Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Intimità ed esclusione nelle dimore della divinità: il santuario segreto e la cella “protetta”.

Inizia da qui

Nei templi delle origini, fino a quelli greci, si sentì sempre l’esigenza di precludere al comune fedele le aree più sacre e interne del tempio, dove veniva collocata l’immagine divina. Questo occultamento dei simulacri da occhi profani veniva ottenuto non solo escludendone la vista, ma creando intorno una struttura di “involucri” architettonici di protezione. Abbiamo precedentemente visto l’esempio della cella segreta egizia. Sia a Karnak che a Luxor, essa sorgeva nel punto più intimo e nascosto del tempio, “filtrato”, nell’Apet del Nord, dalle cinte murarie aggiunte al santuario del Medio Regno e, nell’Apet del Sud, dal susseguirsi dei cortili. Verso il sacello della divinità, a Karnak, lo spazio diventava angusto e buio. Dentro al tabernacolo, nell’oscurità, al faraone o al primo sacerdote si presentava la statua lignea della divinità, di piccole dimensioni. Il fedele, dunque, si accontentava, dal canto suo, di seguire il dio, senza poterlo vedere, durante la celebrazione delle feste più importanti, lungo il perimetro del tempio o percorrendo le vie processionali.

In Mesopotamia la situazione non era molto diversa. Prima del III millennio il popolo aveva libero accesso al tempio e poteva stare al cospetto del dio. Giedion afferma infatti: “la vita in questi templi deve essere immaginata in un libero muoversi attraverso di essi. C’era un continuo andirivieni, a differenza […] dei successivi templi accadiano-babilonesi che […] erano costruiti come fortezze con un unico ingresso.

All’inizio dell’età storica, dunque, la cella, inizialmente collocata in un luogo accessibile a tutti attraverso varie porte, fu allontanata dal popolo mediante l’aggiunta di gradini o di piattaforme sopraelevate. I tanti accessi furono sostituiti da uno solo nell’angolo più remoto della cella, munita di anticella e cortile interno, ad aumentare il distacco fra il fedele e il dio, che rimaneva nella penombra o nella totale oscurità.  Per esempio, nel tempio dedicato, nel VI secolo a.C., alla dea Ninmah (la Grande Madre), situato tra la porta di Ishtar e il palazzo, era necessario attraversare numerose porte e vestiboli prima di entrare nel cortile interno. La cella, contenente il simulacro della dea,  era successiva ad un altro ambiente e posta ad un livello più alto: “è probabile che i profani non fossero autorizzati a penetrare oltre tale anticamera. L’accesso alla cella era reso appositamente difficoltoso da una quinta che sporgeva quasi quanto la porta”. 

Anche nel tempio di Marduk, il dio babilonese dell’universo, si può notare un voluto distacco tra sacro e profano, tra fedele e dio. La costruzione era composta da una ziqqurat per le offerte e da un tempio contenente la statua celeste. L’insieme era separato dal resto della città tramite cinte murarie, che evidentemente avevano valore di simbolo ed annuncio della presenza divina. La cella del tempio all’interno della ziqqurat rappresentava un legame tra cielo e terra, collegando la totalità dell’edificio all’idea della “montagna sacra”, che segnava il centro del mondo e che da esso doveva rimanere protetta.

Pianta del complesso urbano secondo Unger, Babylon, Tav.2

Pianta del complesso urbano secondo Unger, Babilonia, tavola 2.

Rispetto alla concezione egizia e mesopotamica della divinità, la religione greca e la sua architettura si mossero in direzioni diverse, mantenendo però la medesima preclusione della cella al credente. Alle origini, lo spazio interno, crepuscolare e ristretto ancora dalle colonne,  non era grande più di quanto servisse per contenere l’immagine del culto e accessibile solo agli addetti responsabili del dio. Riunioni, sacrifici, preghiere e tutto quello a cui prendeva parte la comunità aveva luogo all’aperto intorno al tempio. La divinità greca era concepita semplicemente come un’umanità ideale a cui il popolo si rivolgeva con ammirazione più che con devozione. Dunque il fulcro della costruzione diventava così, per il fedele, il porticato e lo spazio anteriore al tempio e non più la cella chiusa. Da qui, il rapporto antitetico tra la cella e il colonnato, “nucleo chiuso e squadrato e corona di colonne chiara e trasparente: corpo e veste, centro statico e danza ritmica”. Il fedele non aveva bisogno di contemplare l’immagine divina, poiché poteva ammirarne i doni e le opere nel mondo che lo circondava. Al simulacro della divinità veniva ugualmente attribuita una grande importanza, come simbolo e cuore del tempio.

Ma è durante l’età classica che essa, non essendo più una piccola raffigurazione nascosta nell’oscurità, divenne, un colossale segno di potenza, superiorità e perfezione, fino alla monumentalità di Olimpia e di Atene. 

Tempio di Olimpia, pianta.

Ricostruzione della statua di Zeus Olimpico, modello realizzato da Creative Studios of Sawyer's Inc., Portland, Oregon.

Ricostruzione della statua di Zeus Olimpico, modello realizzato da Creative Studios of Sawyer’s Inc., Portland, Oregon.

Pianta del Partenone, Atene.

Partenone, interno, ricostruzione.

All’interno della cella del Partenone, per esempio la statua era circondata da due ordini sovrapposti di colonne doriche, che sezionavano lo spazio in tre navate, comunque inaccessibile, e lo limitavano verso la parete di fondo, esaltando la maestosità della dea.

Possiamo fare ancora un’ultima considerazione. Se in Grecia viveva lo splendore della divinità nella natura, nell’ara posta ai piedi degli edifici sacri, nei giochi e nelle processioni e “l’immagine celeste” non aveva bisogno di protezione più di quanto non ne offrissero le mura della cella e la peristasi, in Occidente, dove predominavano i culti ctoni, il fedele appariva invece oppresso da oscure credenze, legate a divinità infere, demoni e situazioni terrorizzanti. La cella risentiva di queste sensazioni divenendo una camera ancora più inaccessibile e oscura, idonea all’occultismo, alla rievocazione delle imprese divine mentre le immagini sacre venivano serrate nell’adyton, che non era il centro del tempio ma la zona più interna, accessibile solamente attraverso faticose e segrete vie.

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8 pensieri su “Intimità ed esclusione nelle dimore della divinità: il santuario segreto e la cella “protetta”.

  1. Prosegue interessante e avvincente la ricostruzione storica dei templi mesopotamici e greci. Letture senpre gradevoli e ricche di di informazioni e immagini.
    Veramente complimenti.
    Aspetto le prossime puntate.
    Un caro saluto

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  2. post bello, come i precedenti della serie… suggerirei di aggiornare leggermente la bibliografia sulla Mesopotamia, Giedion inferisce più di quanto non sia lecito. Le funzioni del tempio erano molto più ampie rispetto a quelle di un semplice luogo di culto, pertanto la natura di accessi ricostruiti in modo spesso arbitario potrebbe comunque avere avuto tutt’altre motivazioni. In generale, tentare di ricostruire qualsiasi aspetto della religiosità popolare o individuale è, per la Mesopotamia come per l’Egitto, del tutto impossibile…

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