Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

L’”ordine universale” nella configurazione della divinità a Tebe – 2° parte

inizia da qui

Gli Egizi, non avendo mai considerato nei suoi aspetti negativi il sole, sia che si chiamasse Râ, Ptah o Amon, ne assaporavano i benefici, dedicando ad esso più di una preghiera, più di un sacrificio, più di un semplice pellegrinaggio.

E’ noto che “il pellegrinaggio prevede come meta ultima un luogo sacro e una via prediletta. Per camminare da pellegrini occorre una direzione e una guida. Il caos deve essere ordinato da una geografia particolare che tracci mappe privilegiate“. (Da: R.A. Schwaller de Lubicz, I templi di Karnak, vol. I, Roma 2001, pag. 10). Quale miglior pellegrinaggio per gli egizi se non quello che portava da Karnak a Luxor? Quale migliore luogo sacro se non il tempio di Amon? Quale migliore via se non il dromos popolato da sfingi, che lungo il cammino “mutavano” aspetto da ariete a uomo? Quale migliore guida se non la statua del dio, che scivolava lenta attraversando il Nilo nella sua barca sacra?

Era questo il più grande rituale eseguito in terra d’Egitto, in cui tutto, persino la vita era concepita come un gesto cultuale.

Primo portale, ala sud, le sfingi a testa di ariete rappresentanti il dio Amon. Tempio di Amon, Karnak, Egitto.

Viale delle sfingi a testa umana visto da Nord. Tempio di Amon Luxor, Egitto.

La barca in cui era collocata la statua del dio giungeva all’ “Apet del Sud”, il tempio di Luxor, seguita dal faraone, dai sacerdoti e dalla moltitudine dei credenti. Ma di fronte alla meta, il comune fedele, il pellegrino doveva fermarsi, non potendo oltrepassare i cortili esterni, in quanto l’intero edificato rappresentava la dimora del Kâ della divinità, e solo un suo diretto discendente poteva accedervi.

Barca sacra.

intimità ed esclusione

INTIMITA’ ED ESCLUSIONE: Stadi di avanzamento all’interno del tempio delle diverse figure adoratrici del dio, secondo i loro limiti di accesso.

Il privilegiato, destinato a stare alla presenza del dio, dunque, era soltanto il faraone o un suo delegato, spesso il primo sacerdote, che provvedeva alle “divine necessità quotidiane”, come il cambio d’abito e il nutrimento. Quando la cerimonia di donazione era conclusa, si chiudevano le porte del santuario e si sigillavano con il fango fino al pasto successivo. Il grande sacerdote si ritirava, tenendo il viso rivolto alla porta che lo separava dal dio e spolverando il pavimento per cancellare ogni impronta umana. E’ da ricordare, come già detto in precedenza, che, proseguendo verso il sacello della divinità, il santuario vero e proprio, le pareti andavano stringendosi e il pavimento e il soffitto avvicinandosi, creando, così, uno spazio angusto e sempre più buio, tale da nascondere la via che portava al luogo più sacro del tempio.

Riguardo allo scopo cultuale dei gesti, l’erezione e l’ingrandimento dei templi obbedivano a ragioni teologiche, per le quali risultava di notevole importanza anche il giorno prescelto per l’inizio dei lavori. La cerimonia di edificazione si apriva con un primo rituale noto come il gesto di “tendere la corda”, che consisteva nel definire l’orientamento dell’ edificio in rapporto col Nord e nel conficcare in terra un piolo, colpendolo con un mazzuolo:

 Ho teso la corda sulla posizione dei muri; mentre la mia bocca recitava i grandi incantamenti, Thot era là con i suoi libri […] Tu eri con me sotto forma di Honu (il Neter geometra), le tue braccia tenevano lo zappone, così furono stabiliti i quattro angoli solidamente come i quattro pilastri del cielo.”

Una volta compiuto ciò, il Re scavava un solco con lo zappone e vi versava il contenuto di un moggio, modellava un mattone e ne offriva alcuni, spesso di materiali preziosi, per i quattro angoli del tempio. Questa usanza di inserire nelle fondamenta degli oggetti a scopo propiziatorio è nota non solo nella tradizione egizia, ma anche in quella appartenente ad altre culture, come per esempio in quella mesopotamica: a Nippur, infatti, si ponevano, ai quattro angoli della costruzione, dei chiodi “magici” di rame o di bronzo, la cui parte superiore era modellata in forma umana, per proteggere il santuario da forze demoniache.

Quando la costruzione del tempio si riteneva completata il Re aveva l’obbligo di compiere i riti di consacrazione, che comportavano una serie di azioni, tra le quali quella di spargere il perimetro del tempio con il natron e di dare “la casa al suo Signore”. La cerimonia si concludeva con il rito di inaugurazione, accompagnato dalla corsa con il toro Apis.

Cerimonia di consacrazione del tempio con il natron.

Ancora un altro aspetto sembra accomunare le civiltà di cui abbiamo precedentemente parlato: l’erezione dei templi con l’utilizzazione dei resti di quelli precedenti. Per il popolo mesopotamico non era importante la costruzione in sé, ma il luogo in cui si costruiva la casa del dio e questo motivo spingeva il sovrano a innalzare un nuovo tempio sopra uno più antico, con la certezza che il sito fosse già gradito e benedetto dagli dei. Gli Egizi, pur non avendo l’obbligo religioso di costruire la nuova “dimora di dio” su quella antica, erano soliti creare delle fondamenta a tinozza sotto il luogo che ospitava il futuro santuario segreto. La base della tinozza, afferma Schwaller de Lubicz, sembra essere formata da pietre nuove e riempita con una moltitudine confusa di pietre diverse provenienti da una struttura precedente. I muri e le colonne poggiavano direttamente su questa piattaforma di pietre. La tinozza, dunque, era concepita come un vaso che conteneva la radice da cui sarebbe cresciuto il nuovo tempio e le pietre antiche servivano ad imprimere ad esso la stessa forza spirituale di quello precedente:

Si ha crescita dalla terra verso il cielo, si ha formazione andando da un orizzonte all’altro. Allora si ha quello che sta dentro e quello che sta fuori […]

Questa è L’Idea del Tempio, la Casa di Dio”.

“Ogni nuova forma è costituita dalla morte della precedente”.

Il tempio è crescita e ogni Neter ha il proprio tempo:

Maat fissa l’anima in 40 giorni,

Osiride in 7 mesi di luna,

Horo in 7 mesi di sole.

Trascrivi questi numeri in cubiti, dita, pollici e in diametri, col segreto delle misure,

poi delimita la casa del Neter.

Così l’idea indistruttibile prenderà forma nella materia transitoria.”

” Si apriranno e si chiuderanno le corolle delle colonne secondo la natura dei mesi […] dei Neter, dall’ingresso al naos; si sceglieranno le pietre in questo spirito […] così si costruirà il tempio indistruttibile”.

” Poi si deve tracciare intorno la cinta, la collana di fuoco perché allontana il nemico della vita”;

” […] Il tempio deve essere come un libro, se non avesse nulla da insegnare non sarebbe che una cosa per uomini, invece di essere la casa di Dio”.

” Si deve far risalire l’idea dal suolo agli architravi, dalla terra al cielo, dove sono scritte le leggi.

Si devono far risalire verso Dio gli dei, come il sole attira a sé il fiore della pianta”.

(Dal discorso tra il maestro dell’opera e un suo discepolo, R.A. Schwaller de Lubicz, Il tempio dell’Uomo, vol. 2, Roma 2001, pag. 3)

La costruzione dei templi faraonici avveniva sempre per aggiunte, per tappe, tali da lasciare un punto di aggancio alle costruzioni successive, che presupponevano un piano d’insieme fin dall’inizio. Il tempio si presentava come un insegnamento globale, e ogni edificio sacro come un capitolo o un tema particolare.  E’ certo che anche i due templi dedicati ad Amon presentavano le stesse caratteristiche, gli stessi insegnamenti nonostante si fossero sviluppati secondo diverse fasi evolutive: l’ accrescimento del tempio di Karnak è avvenuto dall’interno verso l’esterno, intorno al santuario del Medio Regno, cuore del futuro tempio, a cui nella XII dinastia furono aggiunte le opere monumentali del santuario di festa sed e il grande colonnato amonico simile a quello di Luxor e che, nella XVIII dinastia risultava già costituito da cinte successive; quello di Luxor è avvenuto in lunghezza, cercando di far corrispondere le proporzioni del tempio a quelle del corpo umano, dalla nascita al suo completo sviluppo.

Ma di questo parleremo la prossima volta.

 

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3 pensieri su “L’”ordine universale” nella configurazione della divinità a Tebe – 2° parte

  1. Appassionato di storia, lettore di ricostruzioni storiche di eventi nel passato non può non gradire questo tuo excursus nel mondo degli egizi con riferimenti a come si svolgevano le creimonie religiose e sulla costruzione dei templi.
    Ho molto apprezzato chiarezza e immagini per una lettura piacevole e rilassante.

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