Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Raggiungere il luogo “ispirato” del sentimento e della ragione.

Inizia da qui

Baalbek, Assisi e Venezia, lontane nel tempo, nello spazio e per ispirazione religiosa, si proponevano come luoghi in cui il pellegrinaggio rappresentava una componente fondamentale di liturgie, con motivazioni nettamente differenti. Non si vuole qui ritrovare un’affinità nell’impianto planimetrico o nelle soluzioni costruttive, né superiorità architettonica dell’uno o dell’altro tempio, quanto la conseguenza architettonica della funzione comune all’origine delle edificazioni, quella di ospitare moltitudini di fedeli sia che chiedessero responsi oracolari, o che adorassero l’espiazione di Francesco e dei suoi compagni, oppure che assolvessero il rito del ringraziamento.

I Romani raggiungevano Baalbek per ritrovare fiducia nel proprio destino. L’invocazione alle divinità nella preghiera era ritenuta “sancta, venerabilis, aeterna, bona, optima, magna, potens, omnipotens e pulchra”. Le suppliche, pubblici riti di preghiera, venivano rivolte al dio da tutti gli adulti, uomini e donne, a capo scoperto oppure con corone sulle teste e rami di alloro nelle mani. In genere nella religione romana le preghiere venivano pronunciate la mattina, la sera e in tutte le occasioni importanti secondo un formulano preciso, la cui esattezza ne conferiva l’efficacia, inoltre il pragmatismo religioso dei Romani li induceva ad ammettere l’efficacia dei voti e a offrire i doni solo dopo che la preghiera era stata esaudita.

I fedeli, procedendo per una monumentale via di accesso, formata da una grande scala e da un portico sopraelevato sostenuto da 12 colonne, nelle quali si trovavano 12 nicchie fatte per contenere i 12 dei olimpici, accedevano ad un cortile di forma esagonale, unico nell’architettura romana e che ricorda, per l’apertura spaziale, il più recente colonnato berniniano di San Pietro.

Pianta  e veduta generale da Est del tempio di Baalbek.

Pianta e veduta generale da Est del tempio di Baalbek.

Veduta generale da Est.

Veduta generale da Est.

Da questo si poteva accedere ad un secondo cortile, concluso da un imponente altare, sopra il quale un toro bianco, inghirlandato di erbe sacre e con le corna indorate, veniva sacrificato secondo un preciso rituale che prevedeva prima lo spargimento sul capo di una salsa, la spruzzatura col vino, la rasatura di alcuni peli, che venivano gettati nel fuoco e, infine, la sgozzatura.

Sacrificio del toro bianco a Giove.

Sacrificio del toro bianco a Giove.

I Romani consideravano il sito come l’attestazione suprema della potenza e della supremazia di Giove Massimo Eliopolitano. Quest’ultimo appellativo del dio deriva dal fatto che, sebbene il tempio fosse dedicato al dio supremo, si credeva che il sito stesso fosse stato un luogo di riposo per il dio Sole. Nel 440 d.C. sembra invece che Teodosio trasformò in chiesa cristiana questo tempio e che Giustiniano abbia portato a Costantinopoli alcune delle sue colonne di granito rosso per costruirvi la chiesa di Hagia Sophia.

Un altro tipo di testimonianza, invece veniva trasmessa secoli dopo dalla città di Assisi, una attestazione di umiltà, di povertà e di sacrificio, intesa come dono di sé stessi agli altri e a Dio, avviando un recupero dei valori spirituali peculiari del primo Cristianesimo.

Al cospetto delle spoglie del santo, il fedele abbassava il tono della voce, rallentava per un attimo il passo e sentiva aumentare il disagio reverenziale oltrepassando l’intimità della penombra che le avvolgeva. Francesco, la cui scelta fu scandalosa per una società caratterizzata da violenze, eresie e rivolgimenti sociali, conseguenti all’affermarsi di una nuova realtà borghese, offrì l’esempio della sua vita per riportare il mondo all’osservanza più autentica della verità evangelica. Non esitò a ricercare il senso più pieno della sua nuova missione fra quelli sfuggiti da tutti, i lebbrosi, che maltrattati erano obbligati a segnalare il loro passaggio con un sonaglio al collo, e che rappresentavano per l’uomo medioevale l’orribile personificazione del peccato. Rovesciando ogni valutazione corrente, il Santo scoprì in essi Cristo crocifisso e divenne loro amico. In realtà, a differenza di quanto si voglia far credere,  la conversione di Francesco non fu un evento improvviso, ma un processo che maturò nel corso di diversi anni, dalla malattia, quando ventenne era stato prigioniero di guerra dei Perugini (1202) all’atto di pubblica rinuncia dei beni paterni davanti al vescovo di Assisi (1206). Gli anni seguenti lo videro cercare affannosamente la sua personale via per servire Cristo. Con tale irrefrenabile desiderio tentò di riparare con le sue stesse mani piccoli edifici sacri in rovina, fino a quando, il 24 febbraio 1208, ascoltando il Vangelo nella piccola e diroccata cappella di S. Maria degli Angeli, rimase illuminato dal capitolo X di Matteo e fu la scelta della predicazione itinerante che caratterizzò in maniera definitiva i suoi anni successivi.

Alla sua morte venne eretta la basilica doppia. La struttura gotica emerge già nella Chiesa inferiore, deputata al culto del santo, nella navata e nel transetto: si tratta di un volume schiacciato da larghe volte sorrette da robusti archi a tutto sesto e massicci pilastri. Le masse sono necessarie per reggere il peso di una costruzione superiore; in questo senso si giustifica l’uso di elementi ancora romanici, come la copertura a botte, anche se nella prima campata e  nelle laterali, il profilo dei costoloni e degli archi acuti manifesta il fiorire del gotico. Ben diverso aspetto, invece, offre la chiesa superiore, luogo concepito per la più ordinaria attività religiosa: lo spazio si dilata luminoso, ampi fasci polistili svettano verso l’alto, accanto ai costoloni a forma acuta; le parti superiori delle superfici murarie si aprono in grandi finestre lungo l’aula della navata, nel coro e nel transetto. Il cornicione che corre lungo le pareti all’altezza mediana tende tuttavia a ridimensionare lo slancio dell’edificio superiore. Si pensa che questo accorgimento consentiva a limitare lo sguardo del fedele che, diversamente da quello che accadeva guardando le chiese caratterizzate dal gotico internazionale, rimaneva rapito più dalle parole dell’ officiante che dalla magnificenza delle alte guglie. Il significato dell’edificio inferiore, raccolto e cupo, e che in origine non ebbe le cappelle laterali, è quello di “un luogo cimiteriale”, e con esso contrasta la gran luce della basilica superiore. La basilica inferiore, destinata a diventare cappella papale, è comunque resa particolarissima dalla presenza continua delle figure e dei colori che la ricoprono. La basilica superiore invece prende vita dall’intensità dei sentimenti colti da Giotto, realizzando una continuità spirituale che la unisce alla cripta sepolcrale. Tutto risulta un tripudio di colori e di forme. La basilica è caratterizzata da affreschi recanti la firma inoltre di Cimabue, di Pietro Lorenzetti, di Simone Martini, di Jacopo Torriti, fino ad arrivare al grandissimo e vasto ciclo pittorico giottesco, autentica pietra miliare nella storia dell’arte e che costituì, da allora in poi, il punto di riferimento per ogni immagine di Francesco nell’immaginario collettivo.

Pianta della basilica inferiore di San Francesco con il chiostro.

Pianta della basilica inferiore di San Francesco con il chiostro.

Pianta della basilica superiore di San Francesco.

Pianta della basilica superiore di San Francesco.

Basilica inferiore di san Francesco, Assisi.

Basilica superiore di san Francesco, Assisi.

Sotto questo vortice di meraviglie, esattamente dove i bracci della basilica si incrociano, riposa il corpo mortale del santo, custodito nel semplice sarcofago di pietra ritrovato nel 1818. All’esterno il tempio attenua l’impressione gotica dell’interno, con la facciata che ripete gli schemi del romanico; umbro -gotica è soltanto la porta d’ingresso bipartita, mentre anche la forma del campanile (compiuto nel 1239) è romanica. La chiesa venne fondata, in un terreno alle pendici del colle detto “dell’inferno” donato da Simone di Puccio di Assisi a frate Elia, il giorno dopo la canonizzazione del Poverello, avvenuta per opera di papa Gregorio IX il 16 luglio 1228. Il colle sul quale sorse la chiesa venne da allora ribattezzato “del Paradiso”.

Facciata della Basilica di San Francesco d’Assisi.

La basilica del Redentore a Venezia assolse, invece, a un voto offerto per la cessazione della peste del 1575 e fu eretta per iniziativa popolare e dedicata il 3 maggio del 1577, giorno della Santissima Croce del Redentore Nostro, avviando un programma “cristologico”, che avrebbe influenzato tutte le scelte legate alla chiesa destinata ai Padri Cappuccini. Essi ne determinarono sia l’impianto planimetrico, secondo il modello dei Francescani osservanti (di cui i Cappuccini costituiscono una filiazione), sia la scelta di rifuggire l’uso di marmi e di materiali pregiati, preferendo mattoni, cotto, intonaco e stucco.

L’isola della Giudecca e il Redentore.

La chiesa costituiva la meta di una sfilata di barche, che scortavano il bucintoro e le cerimonie legate alla festa del Redentore e venne concepita come stazione finale della solenne processione che attraversava il canale sopra un ponte di barche, il terzo sabato del mese di luglio, dando origine a una tradizione che vide il suo inizio il 20 luglio del 1577, giorno in cui si festeggiò la fine della peste.

Nell’unità dell’organismo, che conciliava lo sviluppo longitudinale della navata alla pianta centrale del presbiterio, ciascuno spazio rivestiva una specifica funzione liturgica: l’aula ecclesiale era destinata ad accogliere i fedeli, il coro mantenne il ruolo che aveva solitamente nelle chiese monastiche e la tribuna divenne il luogo votivo per eccellenza, in quanto tappa conclusiva del percorso processionale.

Pianta della Chiesa del Redentore.

Pianta della Chiesa del Redentore.

La processione del Redentore, Joseph Heinz il Giovane.

La processione del Redentore, Joseph Heinz il Giovane.

 

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7 pensieri su “Raggiungere il luogo “ispirato” del sentimento e della ragione.

  1. Tre begli esempi di architetture ‘scrigno’ che hanno mosso e muovono intere generazioni di pellegrini. Ovviamente non sono gli unici, ma credo che San Francesco rappresenti, oltre che il palinsesto dell’arte italiana, una testimonianza efficace dell’accoglienza e della vocazione. Le gesta di Francesco suscitarono un moto di ‘primitivo patriottismo nazionale’ oltremodo sostenuto dalla santificazione del Poverello già nel 1228, appena due anni dopo la sua morte. La chiesa in poco meno di tre decenni era compiuta e divenne da subito luogo di accoglienza e di benessere spirituale, lo stesso che ancora oggi, anche i laci possono avvertire. In questo credo si sia compiuta proprio la sintesi di cui parli!

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    • Infatti l’unico punto in comune è proprio l’intenzione processionale e il pathos che il viaggio creava nel credente, più ad Assisi e Venezia, che, come già detto, a Baalbek. Credo che quella di San Francesco rimanga l’esempio italiano più convincente di chiesa di pellegrinaggio nel senso vero del termine, in cui è rimasto intatto lo spirito umile della missione del santo. Altre chiese note, come per esempio quella dedicata a San Pio, per intenderci la basilica “vecchia”, sono state prese d’assalto dallo spirito commerciale (vedi poi l’edificazione di una nuova basilica più fastosa e stupefacente, cosa che il santo non avrebbe desiderato) e dal fenomeno che si vi è creato intorno.

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  2. Riprende dopo qualche settimana di sosta il percorso fede-monumenti con un post al solito ricco di informazioni e di riflessioni.
    A parte Baalbeck, ridotto ai minimi termini, molto interessanti sono le considerazioni sugli altri due. Ben documentato con ottime immagini il lettore segue con te il percorso museale delle due chiese, di Assise e di Venezia.
    Un caro abbraccio

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    • Ciao purtroppo di Baalbek si hanno poche informazioni perché la cultura religiosa degli antichi Romani era molto pragmatica e finalizzata più ad ottenere uno scopo materiale che di redenzione spirituale. Dunque più della processione e del sacrificio del bue non succedeva niente… Ma x gli studiosi di liturgia e architettura è già abbastanza x ricostruire un quadro chiaro della loro religiosità e degli spazi che la ospitava. Contenta che ti sia piaciuto il resto in cui si hanno informazioni più certe e concrete sul legame spazio/credo/gestualità. Un saluto 🙂

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