del cielo!

O Aton, tu vita, e principio di vita!

Quando tu sorgi dall’estremo oriente sul cielo

Tu riempi ogni terra della tua bellezza;

Poiché tu sei bello, grande, raggiante, sublime sopra la terra;

I tuoi raggi abbracciano tutte le contrade fatte da te;

Poiché tu le hai legate a te col tuo amore!

Tu sei Re e tue le hai fatte tutte prigioniere

Benché tu sia lontano, i tuoi raggi sono sulla terra.

Benché tu sia alto, le tue orme fanno giorno!”

Aton, come unico dio, dal cui disco partivano i raggi terminanti con delle minuscole mani che reggevano l’ankh (è il segno geroglifico che significa “vita”), era rappresentato con l’ureo, che è  il nome del cobra sacro che protegge il faraone e simbolo di regalità.

Akhenaton e Nefertiti

Akhenaton che porta le offerte all’Aton.

Nella città di Akhetaton, la “Sacra Famiglia” regale rappresentava l’intermediaria tra il dio e l’uomo, conducendo riti di ringraziamento all’Aton, portatore di vita e generoso verso le sue creature che celebravano nella natura la creazione divina. I raggi benedicenti di Aton, rappresentati nei rilievi, scendevano su ogni cosa, templi, tavole di sacrificio e palazzi.

Il sito che ospitò la città della “gioia” era un luogo privo di insediamenti precedenti, una terra vergine non appartenuta a nessun dio. Akhenaton l’aveva scelta proprio per questa sua caratteristica, in quanto l’impronta del dio Aton non venisse oscurata dal ricordo di altri dei. L’area, chiusa su tre lati da un immenso emiciclo di pareti rocciose e sul quarto lato, a occidente, bagnata dalle acque del Nilo, accoglieva il grande tempio di Aton, che misurava 212×32 metri ed era racchiuso da un recinto di 800×275 metri.

Akhetaton.

Questo tempio differiva dal tipo ordinario di tempio egizio poiché non aveva alcuna cella o tabernacolo per l’immagine del dio. Nei templi precedenti, si venerava Amon, il dio nascosto, che come tale veniva adorato e celebrato in una cella piccola, angusta e buia, dove solo il clero e il faraone potevano accedere, dopo aver compiuto un lungo percorso che diventava sempre più chiuso e oscuro (alla cella infatti si accedeva tramite dei corridoi, i cui soffitti e i pavimenti andavano avvicinandosi sempre più).

Ad Akhetaton invece si celebrava il disco solare, la luce del sole splendente. Dunque il tempio era una successione di cortili ipostili a cielo aperto, per consentire alla luce stessa di penetrarvi per assistere e” benedire” il rito. Il luogo preposto per l’adorazione del dio Aton, il santuario vero e proprio, rimaneva sempre un luogo segreto e inaccessibile al pubblico, come nei templi precedenti ma, anche in questo caso, a cielo aperto, mentre i riti comuni come l’offerta di carne animale, si svolgevano nell’altare del grande cortile anteriore.

La presenza di tavolette votive, all’interno e all’esterno del tempio, fa pensare ad un’assidua presenza di devoti.

Tempio di Aton , assonometria.

Con l’Egitto, la concezione di un dio solare cambia e si allontana definitivamente da quella preistorica, quasi assumendo forme spiritualmente più elevate e mature. Il sole non è considerato soltanto dispensatore di calore e luce, ma viene venerato perché portatore di gioia, grazie all’abbondanza del raccolto, alla prosperità del bestiame, all’armonia e all’intimità familiare, simboli questi dell’equilibrio universale. Inoltre, possiamo affermare che il particolare modo di considerare la divinità per Akhenaton si avvicina molto alla concezione Ebraica e Cristiana. Disparati sono infatti i testi che, per parole e significati, sono molto simili tra le due religioni, fra tutti “L’inno ad Aton” e il Salmo biblico n° 104.

Purtroppo i riti introdotti da Akhetaton furono presto abbandonati per ritornare a una forma di venerazione politeistica classica. Alcuni egittologi sono convinti che Akhenaton fu addirittura ritenuto eretico e il culto dell’Aton rinnegato, anche se in realtà ci sono tracce concrete ed importanti che queste affermazioni non siano totalmente corrette.

Nel prossimo post parleremo invece delle credenze tebane e della reintroduzione di tutto il pantheon canonico e dei riti ad esso associati.

Alla prossima 🙂

Desideri on demand.

Desidero mettere via questa giornata, togliermela di dosso come un cappotto troppo pensante, far riposare il dolore lancinante e le delusioni, che sono entrate senza chiedermi il permesso. Voglio dimenticare le contraddizioni, la disperazione di certi momenti e le lacrime sopra i singhiozzi. Quelli soffocati, soprattutto. Voglio scordare le ribellioni, lo smarrimento, il cibo caduto a terra, lo zucchero di ieri e il salato di oggi. Desidero ardentemente liberarmi della luce rossa che non fai accendere, delle tue mete lontane, dei capelli tagliati, del viso bagnato e del tuo sorriso abbozzato, delle tre prossime settimane, dei tuoi trentotto. Delle mie speranze che sento ormai pietose, delle date spostate e del tempo che avanza per riempire di estate valigie intorpidite.

Dove si sono smarriti i cinque minuti? Di tempo e di voglia.

Mi piacerebbe conoscere il soggetto della foto che mi dedicheresti se solo te lo chiedessi, se solo ti ricordassi.

Ma io ho finito di chiedere e tu non avrai bisogno di ricordare… di ricordarmi.

I Santuari “Solari”

Inizia da qui.

Come anticipato nel precedente post, a Stonehenge erano presenti degli “episodi” architettonici che avevano la funzione di introdurre al monumento e di renderlo adatto al culto solare.

Per poter proseguire con le nostre considerazioni, vediamo uno per volta  questi elementi .

La pianta del sito.

Gli argini e il fossato: il fossato era utilizzato per le osservazioni del sole, della luna e delle stelle, mentre gli argini fungevano da orizzonti artificiali e servivano per eliminare il riverbero della luce. Il tutto veniva realizzato con una tale perizia che da alcuni punti, per effetto ottico, gli elementi si andavano a sovrapporre, mostrando all’occhio dell’osservatore una struttura compatta;

I pali in legno: le numerose fosse per pali, chiamate anche fosse di Aubrey dal loro scopritore, furono ritrovate sulla via d’accesso al monumento e al suo interno. I pali che venivano posti nelle fosse servivano per l’osservazione del sole al tramonto ai solstizi e della luna calante.

Gli argini, il fossato e le fosse di Aubrey.

La Heel Stone: attualmente inclinata, è circondata da un fossato circolare indipendente da quello della  principale via d’accesso al sito, la Avenue. La Heel Stone fu chiamata così perchè sembra un piede umano.

La Heel Stone.

I triliton di pietra sarsen: i triliton insieme agli elementi verticali in pietra sarsen sono i componenti più conosciuti del complesso. Il nome “triliton” designa semplicemente una coppia di pietre verticali sormontata da un singolo architrave. I grandi triliton erano originariamente cinque, disposti a ferro di cavallo e lavorati per seguire la curvatura data all’intera struttura.

I triliton di pietra sarsen.

L’anello dei sarsen: gli elementi verticali di pietra sarsen, lavorati a sezione rettangolare, sostenevano un anello continuo di architravi accuratamente livellati e ad altezza costante per tutto l’anello. La facciata trattata con maggior cura era generalmente quella rivolta verso l’interno.

L’anello dei sarsen

Le pietre posizione: erano spesso associate alle pietre d’entrata. Lo studioso Flinders Petrie fu il primo a rendersi conto che le pietre posizione o pietre segnale giacevano simmetriche rispetto all’asse del monumento incrociandosi visivamente a 45°. Da queste pietre, chiamate anche Station Stone, si poteva osservare il tramonto della luna.

Le pietre posizione

In primo piano una “station stone”.

La Altar Stone o pietra “altare”:  è la più grande delle pietre non originarie della regione e veniva utilizzata come “pietra orizzonte” da cui osservare i fenomeni celesti.

La Altar Stone.

La Slaughter Stone: presentava un architrave, che come altri presenti nel complesso, serviva per delimitare delle “finestre” di osservazione e per schermare il riverbero.

La Slaughter Stone in primo piano e la Heel Stone sullo sfondo

Tutti questi elementi inizialmente avevano fatto pensare agli studiosi che le osservazioni del sole avvenissero una volta entrati all’interno del circolo. Nello specifico si pensava che dal centro del monumento si potesse vedere sorgere il sole sopra la Heel Stone, la pietra d’entrata, nel giorno più lungo dell’anno.  Recenti e più accurate ricerche hanno modificato tale credenza, soprattutto dopo lo studio di monumenti antecedenti come, per esempio, i tumuli lineari. Tali tumuli, presenti nelle zone vicine al sito di Stonehenge, erano formati da un cumulo in terra o in altri materiali con una struttura architettonica riconoscibile. Erano concepiti come una struttura sepolcrale e circondati da fossati con un recinto lineare. Servivano per formare un orizzonte artificiale, che permetteva di osservare i fenomeni celesti contemporaneamente da più persone coinvolte nel rituale. Da qui a capire che a Stonehenge le osservazioni celesti venivano effettuate da fuori verso dentro e che gli architravi sostituivano i fossati per creare orizzonti artificiali il passo fu breve. Inoltre si scoprì che la Heel Stone negava la visibilità del sole dall’interno del monumento verso l’esterno, confermando l’ipotesi dell’osservazione “da fuori”. Dalla Heel Stone dunque era possibile guardare l’orizzonte artificiale verso l’interno in due modi e per due scopi differenti: un modo era accucciandosi ai suoi piedi per guardare il sole al solstizio d’inverno e l’altra dalla sua sommità, serviva a guardare la luna. A causa della particolare posizione che l’osservatore assumeva si è supposto che l’osservazione del fenomeno celeste coinvolgesse una sola persona per volta, che era anche preposta all’interpretazione del messaggio visivo.

Ci si può chiedere se ciò testimoni l’istituzione di una prima forma di sacerdozio, fondato sull’autorità della cultura in geometria celeste. D’altra parte, l’attribuzione della funzione di santuario a Stonehenge è confortata proprio dalla organizzazione dei punti di osservazione e dalla presenza di quegli elementi, quali l‘Avenue e le pietre posizione, che sembrano suggerire possibili processioni rituali, in cui i pilastri di pietra, posti in punti ben precisi della costruzione, avrebbero potuto servire a diverse esigenze, quali per esempio:

  • avere associazioni cosmiche;
  • ricordare “il culto rivolto all’albero del mondo”, per il quale il pilastro infisso poteva rappresentare simbolicamente tale albero, le cui radici scendevano nel mondo sotterraneo oppure
  • avere la funzione di proteggere le aree sacre da quelle profane, ponendo il limite oltre il quale unicamente pochi eletti potevano accedere.

Ma si sa che queste rimangono comunque solo delle ipotesi, seppure molto affascinanti. Tanti sono stati gli studiosi e i teorizzatori interessati al complesso megalitico, che si sono avvicendati a darne i significati più disparati. Mi chiedo se mai la curiosità umana possa trovare il modo di scioglierne il  mistero.

Testimoni del culto solare, però, non furono solamente le popolazioni preistoriche. Mi piace ricordare quanto in Egitto il sole occupò un ruolo preminente nella religione ufficiale, tanto da assumere, secondo la sua posizione sull’orizzonte, nomi sempre diversi; si diceva che esso fosse “Khepri al suo levarsi, Rà al suo culmine e Atum la sera.

… Ma questa è un’altra storia …. al prossimo post! ciao 🙂

I Santuari “Solari”: introduzione

Complesso megalitico di Stonehenge.

Il cielo è stato sempre oggetto primario di attenzione, studio e culto per gli uomini. Per i Greci, per esempio, il cosmos assumeva il significato di ordine, armonia e quindi geometria e proporzione; Pitagora fu il primo ad utilizzare il termine per indicare l’universo in questa accezione, considerandone l’interezza e le qualità degli elementi. Ma già Stonehenge, secondo John North, “può essere ritenuto un cosmos, un monumento geometricamente ordinato, allineato all’universo stellare, al sole e alla luna, un’espressione delle forze spirituali che gli astri rappresentano per la maggior parte dell’umanità”.

Malgrado manchi una documentazione scritta, l’imponenza dei monumenti neolitici ha fatto sì che il tempo non ne cancellasse la presenza e non compromettesse il significato e le loro qualità nascoste restituiscono le motivazioni che portarono ad investire tanta energia per la loro costruzione. Appare particolarmente significativa la circostanza che Stonehenge non sia l’unico nel contesto spaziale in cui esso si colloca e si possono osservare, in un raggio di due chilometri, centinaia di altri monumenti simili. E’ utile constatare come esso, in pietra rispetto agli altri in legno, abbia sorpassato tutti i precedenti in “finezza architettonica” e in dimensione.

Le popolazioni del Wessex, iniziando a sperimentare l’uso della pietra, non la utilizzarono come pietrisco da costruzione, ma pensarono di creare segnali che durassero a lungo nel tempo, prendendo in prestito tecniche di costruzione e di lavorazione già utilizzate per le opere in legno. Quest’ultimo era senza dubbio impiegato e venerato per ciò che poteva suggerire metaforicamente: l’albero era vivo, dava riparo ed era l’archetipo della dimora e del tempio.

A Stonehenge sono evidenti le testimonianze di questo culto: molte delle pietre presenti sono state lavorate in modo da imitare la corteccia di quercia o di betulla e le tecniche di giuntura degli architravi ricordano i tipici incastri “maschio-femmina”.

Che il cielo rivestisse un ruolo primario nella religione del neolitico e dell’età del bronzo è facile dedurlo dagli allineamenti astronomici incorporati in queste grandiose opere architettoniche. Tali opere a Stonehenge avevano un’evidente motivazione cultuale, anche se risulta difficile capire la religiosità della “muta” preistoria se non si tracciano delle analogie con culture più conosciute. Una può essere però trovata nel culto della dea madre; come qualsiasi traccia preistorica legata ad un rituale di fertilità o di nascita è comunemente interpretata come l’indicazione di una credenza religiosa, così si è ipotizzato che le religioni celesti furono accolte senza riserve da popoli con stadi evolutivi cultuali differenti, innestandosi sull’animismo, sul politeismo ed essendo compatibili con la fede negli dei della terra. Sembra di poter verificare una sorta di “stratificazione” delle divinità, per cui esistevano figure divine celesti, terresti e del mondo sotterraneo. In genere tuttavia, gli dei del cielo rappresentavano le divinità supreme. Il coinvolgimento delle stelle, del sole e della luna fa pensare che il culto non fosse diretto necessariamente a tali astri, ma che essi venissero collegati alla presenza delle anime dei defunti, che facevano visita alle popolazioni adoratrici. Sebbene Stonehenge sia conosciuto come “il tempio del sole e della luna”, non è improbabile che fosse lo scenario di una religione che accoglieva molti altri dei. L’atteggiamento che i popoli mesopotamici, per esempio, dimostravano nei confronti del cielo può essere un utile riferimento. La priorità religiosa dei loro dei, Anu, Enlil e Ea, mostra che, quando venivano effettuati rituali solari, non necessariamente gli dei del sole e della luna vi comparivano, così come la Grecia poneva i Titani e le Titanesse al di sopra del sole e della luna e di ciascun pianeta.

E’ possibile dunque che, prima che questi astri assumessero una posizione privilegiata rispetto ad altri, fossero considerati sullo stesso piano dei maggiori fenomeni naturali, quali il tuono, il lampo, la pioggia, oppure al pari degli alberi e delle pietre. Comunque sia, è certo che il sole non venisse adorato come individuo, ma come elemento che dona luce e calore ( in alcuni casi infatti si faceva in modo che la sua luce penetrasse e illuminasse l’entrata delle camere mortuarie o uno spazio tra due pali di legno. L’esempio più noto si trova a Woodhenge, in cui è stata scoperta una tomba appartenuta ad una bambina di tre o quattro anni), che necessitava di un rituale facente uso di numerosi elementi con molteplici funzioni (gli argini, il fossato, i pali in legno, la Heel Stone, i triliton di pietra sarsen, l’anello di sarsen, le pietre posizione, la Altar Stone o pietra “altare” e la Slaughter Stone) e naturalmente di un ” personale qualificato”.

Bene vi lascio al prossimo post per saperne di più. 🙂

Lo spazio dei luoghi di culto.

Ciao, eccomi di nuovo a parlare di architettura. Questa volta proverò a raccontarvi di alcuni esempi di edifici che hanno a che fare con un culto o una religione più o meno antica.

Ok, so già che penserete che sono bigotta :), ma non è così!

Infatti il primo argomento tratterà dei Santuari Solari, in particolar modo riferendomi a Stonehenge e ad alcuni templi egizi. Proverò a individuare alcuni contenuti spirituali, passando per l’organizzazione dei riti e dello spazio, fino ad arrivare alle scelte architettoniche degli esempi trattati. Per alcune costruzioni vedremo come è stato più semplice modellare gli spazi in base alle esigenze liturgiche, mentre per altri (che tratterò più avanti), questo processo è ancora in atto e in costante evoluzione. Cercherò a tale proposito di individuare ed evidenziare alcuni modi di pensare che, sembrano appartenere esclusivamente ad un’epoca o ad una cultura, ma che invece vedremo essere legati al comune bisogno dell’uomo di trovare una risposta alle sofferenze dello spirito nel rapporto col divino e anche nella realizzazione di una socialità e di un confronto con l’autorità terrena che materializza il messaggio soprannaturale. Da questa prima analisi sui santuari solari può derivare poi tutta una serie di considerazioni su come la spiritualità della cultura protostorica possa aver influenzato l’atteggiamento positivo del mondo classico, quanto, per esempio, il medioevo europeo possa aver assunto dal pensiero orientale, quanto il mondo islamico possa aver trattenuto dalle esperienze classiche e bizantine, quindi, pensando in grande, quali tradizioni, gelosamente conservate nei riti delle antiche religioni, hanno raggiunto i nostri giorni e hanno influenzato, a loro volta, le nostre credenze.

Questa volta le mie intenzioni sono molto ambiziose. Spero che riterrete la lettura piacevole e interessante, ma soprattutto spero di non deludervi!

A presto 🙂

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