Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “dicembre, 2013”

“Cammino” verso il paradiso. Sofferenza e redenzione dalla meditazione sul sacrificio di Cristo.

Inizia da qui

” Peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della sua patria; in modo stretto non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di Sa’ Iacopo o riede. E’ però da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamasi palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepoltura di Sa’ Iacopo fue più lontana della sua patria che d’ alcuno altro apostolo; chiamansi romei quanti vanno a Roma”.

Così scriveva Dante nella “Vita Nova”, tracciando un preciso quadro d’insieme delle cosiddette “peregrinationes maiores”.

Nella tradizione medievale il pellegrinaggio ai luoghi santi era un’ esperienza mistica necessaria. I cristiani, cercarono la salvezza della propria anima, trovando nel viaggio la speranza di redenzione e di guarigione dalle sofferenze terrene, “una terapia quasi obbligatoria” , un mezzo privilegiato per conquistarsi il Paradiso.

Una leggenda del 44 d.C. raccontava che l’apostolo Giacomo ritornò a Gerusalemme, dopo aver evangelizzato la Spagna. In questo periodo in Palestina, i cristiani venivano perseguitati e Giacomo, che rifiutò di rinnegare la propria fede, venne decapitato. I suoi discepoli misero le sue spoglie in una barca che affidarono al mare. La barca attraversò tutto il Mediterraneo, passò lo stretto di Gibilterra e procedette lungo le coste della penisola Iberica, arenandosi in Galizia. Sette fedeli accompagnarono il corpo dell’apostolo e già, durante il viaggio, si compì un primo miracolo: il corpo si riunì al capo. Poco dopo, mentre la barca del Santo si avvicinava alla costa spagnola, emerse dalle acque, sano e salvo, ma col corpo interamente incrostato di conchiglie, un giovane che era stato sbalzato da un cavallo imbizzarrito qualche giorno prima e che ormai si credeva annegato. Quando la nave approdò in una località chiamata La Corüna, le popolazioni locali attribuirono la resurrezione del giovane all’intervento di Giacomo. La salma dell’apostolo fu sepolta poco lontano, in un campo sotto una croce. Il luogo della sepoltura rimase segreto per tutto il tempo in cui gli invasori, prima i Visigoti, poi gli Arabi, occuparono la Spagna. Solo nel X secolo alcuni pastori notarono una stella isolata e molto splendente che brillava sopra un altopiano deserto. Corsero nella città vicina e avvertirono il vescovo che ordinò gli scavi: si scoprì così la tomba di San Giacomo. Attorno al santuario, nato per proteggerla, sorse ben presto una città. Il “Campo della stella”, in latino campus stellae, che le diede il nome.

Nonostante ci si riferisca al “Camino de Santiago” come ad un preciso percorso (il celebre alchimista francese Fulcanelli afferma: “Il cammino di San Giacomo, viene anche detto Via Lattea. I mitologisti greci ci dicono che gli dei seguivano questa via per andare al palazzo di Zeus ed anche gli eroi la seguivano per entrare nell’Olimpo. Il sentiero di San Giacomo è la strada stellata accessibile agli eletti, ai mortali valorosi, sapienti e perseveranti”), vi erano diverse strade che, partendo dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo conducevano in Galizia. Ciascuna di esse vantava una storia ricca di eventi, ma quella più conosciuta e frequentata iniziava nella Francia sud-occidentale, attraversava tutte le province settentrionali spagnole, fino a Santiago. Per ricostruire tappa per tappa il cammino che i pellegrini percorrevano alla volta del santuario di San Giacomo si fa spesso riferimento ad una fonte preziosissima, un testo scritto nella prima metà del XII secolo probabilmente da un chierico francese, Almerico Picaud, con l’appoggio dell’ordine di Cluny: la “Guida del Pellegrino”. L’autore medioevale descriveva in essa gli itinerari che, attraversando la Francia ed il Nord della Spagna, convergevano nella Cattedrale di Santiago, fornendo tutte le informazioni necessarie per affrontare il viaggio e per visitare, sul percorso, i principali Santuari. La sua lettura permette di determinare l’esatto itinerario del cammino medioevale ancora oggi in gran parte ripercorribile: “Ci sono quattro strade che portano a San Giacomo e si riuniscono in una sola a Puente la Reina, in territorio spagnolo; una passa per Saint Gilles du Gard, Montpellier, Toulouse e il Passo di Somport; una per Notre Dame de Puy, Conques, Moissac; un’altra per S. Marie Madeleine di Vezelay, Limonge, Perigeux; un’altra ancora per San Martin di Tours, Poitiers, Angely, Saintes, Bordeaux”.

santiago

Il “Caminos de Europa” mappa per giungere a Santiago de Compostela con allegata l’orazione del pellegrino.

La Rotta Giacobea nei suoi tratti francese, inglese e del Nord finiva entrando nella Cattedrale dalla facciata del Paradiso, attuale Azabachería, mentre quelle dal Sud, Via dell’Argento e Rotta Portoghese, giungevano alla facciata di Platerías. In ogni Anno Giubilare Compostelano tutte le rotte confluivano in piazza della Quintana. E’ questo il posto in cui ai pellegrini si apriva la Porta Santa o Porta dei Perdoni, che li portava direttamente alla navata della Cattedrale e all’abside, molto vicina alla tomba dell’Apostolo.

Itinerari principali

Itinerari principali.

Mentre il suo culto cresceva, l’Apostolo Giacomo era visto non solo come il Santo protettore della Spagna ma anche come il difensore della cristianità contro la minaccia degli infedeli. Un pellegrinaggio locale al reliquiario si registrava già nell’844 a seguito della cacciata dei Mori (una leggenda vuole che San Giacomo, durante la battaglia tra l’esercito cristiano e i Mori, apparve trionfalmente su un cavallo bianco su cui spiccava una croce rossa, e portò il suo esercito alla vittoria. Questa prodigiosa impresa gli valse l’appellativo di “Santiago Matamoros”, cioè San Giacomo ammazzamori), ma solo a partire dall’XI secolo che i fedeli si radunavano da tutta Europa intorno al santuario “in numero tale, che le strade sono affollate da tanta gente come il cielo di stelle”. Al mantello o al cappello il pellegrino soleva fissare dei distintivi quali la conchiglia, per comprovare in qualche modo la propria identità. Tale era infatti, l’abbigliamento tipico del pellegrino medioevale che, prima di partire, partecipava ad un vero e proprio rito di vestizione: gli indumenti (un mantello di tessuto ruvido, il cappello, la bisaccia, il bastone) venivano solennemente benedetti davanti all’altare prima di essergli consegnati. Alla fine del rito il pellegrino poteva mettersi in marcia percorrendo giornalmente, 30, 40 chilometri in pianura e 20, 30 in zone montuose o particolarmente difficili:

“Qui ho lasciato il mio bastone da viaggio,

qui riposo da una lunga strada.

Là si conclude il mio pellegrinaggio;

dormo tranquillo, senz’ansia del domani.”

Secondo alcuni studiosi, la conchiglia può essere considerata l’emblema del nostro corpo materiale, che contiene l’anima, rappresentata dall’organismo del mollusco. Come, il corpo diviene inerte quando l’anima se ne separa, così la conchiglia diviene incapace di muoversi quando si separa dalla parte animica. Nell’antichità il mollusco che faceva da supporto a questo simbolismo era l’ostrica comune, che fu considerata soprattutto dai greci come la perfetta rappresentazione di questo significato. Platone nel suo Fedro affermava “il mollusco non può separarsi dalla sua tunica ostrica senza morirne.” La conchiglia rappresentò anche la resurrezione e tutte le rappresentazioni associate alla resurrezione in vita o alla salvezza nel regno celeste.

Santiago divenne uno dei centri più importanti della cristianità, la terza città santa dopo Gerusalemme e Roma, e per il grande afflusso dei fedeli, che vi giungevano, si rese necessario costruire o ricostruire chiese nei maggiori luoghi di sosta e predisporre sistemazioni per la notte e attrezzature e servizi per le pratiche religiose, con alberghi ogni 30 km. Le chiese e le immagini sacre, lungo il cammino, indicavano la via e suggerivano soste di preghiera, mentre luoghi di ospitalità, sorgevano in corrispondenza di valichi, passi, fiumi, zone paludose. 

Da questo punto, (Parigi: rue St.-Jacques, numero 1) la maggior parte dei pellegrini iniziavano il loro viaggio.

Da questo punto, (Parigi: rue St.-Jacques, numero 1) la maggior parte dei pellegrini iniziavano il loro viaggio.

La “Giuda del Pellegrino” raccontava, infatti, che gli “ospizi sono stati collocati nei posti dove ce n’era più bisogno. Sono posti santi, case di Dio stesso, fatte per il conforto dei pellegrini, il sostegno dei bisognosi, l’assistenza dei vivi e la salvazione dei morti […]”. La chiesa di pellegrinaggio era concepita come monumento commemorativo di una vita, un mausoleo, una presenza e un esempio. Per svolgere nel migliore dei modi il suo ruolo, il santuario doveva soddisfare condizioni diverse, quali l’essere un luogo di culto e di protezione e l’accogliere i raduni delle folle, nelle ricorrenze particolari.

Il problema non fu risolto facilmente e si diede luogo a soluzioni anche molto diverse, mentre la pratica del pellegrinaggio si espandeva nel corso dei secoli. Il deambulatorio soppiantò le “strutture ad angoli retti”, meno adatte alla circolazione e alle processioni. La pianta a coro a deambulatorio con absidiole radiali a pianta semicircolare diventò lo schema preferito e Santiago ne rappresentò il prototipo.

Pianta della basilica di Santiago.

Pianta della basilica di Santiago.

Inoltre quella di Santiago è sorta sopra resti di templi di epoche e culti precedenti, come quasi la maggior parte delle chiese medievali, in cui gli scavi archeologici hanno messo in luce antichi “pozzi sacri”(ricordiamo, per esempio, il pozzo dei “Santi Forti” nella cattedrale di Chartres.), grotte o strutture megalitiche. Studi recenti del sottosuolo hanno rivelato non solo i resti dell’antica cattedrale di Compostela, distrutta dai Mori, ma anche quelli di un tempio romano e di un più antico pozzo celtico. E’ dunque ipotizzabile che il sito fosse noto alla cultura celtica come un luogo di risalita di una potente corrente di energia vitale della terra1 e che il Cammino della Stella diventasse una vera e propria esperienza iniziatica, costellata da enormi prove e difficoltà da superare, rappresentate dai sette “porti di montagna” che si dovevano attraversare per conquistare l’ambita meta.

Commenta Fulcanelli: “ Il nostro viaggiatore ha camminato a lungo; eppure il suo sorriso esprime a sufficienza, quanto sia felice […] di aver compiuto il suo voto. Perché la sua bisaccia vuota e il bastone da pellegrino […], indicano che […] non si deve preoccupare, ormai, né del bere, né del mangiare. Inoltre la conchiglia fissata al cappello […] prova che egli ritorna […] da Compostela.”

1 Nel libro di Paola Giovetti, I luoghi di forza, Roma 2002 si parla della concentrazione e radiazione dell’energia della terra, oggetto di studio della “Scienza geomantica”. Secondo le ricerche, la terra è percorsa da acque sotterranee e correnti magnetiche che emanano vibrazioni, il cui campo di radiazione non è omogeneo a causa di acque sotterranee che talvolta si incrociano o per la presenza di zone di diversa composizione geologica, acque stagnanti, anomalie del campo magnetico della terra, presenza di minerali o faglie. Negli anni 30 il medico Heidelberg Ernst Hartmann scoprì l’esistenza del reticolato di pareti energetiche di elettromagnetismo, che ha origine al centro della terra e arriva fino a 1500 metri di altezza. I lati del reticolo misurano circa 2 metri in direzione nord-sud e due e mezzo in direzione est-ovest. Dove le pareti si incrociano si forma un nodo di energia molto forte che può risultare dannoso per l’organismo. Le fasce verticali che costituiscono la rete misurano 21 centimetri e si orientano secondo i poli magnetici. Gli antichi conoscevano queste influenze della terra che chiamavano Genius loci e prima di edificare o stanziarsi in un luogo esaminavano il comportamento degli animali. Stonehenge, le cattedrali gotiche e quasi tutti i luoghi di culto storici e preistorici giacciono su linee energetiche, le cosiddette Ley-lines, che li collegano ad altri siti. Le pietre sorte su tali linee ne potenziano l’energia. Purner, un architetto di fama mondiale che intraprese le ricerche in tutta Europa negli anni 80, spiega: “I costruttori ritenevano che le radiazioni terrestri potessero influire sull’atmosfera dei luoghi di culto e sulla sensibilità delle persone, ed edificando in quei luoghi e in quel modo volevano che i sacerdoti superassero se stessi: volevano aiutarli a prendere contatto con la dimensione spirituale. Studiando siti cristiani e non, ho notato che tutti senza eccezione si trovano su corsi d’acqua con particolare concentrazione di energia nella zona dell’altare. Non era quindi il tempio a rendere sacro il posto ma il contrario. L’atmosfera in certi luoghi è in grado di aiutare a prendere contatto con realtà superiori e trascendenti.” Su questa scienza è basata oggi la Bioarchitettura, che ha lo scopo di rendere maggiormente vivibile un appartamento, secondo regole molto semplici, come la corretta posizione di mobili, prese di corrente, elettrodomestici, per donare equilibrio e serenità ai suoi abitanti e migliori condizioni di salute. A parere di Hartmann l’organismo risponde in maniera ben precisa al clima elettromagnetico a cui è esposto. Possono in tal modo verificarsi disturbi subdoli quali nervosismo, insonnia, stanchezza, tachicardia, esaurimento fisico e mentale, mal di testa.
Annunci

L’ armonia e l’amore tra uomo e Dio e tra uomo e uomo (o almeno questo era quello che si voleva ottenere).

Inizia da qui

La fede in un Unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Unità Trinità e nel sacrificio che portò il Figlio alla passione, morte e resurrezione, rappresentò per il credente l’allontanamento definitivo dalle convinzioni pagane e un nuovo modo di concepire la storia dell’umanità, che in questa prospettiva di fede si trasformò nella storia della sua salvezza ad opera del Cristo, secondo il piano provvidenziale del Padre.

Mentre si trovavano a Betlemme, giunse per Maria il tempo di partorire, 

ed essa diede alla luce un figlio, il suo primogenito.

Lo avvolse in fasce e lo mise a dormire nella mangiatoia di una stalla,

perché non avevano trovato altro posto”. (Lc 2,6)

Colui che è “la Parola” è diventato un uomo e ha vissuto in mezzo a noi uomini.

Noi abbiamo contemplato il suo splendore divino.

E’ lo splendore del Figlio unico di Dio Padre pieno di grazia e di verità! […]

Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre,

ce l’ha fatto conoscere”.

Il messaggio cristiano affermava il nuovo rapporto tra Dio e il suo popolo, tra Dio e l’intera umanità. Un Dio diverso da tutti gli dei precedenti e da quello descritto nella tradizione biblica del Vecchio Testamento. Non più un giudice, ma Essenza d’amore, che dà vita alle creature e che le ama tutte indistintamente. I rigidi principi della morale biblica vennero superati ponendo il perdono al di sopra della vendetta, l’amore al di sopra dell’odio e lo spirito al di sopra della carne (per dimostrare che lo spirito era più forte della carne e che il corpo era concepito come un fardello che legava l’uomo alla materialità, si sviluppò il fenomeno del monachesimo, una pratica in cui la perfetta solitudine, la mortificazione della carne portavano alla contemplazione di Dio, ultimo fine di ogni uomo. I Vangeli, infatti, esortavano all’ascesi nel passo: “se vuoi raggiungere la perfezione, vendi tutto ciò che hai e seguimi”. Questo ideale di vita nasce e si sviluppa in Oriente, dove ad esempio, i pascolanti uscivano a giorni alterni per cibarsi dell’erba dei campi, Sant’Antonio, in Egitto, visse in eremitismo in una fortezza abbandonata, San Pacomio, decise di stare in solitudine spirituale e non fisica, dunque in compagnia di altri monaci, ma senza parlare e San Simeone stilita, trascorse la sua vita sul capitello di una colonna, venerato dalla popolazione locale):

Estranei alla crudeltà delle arene, indifferenti a ogni ambizione di potere,

i cristiani seguono soltanto la legge che impone di amare anche i nemici”.

(Tertulliano, Apologetico, II secolo d.C.)

La santità di Cristo, nata dal Padre, faceva scaturire un insieme di strutture “mondane” – chiesa, parole, sacramenti e segni – legate al significato di tale messaggio e di tali misteri, la cui funzione simbolica era strettamente connessa al nuovo concetto di sacro. Nel IV secolo il popolo diede inizio alla sostituzione, interiore e “sentimentale”, delle divinità locali di origine pagana, con i santi. Si unì, alla tradizionale devozione per i defunti, il culto delle reliquie, la pratica del pellegrinaggio nei luoghi più importanti della tradizione cristiana, in cui maggiormente erano presenti le testimonianze della presenza di Gesù e dei Suoi discepoli. Secondo Franco Cardini, autore di un’interessante pubblicazione “Il viaggio in Terrasanta e il <<perdono>>” del 1982, tale pratica era propria della religione giudaica, anche se le sue origini si perdono nel tempo: ricordiamo infatti cosa detto nei post precedenti sulle peregrinazioni del popolo egizio o quelle dei greci. Chi aveva bisogno di grazie e guarigioni anelava a raggiungere Gerusalemme e Roma, incurante del pericolo attraverso sentieri, terre “aspre” e imprevisti, per visitare la Grotta di Betlemme, la basilica sul Golgota oppure quella di San Pietro.
Il viaggio, o meglio ancora, il pellegrinaggio era considerato metafora di vita cristiana. Come il pellegrino, che durante la via era esposto a mille insidie, ritrovava il coraggio di proseguire per raggiungere la meta, così il cristiano, grazie alla fede, ritrovava la forza per rialzarsi dalle piccole e grandi difficoltà quotidiane. L’enigma sempre attuale della Sfinge riguarda l’uomo e il suo camminare, che lo qualifica durante la sua esistenza: da piccolo a quattro zampe, all’età del pieno vigore a due, fino alla vecchiaia in cui è costretto, aiutandosi col bastone a camminare a tre gambe. Cambiando i tempi, i luoghi, i soggetti e le mete, lo scopo del pellegrinare rimane comunque invariato, ed è quello della mortificazione del corpo e dello spirito, fino all’arrivo in cui il fedele si può pienamente rifugiare in Dio.

A Gerusalemme e a Roma venivano conciliate, in modi completamente diversi, le necessità di avere uno spazio di riunione della comunità e la conservazione della memoria dei luoghi santi.

Per esempio la Grotta di Betlemme, edificata da Elena, madre di Costantino era costituita da  una struttura basilicale con una terminazione ottagonale, dalla quale, attraverso, un foro aperto nella volta in pietra della grotta, (decorato con una stella a 14 punte, in memoria delle generazioni che precedettero la nascita di Cristo, cioè 3 volte 14), si osservava la Mangiatoia.

Basilica della natività, pianta.

Basilica della natività, pianta.

Betlemme, Grotta della Nativita’: la stella indica il luogo dove, secondo la tradizione, e’ nato Gesù.

La basilica sul Golgota sorse invece vicino al sepolcro di Gesù, uno dei tanti vani funerari tipici ebraici, scavati in una parete rocciosa. Propilei, atrio, basilica, corte a portici portavano a quello che doveva essere l’elemento culminante del complesso: il colle della crocifissione ed il sepolcro.

Pianta della basilica del Santo Sepolcro.

E infine, la basilica costantiniana di San Pietro a Roma era concepita come il luogo di sepoltura dell’apostolo Pietro e manteneva la tradizione ebraica e romana di aula per banchetti funerari.

Pianta della basilica costantiniana di San Pietro.

La derivazione della basilica cristiana, secondo le parole di Leon Battista Alberti, sembra potersi ritrovare appunto nella basilica tardo-romana, dalla quale anche il Krautheimer sembra volerla far provenire, tenendo conto delle dovute differenze e varianti (quella che era chiamata comunemente basilica dai Romani aveva funzione di luogo d’incontro: era solitamente a pianta rettangolare, con l’ingresso su uno dei lati lunghi e con più absidi), seppur notando la sua scarsa fissità tipologica. Gli architetti di Costantino integrarono la tipologia romana già nota alle particolarità richieste dal nuovo culto cristiano: navate esterne al corpo della chiesa, ingresso sul lato corto, un’abside, divenuta unica, sul lato opposto all’entrata per ottenere un’asse longitudinale dominante e una tendenza ad avanzare verso l’altare, sostenuta dalla convergenza di tutte le linee orizzontali.

Il santuario di Pietro era volto a Occidente, anziché a Oriente, per conservare la disposizione dell’edicola dedicata alla “Memoria Petri”,  come punto verso cui tendeva a fissarsi lo sguardo di chi vi entrava. Secondo il Krautheimer, non potendo l’abside, sotto il cui arco si trovava il monumento celebrativo, essere immediatamente a contatto con il corpo della chiesa, e dovendo creare un’area di transito per il raccoglimento necessario a rivolgere lo sguardo alle reliquie, si ebbe l’esigenza di aggiungere al corpo longitudinale della chiesa una struttura trasversale, il transetto, divenuto poi  elemento indispensabile nella storia dell’architettura ecclesiastica.

Con Costantino l’idea di credere a un Dio degli umili, il Salvatore, non sembrò sufficiente a rappresentare Quello che egli vedeva come l’Imperatore dei Cieli. Sappiamo comunque che Costantino si convertì solo sul punto di morte al Cristianesimo e che in realtà egli seppe servirsi della nuova religione a scopi prettamente politici per assicurarsi il potere sulla chiesa.

Lo splendore e la potenza di Dio furono così immaginati e rappresentati nelle funzioni religiose secondo schemi visivi associati all’imperatore, alla sua corte, al suo Senato. Il Cristianesimo raggiunse la più alta posizione politica e sociale e la liturgia della messa si diffuse in tutto l’impero con un rituale rigido e solenne, che si trasformò, secondo il pensiero del Krautheimer, in un cerimoniale che si compiva davanti a Dio o al suo rappresentante, il vescovo. “Questi entrava in chiesa in processione solenne preceduto da insegne, candele e libro. All’inizio della funzione, il vescovo e il clero effettuavano il loro cerimoniale d’ingresso in chiesa e, il rito dell’offerta, alla fine della messa dei catecumeni, si trasformò in una processione solenne di tutta la comunità che deponeva le sue offerte sull’altare, che diventò un elemento stabile” .

“Si è potuto scorgere nella nuova religione uno stretto rapporto tra liturgia e architettura, il cui dialogo servì a concepire spazi funzionalmente e simbolicamente coerenti con le azioni liturgiche”. Infatti è utile ricordare la separazione dei luoghi sacri dai profani, degli spazi destinati al clero da quelli riservati ai fedeli. Questi erano inoltre distinti in credenti veri e propri, cioè coloro che avevano abbracciato la fede cristiana dopo un cammino di redenzione sancito dal battesimo, e i catecumeni, che non essendo ancora stati battezzati, non potevano assistere all’intera funzione e più precisamente ad essi non era consentita la partecipazione alla liturgia eucaristica. Essi venivano relegati nelle navate minori se erano munite di tendaggi per coprire la vista del cerimoniale, o in stanze separate oppure, nella maggior parte delle chiese, all’ingresso nella zona chiamata nartece.

La grande varietà di disposizione degli spazi ecclesiali, nella prima architettura cristiana, non ha compromesso i suoi caratteri universali, anzi ha dimostrato un’espressione culturale non rigidamente canonizzata, ma sperimentata con vivacità lungo tutto il corso dei primi tre secoli, dando modo di assistere anche ad una grande varietà liturgica.

 

Possesso

Ti tengo

in ostaggio dentro la mia mente

incastrato sotto pelle

inchiodato ai miei ricordi

Ti tengo

nei sensi unici delle mie vene

nei labirinti delle notti insonni

nel buio pesto dei miei pensieri.

Sei ovunque senza esserci

che dimentico chi sono

che confondo le parole

che trascino questo corpo

a finire il giorno senza scopo.

Tu

vittima o carnefice?

Intimità ed esclusione nelle dimore della divinità: il santuario segreto e la cella “protetta”.

Inizia da qui

Nei templi delle origini, fino a quelli greci, si sentì sempre l’esigenza di precludere al comune fedele le aree più sacre e interne del tempio, dove veniva collocata l’immagine divina. Questo occultamento dei simulacri da occhi profani veniva ottenuto non solo escludendone la vista, ma creando intorno una struttura di “involucri” architettonici di protezione. Abbiamo precedentemente visto l’esempio della cella segreta egizia. Sia a Karnak che a Luxor, essa sorgeva nel punto più intimo e nascosto del tempio, “filtrato”, nell’Apet del Nord, dalle cinte murarie aggiunte al santuario del Medio Regno e, nell’Apet del Sud, dal susseguirsi dei cortili. Verso il sacello della divinità, a Karnak, lo spazio diventava angusto e buio. Dentro al tabernacolo, nell’oscurità, al faraone o al primo sacerdote si presentava la statua lignea della divinità, di piccole dimensioni. Il fedele, dunque, si accontentava, dal canto suo, di seguire il dio, senza poterlo vedere, durante la celebrazione delle feste più importanti, lungo il perimetro del tempio o percorrendo le vie processionali.

In Mesopotamia la situazione non era molto diversa. Prima del III millennio il popolo aveva libero accesso al tempio e poteva stare al cospetto del dio. Giedion afferma infatti: “la vita in questi templi deve essere immaginata in un libero muoversi attraverso di essi. C’era un continuo andirivieni, a differenza […] dei successivi templi accadiano-babilonesi che […] erano costruiti come fortezze con un unico ingresso.

All’inizio dell’età storica, dunque, la cella, inizialmente collocata in un luogo accessibile a tutti attraverso varie porte, fu allontanata dal popolo mediante l’aggiunta di gradini o di piattaforme sopraelevate. I tanti accessi furono sostituiti da uno solo nell’angolo più remoto della cella, munita di anticella e cortile interno, ad aumentare il distacco fra il fedele e il dio, che rimaneva nella penombra o nella totale oscurità.  Per esempio, nel tempio dedicato, nel VI secolo a.C., alla dea Ninmah (la Grande Madre), situato tra la porta di Ishtar e il palazzo, era necessario attraversare numerose porte e vestiboli prima di entrare nel cortile interno. La cella, contenente il simulacro della dea,  era successiva ad un altro ambiente e posta ad un livello più alto: “è probabile che i profani non fossero autorizzati a penetrare oltre tale anticamera. L’accesso alla cella era reso appositamente difficoltoso da una quinta che sporgeva quasi quanto la porta”. 

Anche nel tempio di Marduk, il dio babilonese dell’universo, si può notare un voluto distacco tra sacro e profano, tra fedele e dio. La costruzione era composta da una ziqqurat per le offerte e da un tempio contenente la statua celeste. L’insieme era separato dal resto della città tramite cinte murarie, che evidentemente avevano valore di simbolo ed annuncio della presenza divina. La cella del tempio all’interno della ziqqurat rappresentava un legame tra cielo e terra, collegando la totalità dell’edificio all’idea della “montagna sacra”, che segnava il centro del mondo e che da esso doveva rimanere protetta.

Pianta del complesso urbano secondo Unger, Babylon, Tav.2

Pianta del complesso urbano secondo Unger, Babilonia, tavola 2.

Rispetto alla concezione egizia e mesopotamica della divinità, la religione greca e la sua architettura si mossero in direzioni diverse, mantenendo però la medesima preclusione della cella al credente. Alle origini, lo spazio interno, crepuscolare e ristretto ancora dalle colonne,  non era grande più di quanto servisse per contenere l’immagine del culto e accessibile solo agli addetti responsabili del dio. Riunioni, sacrifici, preghiere e tutto quello a cui prendeva parte la comunità aveva luogo all’aperto intorno al tempio. La divinità greca era concepita semplicemente come un’umanità ideale a cui il popolo si rivolgeva con ammirazione più che con devozione. Dunque il fulcro della costruzione diventava così, per il fedele, il porticato e lo spazio anteriore al tempio e non più la cella chiusa. Da qui, il rapporto antitetico tra la cella e il colonnato, “nucleo chiuso e squadrato e corona di colonne chiara e trasparente: corpo e veste, centro statico e danza ritmica”. Il fedele non aveva bisogno di contemplare l’immagine divina, poiché poteva ammirarne i doni e le opere nel mondo che lo circondava. Al simulacro della divinità veniva ugualmente attribuita una grande importanza, come simbolo e cuore del tempio.

Ma è durante l’età classica che essa, non essendo più una piccola raffigurazione nascosta nell’oscurità, divenne, un colossale segno di potenza, superiorità e perfezione, fino alla monumentalità di Olimpia e di Atene. 

Tempio di Olimpia, pianta.

Ricostruzione della statua di Zeus Olimpico, modello realizzato da Creative Studios of Sawyer's Inc., Portland, Oregon.

Ricostruzione della statua di Zeus Olimpico, modello realizzato da Creative Studios of Sawyer’s Inc., Portland, Oregon.

Pianta del Partenone, Atene.

Partenone, interno, ricostruzione.

All’interno della cella del Partenone, per esempio la statua era circondata da due ordini sovrapposti di colonne doriche, che sezionavano lo spazio in tre navate, comunque inaccessibile, e lo limitavano verso la parete di fondo, esaltando la maestosità della dea.

Possiamo fare ancora un’ultima considerazione. Se in Grecia viveva lo splendore della divinità nella natura, nell’ara posta ai piedi degli edifici sacri, nei giochi e nelle processioni e “l’immagine celeste” non aveva bisogno di protezione più di quanto non ne offrissero le mura della cella e la peristasi, in Occidente, dove predominavano i culti ctoni, il fedele appariva invece oppresso da oscure credenze, legate a divinità infere, demoni e situazioni terrorizzanti. La cella risentiva di queste sensazioni divenendo una camera ancora più inaccessibile e oscura, idonea all’occultismo, alla rievocazione delle imprese divine mentre le immagini sacre venivano serrate nell’adyton, che non era il centro del tempio ma la zona più interna, accessibile solamente attraverso faticose e segrete vie.

Etor e la lucciola spenta.

Amici, posto un brano scritto poco tempo fa per un concorso, che prevedeva di scrivere un racconto per bambini, in particolare per tutti i bambini che dall’Africa giungono in Italia con la speranza di trovare un mondo migliore. Se scelto dalla giuria, il racconto veniva illustrato da un noto nome del campo e pubblicato. Non c’erano in palio premi in denaro in quanto lo scopo era di tipo benefico: cioè cercare di costruire una biblioteca a Lampedusa, con i proventi delle vendite. La pubblicazione prevedeva due versioni: una classica con testo e figure e un’altra con le sole figure, per essere compreso anche da coloro che non conoscono la nostra lingua. Purtroppo e per fortuna, avevamo dei vincoli: lungo non più di due fogli A4, con interlinea e carattere prestabiliti. Dunque in alcune parti sono stata costretta a fare delle scelte e a tagliare alcune sfumature tipiche del mio stile (io direi anche che, più che sfumature, s0no prolissità, ma vabbè, ognuno ha le sue pecche). In ogni caso e dopo queste lunghe premesse, mettetevi il cuore in pace perchè non ho vinto…. eh pazienza, non si può sempre essere in prima linea e questo contribuisce a tener bassa la mia autostima :D… Dunque a questo punto…chi vuole cimentarsi con la lettura, faccia pure. Comprenderò, invece, chi chiuderà violentemente la pagina del post, insultandomi con frasi turche e irripetibili… 😀

Etor e la lucciola spenta.

In cielo c’erano tante stelle. Le più giocherellone facevano capolino dalle nuvole soffici per prendere in giro la luna piena, che gettava i suoi raggi sulla campagna circostante, illuminandola quasi a giorno. Era una sera di mezza estate, l’aria era afosa e non tirava un filo di vento. I grilli e le cicale si erano date appuntamento sui prati per la gara di canto, mentre nello stagno vicino, le libellule si fermavano a mezz’aria e le ranocchie si accoccolavano su qualche foglia di ninfea per non perdersi lo spettacolo. Etor, nella sua cameretta, cullato dai rumori della natura che entravano dalla finestra aperta alla sinistra del suo letto, si stava quasi addormentando, fantasticando sul mondo in miniatura che lo circondava: le instancabili formiche, le api laboriose, le coccinelle vanitose, i pazienti bruchi e le variopinte farfalle. Pensò che, dal suo aeroplanino, quel mondo era invisibile, sia per le dimensioni dei suoi abitanti, sia perché, quando voli, il tuo naso è sempre all’insù a controllare la rotta e le sfumature cangianti del cielo. Proprio quando stava per chiudere gli occhi, vide un bagliore provenire dal suo medaglione, appoggiato sul comò di fronte. Si alzò e si diresse verso la luce: sapeva che quello era il segnale per l’inizio di una nuova avventura. Si infilò la tuta da viaggio, indossò il caschetto e mise in spalla il suo inseparabile zaino. Uscì dalla finestra stando attento a non inciampare nella tenda. Appena fuori, ben nascosto tra la catasta di legna per l’inverno, lo aspettava il fedele compagno di viaggio: Glider, il suo aeroplanino. Lo mise in moto e in un batter d’occhio si ritrovò a volteggiare tra le nuvole, dimenticandosi di tutto. Ad un tratto, il piccolo aereo iniziò a fare degli strani rumori… trot, trot, puf, puf, brrpppp, tum, baf! Etor iniziò a sobbalzare al ritmo di quel frastuono, prima di perdere quota e di precipitare velocemente verso il basso. Con un certo sangue freddo, tenne le mani ben salde sulla cloche e accompagnò Glider in quella folle corsa, finché non riuscì a fargli compiere un atterraggio di fortuna nel bel mezzo di un bosco. Incredibilmente era andato tutto bene, anche se rimaneva da capire cosa fosse successo, ma soprattutto, come far ripartire l’aereo. La bellissima luna era ancora appesa in cielo, ma all’interno del bosco il buio era molto fitto, poiché le chiome degli alberi sembravano essersi piegate per impedire alla luce di filtrare. Etor non aveva intenzione di passare la notte in quel posto scuro, così decise di tirare fuori tutto il suo coraggio e di uscire da Glider per aggiustarlo. Mentre era intento ad ispezionare il motore, con la testa completamente immersa all’interno del cofano, sentì dietro le sue spalle dei ronzii che lo fecero rabbrividire. Con molta cautela si guardò intorno ad occhi sbarrati, prima a destra, poi a sinistra. Quando si voltò di nuovo a destra, sussultò per lo spavento e la meraviglia. “Ciao!” disse una vocina all’altezza della sua spalla “Cosa guardi?”. Etor faticò a credere ai suoi occhi e rimase per un attimo senza rispondere. “Non sai parlare? Non hai la lingua?” disse la vocina. “Ehm no, cioè sì che ce l’ho, è che non mi aspettavo nessuno! Mi chiamo Etor. E tu chi sei?”. “Fiuuuu, pensavo di essermi imbattuto in un mostro…Etor, che nome buffo! Io sono Spark, la lucciola più importante del bosco.” “Una lucciola? Non dovresti essere luminosa? Tu sei… come dire, buia!” disse Etor. “Spenta, sono semplicemente spenta!” rispose la vocina un po’ irritata. “E da quando le lucciole si possono spegnere?” domandò Etor. “Da quando l’ho deciso io” disse Spark “e poi non sono affari tuoi, Erold, Estot… o come ti chiami!”. “Mi chiamo Etor… hai ragione, non sono affari miei, ma non volevo prenderti in giro, ero curioso perché non ho mai visto una lucciola così. Non te la prendere. Amici?” “Ok, amici! È che purtroppo tutti mi prendono in giro, così ho deciso di non accendermi più.” “ Capisco…” disse Etor, “ ma sei davvero la lucciola più importante del bosco?” “In realtà sono una comunissima lucciola, che va a sbattere sugli steli dei fiori perché senza luce non ci vedo bene e a volte mi perdo e devo aspettare l’alba per ritrovare la strada di casa.” “Ma quando sei solo, perché non ti accendi? E perché ti prendono in giro? ” chiese Etor . “Vedi” disse Spark “…Io non sono come le altre che emettono una luce bianca e si spengono quando vogliono. La mia luce cambia colore a seconda di ciò che provo e si spegne quando il mio stato d’animo si estingue. La mia luce è bianca solo se sono tranquillo. Invece quando sono agitato diventa gialla, se sono innamorato diventa rossa, se malinconico blu, grigio se mi annoio e viola quando sono arrabbiato. Sono un libro aperto e basta guardarmi per scoprire le mie sensazioni e deridermi.”. “Beh sì, è un vero problema… come negarlo!” disse Etor. “Beh anche tu mi sembra che hai un problema! Cos’è quella cosa?”. “Questa? Non è una cosa, è Glider, il mio aeroplano, l’amico con cui condivido molte esperienze. Purtroppo non va, ma non riesco a capire perché, con questo buio poi…”. Etor guardò per un attimo Glider e subito dopo Spark e nella sua testolina prese forma un’idea tanto semplice quanto efficace. “Ehi Spark, sono sicuro che solo tu sei in grado di aiutarmi.” “Ah sì e come?” disse. “Con la tua luce!!!” affermò Etor raggiante. Spark ci pensò un po’ su. Non aveva voglia di rimettersi in gioco, ma quel bambino gli aveva fatto simpatia e si convinse che non c’era niente di male nel brillare un’ultima volta e per di più per una giusta causa: aiutare un amico. “Ok!” disse sfoggiando il suo più bel sorriso. Etor g li indicò il punto da illuminare e subito frugò all’interno dello zainetto, mentre Spark, chiudendo gli occhi, si concentrò per ottenere una luce perfetta. Quando Etor alzò la testa rimase abbagliato dalla luce che si sprigionava dal corpo di Spark. Il suo amico si era così tanto impegnato da non accorgersi di ciò che stava compiendo. “Ooooohhh, che meraviglia!!!!” furono le parole che uscirono dalla bocca di Etor. Spark stava emettendo tutte insieme le gradazioni di colore, come un arcobaleno brillante e molto luminoso. “Hai dei colori bellissimi, Spark! Wow! Mai vista una luce così!!!” “Davvero?!? Non sono ridicolo?” “Ridicolo? Noooo, sei semplicemente super!!!”. “Super?” “Sì, super!!!!” gridò Etor. Per la contentezza Spark si mise a fare capriole in aria, lasciando dietro di sé la sua sfavillante scia, poi si fermò di colpo, si rabbuiò e, spremendo con fermezza il suo pancino, si riaccese ancora più splendente. Era uno spettacolo vederlo così. Non sembrava neanche più la lucciola triste e insicura di pochi minuti prima. Si avvicinò alla spalla di Etor col fiato corto e disse “Ti devo dire una cosa.” La sua luce divenne arancione carico. “Grazie amico mio, mi hai fatto rinascere! Ero diventato musone, sempre triste e arrabbiato, avevo perso la fiducia nella bontà degli altri e in me stesso e mi trascinavo in giro lamentandomi di tutto, senza reagire. Mi vergognavo, ma non dei miei colori…sì forse all’inizio la vergogna era per quella diversità …ma poi era diventata una scusa per nascondere ciò che mi faceva vergognare di più: l’aver deciso di non aiutare gli altri per orgoglio ed egoismo. E poi arrivi tu e mi fai compiere questo prodigio. Tu mi hai accolto come un amico e mi hai trattato bene, mentre io ti ho trattato come non meritavi… ecco grazie! Hai avuto fiducia nelle mie capacità e nella mia particolarità . Mi hai reso ricco, ricco di diversità! Adesso non mi vergogno più, ho capito che il mio modo di essere è un dono e non un difetto. Ritornerò ad accendermi senza paura di ciò che pensano le altre. ” “ Non ringraziarmi Spark, noi siamo amici!”. Etor sorrise e accolse all’interno delle sue mani il piccolo amico, diventato verde in segno di dolcezza. “E adesso all’operaaaa!!!!” gridò Spark. Fece un balzo all’indietro e illuminò tutto felice il motore di Glider, mentre Etor con un cacciavite armeggiava al suo interno. Alle prime luci dell’alba i due amici stanchi rimisero in moto l’aeroplano, che era tornato come nuovo. Si salutarono calorosamente e si promisero di rivedersi presto. Etor spiccò il volo rallegrandosi per l’aria fresca del mattino. Guardò i giochi di luce del sole attraverso i suoi occhialini da aviatore e pensò al suo amico Spark e al suo essere un po’ speciale come lui e si ricordò della frase più bella che avesse mai sentito pronunciare: “ricco di diversità”.

L’ ”ordine universale” nella configurazione della divinità a Tebe – 3° parte

Inizia da qui

Luxor e Karnak, come affermato nel post precedente, rappresentavano i maggiori templi, concepiti come santuari veri e propri, l’uno la conseguenza e la prosecuzione dell’altro.

Per quanto riguarda Luxor, è stato possibile individuare quattro fasi costruttive.

La prima fase era costituita dal tempio coperto, che era suddiviso in due parti diseguali, la più lunga delle quali, verso Sud racchiudeva i santuari segreti, mentre la più corta, a Nord, comprendeva la sala ipostila, il cui tetto era sorretto da 2 volte 16 colonne. Le proporzioni di questo primo stadio evolutivo, secondo la teoria dell’ingegnere Schwaller de Lubicz, corrispondeva al bambino alla nascita. La successiva costruzione di Amenhotep III fu caratterizzata dall’aggiunta al tempio coperto di un cortile peristilio quadrato più largo del primo edificio, circondato da un portico costituito da una doppia fila di 64  colonne. Durante  la costruzione egli soppresse la lunga rampa che, prima di questo sviluppo, conduceva al santuario, segnando così la crescita del tempio, che corrispondeva in questa fase a un bambino di 6-7 anni, decretando la fine dell’infanzia. Nella terza fase di costruzione di Amenhotep III, al cortile peristilio si aggiunse, questa volta costruito in lunghezza, il grande colonnato di Amon, la navata, che comprendeva una doppia fila di 7 colonne, con capitelli a corolle sbocciate. Questo doveva ricordare il periodo della brusca crescita degli arti inferiori (12-13 anni). Infine, il periodo ramesside continuò la costruzione del tempio, in larghezza, con l’aggiunta del cortile, fortemente spostato rispetto all’asse, affiancato sui quattro lati da una doppia fila di 74 colonne. Questa ultima fase rappresentava l’età adulta.

luxor

CRESCITA DEL TEMPIO: Fasi di trasformazioni della pianta dell’edificio, Luxor.

Oltre alla corrispondenza con le proporzioni dell’uomo, l’ingegnere Schwaller de Lubicz ha trovato un’altra caratteristica del tempio, che coincide con il fenomeno di crescita umana, cioè il modo irregolare di espansione.

“ L’evoluzione dell’organismo non avviene in maniera regolare e continua, ma procede per fasi alterne di riposo e brusche crescite. Il ritmo di queste alternanze fa sì che le ossa si allarghino diametralmente per sei mesi e si allunghino per gli altri sei”. 

Secondo la sua opinione, l’alternanza di allungamento e ispessimento era presente anche nel tempio di Luxor, che rappresentava l’uomo come opera del creatore e come immagine del cielo: “ l’uomo è l’Universo, perciò lo si prenderà a modello in quanto riflesso del dio creatore. Tutta l’opera della creazione sta nell’uomo, metti l’uomo al suo posto nel Tempio ”.

crescita

ALTERNANZA DI ALLUNGAMENTO E ISPESSIMENTO: Relazione del tempio col corpo umano.

Il tempio di Luxor rendeva così omaggio all’imperatore, suprema immagine divina e prima creatura discendente da Amon, attraverso le immagini incise sui suoi muri, che avendo una funzione didattica e celebrativa, descrivevano quest’intima e celeste unione. Una prova di ciò è stata trovata su un architrave del peristilio, in cui un’iscrizione dichiara che “il tempio è il luogo della nascita del Re”. Questo ha spinto lo studioso a cercare tale nascita, nella sala IX, dedicata alla teogamia. Al suo interno è stata trovata una raffigurazione della regina Mut, nella barca, al momento del parto e la conferma di quanto riportato nell’iscrizione. La sala IX ha, inoltre, rivelato due particolarità nel muro che la divideva dalla stanza IV, conosciute come casi di trasparenza e trasposizione. Per chiarire meglio si intende per trasparenza la caratteristica dei muri all’interno dei templi (anche se spesso è stata usata nei papiri) che consisteva nel rappresentare su una faccia della parete un’immagine che era in relazione con quella presente nella faccia opposta. Questa relazione veniva compresa attraverso l’uso di una pietra, posta trasversalmente, che passava lo spessore del muro stesso e su cui veniva spiegata la lettura delle immagini. Se il muro fosse stato di vetro si sarebbe potuto vedere, tracciato dietro, un segno o una figura che riempivano un vuoto lasciato davanti. Le trasparenze dunque permettevano di completare un’idea. Parallelamente alla trasparenza, nella “scrittura architettonica” troviamo anche il fenomeno detto trasposizione, che era un’evocazione. Per esempio un’attività o un gesto di un personaggio regale da un lato di un muro era spiegata da un oggetto scolpito dall’altro lato, sull’altra faccia della pietra e posto in modo da servire come asse di stabilità o di movimento al personaggio, ricordandosi che la lettura doveva avvenire andandogli incontro. La trasposizione era la proiezione di un’immagine sulla sua parete opposta.  Dunque ritornando alla raffigurazione sotto la barca di Mut, nella sala IV, una pietra su cui è ancora oggi inciso l’uccello Mut, attraversava il muro e portava sulla faccia della sala IX un’iscrizione che esaltava la regina in quanto vivificatrice e generatrice. Nella sala IX sopra questa pietra è rappresentata la scena del parto: la regina è seduta su un trono cubico, le due braccia sono sostenute da due Neter femminili e di fronte a  lei  stanno  due  principi  femminili, uno dei quali attende il bambino che sta per nascere e l’altro porta il suo Kâ in braccio: è la nascita simbolica del Re. In questo esempio di trasparenza, la sola pietra, che attraversa realmente lo spessore del muro, è quella su cui è inciso il testo concernente la nascita.

trasparenza

TRASPARENZA E TRASPOSIZIONE

Nel tempio egizio dunque tutto aveva un significato, tutto è l’immagine di un simbolo. Azione e reazione, entrare e uscire, aprire e chiudere è tutta la storia occulta del tempio di Amon. Tutto ha una lettura allegorica ed esoterica persino le fessure, le iscrizioni o le sculture: queste ultime in incavo significano entrare, mentre le stesse in rilievo significano uscire. Infatti, per fare un esempio, nella grande sala ipostila tutti i quadri della metà Nord sono in bassorilievo, mentre quelli della metà Sud sono scolpiti in incavo: sulla faccia interna dell’ala Nord del secondo portale, la barca di Amon rimorchiata dalla barca pilota si dirige verso Sud, cioè verso Luxor: le barche sono in rilievo e quindi escono dal tempio; sulla faccia interna dell’ala Sud del portale, la barca è rappresentata in incavo, quindi rientrano nel tempio.

Possiamo fare ancora un altro esempio: sulla faccia interna dell’ala Nord del portale suddetto, nel secondo registro, sono rappresentate solo delle scene di offerta. Invece a Sud, sempre nel secondo registro, si svolge tutto il rituale di fondazione. A Nord, dunque, in rilievo venivano descritti i principi religiosi, mentre a Sud in incavo le realizzazioni.

Esempio di INCAVO : le realizzazioni. Corsa del toro Apis davanti al naos della barca per il rito di inaugurazione del tempio (Da: R.A. Schwaller de Lubicz, I templi di Karnak, Roma 2001).

Esempio di INCAVO : le realizzazioni. Corsa del toro Apis davanti al naos della barca per il rito di inaugurazione del tempio.
(Da: R.A. Schwaller de Lubicz, I templi di Karnak, Roma 2001).

Esempio di RILIEVO : i principi religiosi. Sethi I inginocchiato davanti a Ra nel suo naos, seguito da Sekhmet (Da: R.A. Schwaller de Lubicz, I templi di Karnak, Roma 2001).

Esempio di RILIEVO : i principi religiosi. Sethi I inginocchiato davanti a Ra nel suo naos, seguito da Sekhmet
(Da: R.A. Schwaller de Lubicz, I templi di Karnak, Roma 2001).

Dunque l’architettura del luogo del culto non veniva concepita semplicemente  come soluzione funzionale, ma esprimeva l’ispirazione, l’esaltazione del principio divino che ne aveva dettato la realizzazione. E’ qui utile ricordare come le esigenze liturgiche per cui si incidevano i muri, li si dotava di significati segreti o per cui si allargavano o si modificavano i templi, fossero talvolta solo evocative e non dettate da cerimoniali particolari o da una reale esigenza di ampliamento dello spazio, in quanto questo non rappresentava un luogo di sosta, dove il fedele potesse assistere ad una funzione religiosa, ma un passaggio, consentito solo a pochi eletti e alla barca sacra.

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: