Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

“L’idea di questa grande macchina è veramente stupefacente”

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Roma, città di Pietro, ereditò le tradizionali liturgie della città di Gesù, interrotte per le sopraggiunte difficoltà dei pellegrinaggi in Terra Santa. Nel 1300 fu istituito il primo giubileo in una città bagnata dal sangue di tanti martiri e arricchita dalla presenza delle reliquie portate in Italia. Nel progetto di edificazione della “nuova Gerusalemme” il fulcro sarebbe diventata la nuova basilica di Pietro, chiesa Trionfante e non più Militante. Il nuovo Tempio perciò doveva affermare la supremazia di Roma, città dell’uomo e di Dio mentre la nuova religione, il Cristianesimo, doveva attestare la supremazia del Nuovo Testamento sull’Antico.

Il vecchio San Pietro, tappa obbligatoria di visitatori stranieri, era stato oggetto dell’attenzione dei papi, nei decenni che precedettero la sua ricostruzione, in vani tentativi di abbellirlo e risolvere gravi ed evidenti problemi strutturali. Valutate le idee di numerosi architetti, tra cui Leon Battista Alberti (che  aveva proposto il restauro della basilica mediante degli interventi sulle fondazioni, nonché l’uso di macchine, da istallare sul tetto, per riportare a filo a piombo le pareti e le colonne inclinate), Nicolò V scelse la proposta di Bernardo Rossellino di renderla “più magnifica”, consolidandone la struttura anche se, del suo progetto, venne costruito solo il coro. Esaminando i disegni cinquecenteschi del nuovo San Pietro, si ha l’impressione che i progettisti, dal Bramante in poi, siano stati condizionati da questo suo tracciato murario.

La ricostruzione, durante il pontificato di Giulio II, avvenne sotto il segno di una rinascita imperiale e di una ispirazione alle fabbriche descritte nel Vecchio e Nuovo Testamento. L’idea del Bramante stesso si ispirava al modello del Tempio di Salomone e del secondo tempio descritto da Ezechiele, nonché all’immagine della “civitas celeste” (in cui il tempio doveva avere forma quadrata, munito da cinta muraria con 12 porte), e sia la loro forma che le loro misure vennero utilizzate nel progetto detto “piano pergamena”.

Ricostruzione del progetto bramantesco per la sistemazione di San Pietro secondo il taccuino di M. De Chiarellis.

Ricostruzione del progetto bramantesco per la sistemazione di San Pietro secondo il taccuino di M. De Chiarellis.

Bramante, Pianta di San Pietro, schema ricavato dalla pianta  su pergamena con l'ideogramma della croce di Gerusalemme. (Schema di M. L. Madonna)

Bramante, Pianta di San Pietro, schema ricavato dalla pianta su pergamena con l’ideogramma della croce di Gerusalemme.
(Schema di M. L. Madonna)

"Jerusalem et suburbia" Incisione del XVII secolo.  Particolare dell'ideogramma della "croce di Gerusalemme".

“Jerusalem et suburbia” Incisione del XVII secolo.
Particolare dell’ideogramma della “croce di Gerusalemme”.

Egli elaborò, dunque, il progetto sulla base della Gerusalemme celeste, munendo la sua piazza-recinto di 12 porte principali, tre per ogni punto cardinale, in cui il numero 12 doveva alludere agli apostoli sui quali è fondata la chiesa. La tipologia ad impianto centrale a grande croce, attorniata da quattro croci minori, disposte sulle diagonali, doveva ricordare l’emblema araldico della Gerusalemme terrena, nonché ricordo delle cinque piaghe di Cristo. Da sempre Bramante fu operoso a Roma, anche se si pensa che il suo accostamento ad una pianta a croce greca inscritta possa essere avvenuto durante il periodo della sua attività a Milano, che gli consentì di studiare con cura le chiese a impianto centrale, tra cui soprattutto San Satiro, intorno al quale egli operò.

Il Bramante inoltre volle esaltare la presenza del martire cristiano Pietro, ponendo sopra la sua tomba, un segno di alto significato: quattro pilastri, quattro archi, quattro raccordi dal quadrato al cerchio, un tamburo e una cupola, quello che alcuni studiosi chiamarono una “struttura a baldacchino”, quasi un immenso arco di trionfo. Il primo suo progetto, però, non riportò l’approvazione papale, come ci spiega, in un manoscritto, Egidio da Viterbo, per il fatto che Bramante voleva aprire le porte a sud, cosi che i pellegrini avrebbero subito trovato, a mezzogiorno, una grande piazza e la facciata. Nell’interno egli fu costretto, invece, a progettare il cosiddetto Tegurium, un “involucro” a protezione e custodia dell’altare medievale della basilica costantiniana. Nonostante il suo grande studio per gerarchizzare i volumi e gli elementi che compongono il progetto, Bramante non riuscì mai a raggiungere l’unità compositiva, che una siffatta struttura avrebbe richiesto. Dopo la morte di Bramante, Leone X affidò la direzione della fabbrica a Raffaello, coadiuvato da Antonio da Sangallo il Giovane, che fu costretto ben presto a sostituirlo, a causa della morte, sopraggiunta dopo solo cinque anni. Antonio si rese subito conto del fatto che, alla luce dei lavori fino ad allora eseguiti, la navata centrale sarebbe apparsa stretta e alta, da sembrare un vicolo. Era una questione di proporzioni che andava risolta e l’unico intervento che parve possibile fu quello di sopraelevare il livello pavimentale dell’antica basilica costantiniana di circa tre metri, il che avrebbe posto rimedio, tra l’altro, non solo agli incresciosi errori prodotti da una non costante e omogenea costruzione, ma anche assicurato la nuova basilica da problemi di umidità. Si formarono a tal modo dei muri paralleli dello spessore di circa 80-90 cm, orientati tutti nella direzione nord-sud, collegati da volte a botte, formando in tal modo delle gallerie utili per spegnervi al coperto la calce. Cento anni più tardi, durante il pontificato di Paolo V, tali grotte avrebbero accolto sepolture insigni e cimeli di storia e di fede della vecchia basilica, divenendo, così, un luogo di preghiera e pellegrinaggio.

Nel 1527 avvenne il sacco di Roma ad opera dei soldati mercenari germanici, che portò la dispersione di artisti e artigiani dell’epoca. Con questo anno si terminarono forzatamente i lavori della fabbrica, senza giungere ancora ad un organico e significativo progetto, che dava unità alla “casa di Dio e di Pietro”.

Il Sangallo lasciò un modello ligneo del suo progetto definitivo, che fa luce sulle sue scelte. Il progetto rispettava l’impianto originario bramantesco, mantenendo la croce greca a quinconce e i deambulatori anulari, che avvolgevano le tre tribune, a nord, a ovest e a sud, mentre a est aggiunse un corpo di facciata assai articolato, che si intrecciava con la croce. Essa era sovrastata dalla “Loggia delle Benedizioni”, che dava modo al pontefice di impartire la benedizione “Urbi et Orbi” nella domenica della Pasqua ai fedeli e ai pellegrini. Il pontefice poteva essere visto da lontano grazie ad una apposita scala interna alla loggia, che ne innalzava la sede.

 A. da Sangallo il Giovane, pianta per San Pietro.

A. da Sangallo il Giovane, pianta per San Pietro.

A. da Sangallo il Giovane, pianta del progetto definitivo per San Pietro.

A. da Sangallo il Giovane, pianta del progetto definitivo per San Pietro.

Ma l’innovazione più grande sopraggiunse all’arrivo di Michelangelo che abolendo i deambulatori, avvolgenti le tribune sud, ovest e nord, restrinse molto la superficie coperta, ridando maggiore luce e facilitando la circolazione dei fedeli al suo interno. Egli creò otto ingrossamenti murari, donando unità e chiarezza a tutto l’involucro murario esterno, conformandolo con un “ordine architettonico gigante”, che fu poi assimilato dai suoi successori. “Egli <<ridusse>> San Pietro in minor forma, ma in maggior grandezza”. Queste furono le parole che utilizzò il Vasari per commentare la nuova basilica ( com’è noto il maestro riuscì a costruire solamente il tamburo della cupola, finita dopo la sua morte, da Giacomo Della Porta e Domenico Fontana, che ne rialzarono leggermente il sesto).

Michelangelo, pianta del progetto per San Pietro.

Michelangelo, pianta del progetto per San Pietro.

Michelangelo, prospetto per San Pietro.

Michelangelo, prospetto per San Pietro.

Per quanto riguarda la facciata, sembra che egli pensasse ad un solenne pronao a colonne isolate, che avrebbe potuto far pensare al Pantheon. Essa fu poi costruita dal Maderno, che provvide all’allungamento del corpo di fabbrica, fornendolo di una navata e trasformando così lo schema centrico in uno longitudinale. Questa trasformazione fu dettata da esigenze liturgiche, che richiedevano una navata più spaziosa e una facciata che inglobasse la Loggia delle Benedizioni. La facciata rese ancora più difficile il rapporto tra l’organismo della chiesa e la cupola, che risultò in tal modo più arretrata e parzialmente nascosta dalla facciata stessa quanto più ci si avvicinava ad essa.

Fu di Bernini il progetto del colonnato che doveva circondare su tre lati la piazza, come un “abbraccio” ai fedeli e agli stranieri: “Essendo San Pietro quasi matrice di tutte le chiese doveva haver un portico che dimostrasse di ricevere a braccia aperte maternamente Cattolici per confermarli nella Credenza, gl’Heretici per riunirli alla chiesa, e gl’Infedeli per illuminarli alla vera fede”. Ma al momento della realizzazione si verificò un cambiamento nella mente del maestro, con l’intenzione di proiettare il terzo braccio più avanti, per creare una sorta di antepiazza alla basilica. Per consentire efficacia al progetto, si doveva verificare se l’avanzamento del corpo manteneva la funzionalità della piazza stessa, in occasione della celebrazione della festa del Corpus Domini. Concepito così il progetto costringeva la processione ad un percorso ad angolo retto, scomodo e poco decoroso e guardando la piazza dal punto di vista del fedele, il colonnato sarebbe stato pregiudicato in una delle sue principali funzioni. Bernini, dunque, considerando l’impatto scenico e scenografico, che il visitatore poteva avere all’ingresso della piazza, quando l’occhio era portato dalle curve del colonnato verso l’asse centrale e la facciata, decise di abolire l’erezione del terzo braccio. Questa idea ritornò in auge, nel 1694, quando Carlo Fontana presentò la sua nuova versione, in due progetti mostrati non contemporaneamente.

Fontana, pianta del Vaticano con il progetto del terzo braccio.

Fontana, pianta del Vaticano con il progetto del terzo braccio.

Nel primo progetto, la sua preoccupazione fu quella di proteggere il fedele, dopo la fine della celebrazione liturgica, dalla vista delle casuccole” dei Borghi, mediante una piazza semicircolare, fasciata da una parete che doveva fare da schermo. Il terzo braccio sarebbe stato posto dopo l’erezione di una seconda piazza trapezoidale, o “retta”. Il braccio, così posizionato, avrebbe nascosto sì le case del Borgo, ma avrebbe creato un vuoto alla vista del pellegrino uscente, per la sua posizione troppo arretrata rispetto alla chiesa. Il progetto, inoltre, prevedeva la sistemazione di fontanelle lungo la parete, che doveva fungere da schermo. Nel secondo progetto l’architetto propose un nuovo schema geometrico, nel quale stabiliva il terzo braccio in modo ancora più arretrato di 22 metri dalla prima posizione. Inoltre i corridoi progettati non erano più paralleli a quelli berniniani, ma leggermente divaricati, per far sì che i loro assi convergessero sul ponte Sant’Angelo da dove la chiesa e il braccio sarebbero stati già visibili ai pellegrini. 

L’espansione ulteriore del terzo braccio, nonché dei gradini d’entrata, pregiudicavano l’accesso carrabile alla piazza.

Nella prima figura: Fontana, prima idea per il terzo braccio e la sua facciata. Nella seconda figura: Fontana, seconda e terza idea per il terzo braccio e la sua facciata.

Nella prima figura: Fontana, prima idea per il terzo braccio e la sua facciata.
Nella seconda figura: Fontana, seconda e terza idea per il terzo braccio e la sua facciata.

Fontana, quarta idea per la facciata del terzo braccio.

Fontana, quarta idea per la facciata del terzo braccio.

Fontana, ultimo progetto per la facciata del terzo braccio.

Fontana, ultimo progetto per la facciata del terzo braccio.

Il Fontana avrebbe concepito tale braccio, come se fosse un arco trionfale, con gli intercolumni che consentivano al fedele il contatto con la piazza, come dietro ad un sipario. Davanti alla “barriera traslucida”, il pellegrino avrebbe iniziato a scorgere l’obelisco e le due fontane, le due ali del colonnato e la facciata. Oltrepassato questo corpo centrale e procedendo, avrebbe potuto godere interamente della cupola michelangiolesca. Oltre a fare da schermo alle case dei Borghi, dall’interno avrebbe nascosto la vista della piazza del mercato, che egli stesso aveva previsto nella strada che collegava la basilica al ponte.

Ma anche questa soluzione non fu soddisfacente, perché non teneva conto come il progetto berniniano, della processione, che sarebbe stata costretta, in questo caso, a procedere per una via ancora più lunga.

Nell’anno 1700 al papa Innocenzo XII seguì Clemente XI, che fu deciso alla realizzazione del terzo braccio, anche se non siamo a conoscenza di quale delle due alternative avrebbe voluto realizzare. Pochi mesi dopo, la sua morte provocò la crisi del cantiere e da allora si arrestarono tutti i lavori. Per la festa del Corpus Domini si continuò ad erigere, dal lato del braccio mancante, delle strutture provvisorie, per lo più tendaggi, che servivano a proteggere i fedeli dal sole.

Dipinto di anonimo, lato sinistro, la processione del Corpus Domini prima dell'erezione del colonnato del Bernini.

Dipinto di anonimo, lato sinistro, la processione del Corpus Domini prima dell’erezione del colonnato del Bernini.

La nuova basilica con il terzo braccio improvvisato per una processione del Corpus Domini sotto il pontificato di Innocenzo XIII.

La nuova basilica con il terzo braccio improvvisato per una processione del Corpus Domini sotto il pontificato di Innocenzo XII.

La Basilica fu terminata più di cent’anni dopo la posa della prima pietra sotto il papato di Paolo V. Egli si propose di rendere tale magnifica struttura architettonica “liturgicamente funzionale” e di colmarla di significato, come attestano alcuni documenti dell’epoca che affermano che “la vastità di sì gran fabrica di detto Tempio sia fatta principalmente per venerazione” (memoriale di Papiro Bartoli diretto al papa Borghese).

In un suo saggio, Sebastian Schutze ha interpretato la complessità della basilica, individuando tre messaggi principali:

1.la santità e la spiritualità, grazie anche alla presenza delle spoglie dell’apostolo,

2. il potere spirituale e temporale della figura papale, come successore di Pietro, e

3. l’esaltazione del papa Urbano, che fu colui che dovette provvedere alla sistemazione del volto interno della basilica.

Il San Pietro moderno dovette così porsi a confronto non solo con l’antica basilica costantiniana ma affrontare il peso della concorrenza della “grandezza romana”. Roma era ricca di edifici grandiosi, il confronto con i quali schiacciava le più moderne strutture architettoniche. San Pietro con la sua immensa mole, che conteneva perfino l’antica basilica e la monumentalità della sua architettura rappresentava una sfida all’antica città leonina.

Pianta delle due versioni di San Pietro, edita dall' Alfarano nel 1590 (particolare, raccolta E. Bentivoglio).

Pianta delle due versioni di San Pietro, edita dall’ Alfarano nel 1590 (particolare, raccolta E. Bentivoglio).

Malgrado i papi non avessero a disposizione le risorse degli imperatori, la piazza di San Pietro superava il Colosseo in “estensione” di area costruita e in “quantità” di materiale necessitato e in “qualità e grandezza” della lavorazione. 

Confronto dimensionale tra San Pietro e l'ellisse del Colosseo.

Confronto dimensionale tra San Pietro e l’ellisse del Colosseo.

La basilica divenne ben presto un esempio per tutto il mondo allora conosciuto tanto che, ovunque si pensasse di edificare cattedrali, non si poteva ignorare il suo modello. Ciò valse per la chiesa di Sainte Geneviève di Parigi, o per Saint Paul’s di Londra o per il duomo di Berlino. Intorno alla metà del 1600, la sua fama crebbe al tal punto che diversi studiosi proposero il confronto tra le misure della basilica e quelle degli edifici più significativi. Werner Oechslin nel suo saggio “San Pietro: simbolo e paradigma della <<grandezza romana>>” cita uno di questi lavori, redatto da Jacques Tarade, che iniziò i suoi rilievi nella città di Roma. In base alle misure ottenute, fece un modello che consentiva al lettore una completa visione delle proporzioni della cattedrale romana con quelle di Parigi, Londra e Strasburgo.

Confronto dimensionale tra San Pietro e Notre Dame di Parigi.

Confronto dimensionale tra San Pietro e Notre Dame di Parigi.

Confronto dimensionale tra Notre Dame di Parigi e la cattedrale di Strasburgo.

Confronto dimensionale tra Notre Dame di Parigi e la cattedrale di Strasburgo.

Di fronte a San Pietro, Notre Dame, che a sua volta superava in grandezza la cattedrale di Strasburgo, appariva assai misera. Da quel momento in poi diventò d’obbligo subordinare ogni architettura sacra all’enorme struttura di San Pietro.

Confronto dimensionale tra la sezione di un pilastro della crociera di San Pietro e la pianta di San Carlo del Borromini.

Confronto dimensionale tra la sezione di un pilastro della crociera di San Pietro e la pianta di San Carlo del Borromini.

Nel XVII secolo fu considerata, da un numero significativo di viaggiatori che intraprendevano il viaggio in Italia, tappa fondamentale per la loro formazione intellettuale, ponendo in risalto la funzione di San Pietro, come luogo simbolo della stessa città di Roma e per la sua importanza nel contesto internazionale. Nel XVIII secolo fattori storici e culturali modificarono lo spirito dei viaggiatori, che si avventuravano verso la città e il loro atteggiamento nei confronti della basilica. Essa, con il suo ricco patrimonio di valori simbolici e religiosi non affascinava più solo per motivi di fede, ma soprattutto per le sue qualità estetiche. Era il primo edificio che si presentava alla vista di coloro che percorrevano la via Flaminia verso Roma. La meta, attraverso un percorso, irto di pericoli, non deludeva il viaggiatore. L’emozione era grande, quando la cupola appariva da lontano e incoraggiava gli animi a proseguire. Da subito si poteva percepire l’immensità dell’intera costruzione, che nonostante la sua mole non schiacciava l’osservatore: “La basilica diventò il punto di raccolta non solo degli ospiti, ma di tutto il popolo di Roma, il centro della città”.

Da quando nel 1300 Bonifacio VIII proclamò il primo giubileo, cioè la piena remissione dei peccati compiute una serie di prescrizioni, il pellegrino vi giungeva con ancora maggiore entusiasmo. I giubilei si svolsero periodicamente con una scadenza di cinquanta anni, ridotti in seguito prima a trentatre e poi a venticinque. Famoso, per la grande affluenza di fedeli, fu quello del 1350 a cui, secondo le testimonianze del Villani, parteciparono “cristiani con meravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa”. Il grande evento aveva inizio con l’apertura della Porta Santa di ciascuna delle quattro basiliche patriarcali e si concludeva con la sua chiusura alla fine dell’anno giubilare.

La cerimonia più solenne si svolgeva nella basilica di San Pietro, in cui il pontefice percuoteva con una martello la porta che veniva smurata dall’interno e aperta; egli entrava da solo nella basilica e salito sulla sedia gestatoria, accompagnato da cardinali, dignitari e clero, giungeva all’altare maggiore dove venivano celebrati i Vespri. La cerimonia aveva luogo il 24 dicembre dell’anno precedente e si concludeva lo stesso giorno dell’anno giubilare; il papa con una cazzuola d’argento murava il primo mattone della porta, che veniva rinchiusa e che rimaneva tale fino al giubileo successivo.

La Porta Santa fu considerata un mezzo grazie al quale, secondo la mentalità cristiana, si poteva accedere alla salvezza. Tutta la storia biblica ” è collocata tra due porte”: la porta del Paradiso e la porta della Gerusalemme Celeste.

Tante altre porte sono citate nella Bibbia e nei Vangeli, ma più che a vere e materiali porte, questi testi si riferiscono a un simbolo, che ruota intorno alla figura di Cristo e al suo perdono. Gesù stesso affermò “io sono la porta delle pecore” e ancora ” io sono la porta: se uno passa attraverso di me, sarà salvo: entrerà e uscirà e troverà pascolo […]”. Gesù si raffigurò inoltre come colui che bussa alla porta di ciascuno ” se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me […]”

Per comprendere il significato della Porta Santa, basti pensare al ruolo che la porta della chiesa ha da sempre nelle liturgie cristiane. La porta segna la separazione tra il sacro e il profano, il distacco tra l’interno della chiesa e l’esterno del mondo. La porta era ed è tutt’oggi il confine tra l’accoglienza e l’esclusione. La porta era mezzo e protagonista di alcune liturgie particolari: per la domenica delle palme, la processione di Cristo Re, il rinvio dei penitenti, il giovedì santo e persino i matrimoni avvenivano davanti alla chiesa e dunque, davanti alla sua soglia, la porta. Essa rappresentò, per tanto tempo, il luogo da cui inviare al popolo messaggi o insegnamenti.

La Porta Santa ne contiene 16, che partendo dalla raffigurazione delle vicende del peccato, che avviliscono l’uomo, giungono alla penitenza, che lo riabilita fino ad arrivare alla descrizione della bontà e del perdono divino. Solo l’ultimo pannello raffigura un’immagine del presente: l’apertura della Porta Santa nel 1950, per mano di Pio XII, che dona all’umanità dolorante di tutti i tempi, la possibilità di gioire del perdono di Dio.

Come abbiamo accennato prima, c’era e c’è tutt’oggi, ancora un altro particolare rito che caratterizzava la Basilica, la processione del Corpus Domini, che vedeva protagonista il corteo papale mentre scendeva dal Palazzo Vaticano e, passando sotto il colonnato, attraversava la piazza e rientrava nella basilica. Occorrevano circa tre ore per lo svolgimento del corteo che contava circa trentamila persone. Elemento tipico di tale occasione era il “talamo”, una sorta di sedia sulla quale prendeva posto il pontefice, che sorreggeva l’ostensorio.

Dunque Roma, emblema di perdono e di fratellanza tra popoli, riuniti a pregare davanti alle spoglie di Pietro, non esprimeva più la sua grandezza fisica e materiale, come in epoca romana, ma morale e, soprattutto, spirituale, mentre San Pietro divenne, secondo l’espressione del Dupaty, l’ideale “teatro per l’eloquenza della religione”.

F. Cavalleri, dipinto, Gregorio XVI che reca il Santissimo Sacramento nella processione del Corpus Domini.

F. Cavalleri, dipinto, Gregorio XVI che reca il Santissimo Sacramento nella processione del Corpus Domini.

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Alla fine di questo lungo articolo, ringrazio quanti siano riusciti a giungere alla sua conclusione, poiché, spezzarlo, avrebbe compromesso la trasversalità del discorso. Alla prossima 🙂

 

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12 pensieri su ““L’idea di questa grande macchina è veramente stupefacente”

  1. È chiaro ed eloquente questo articolo. Lo avevo conservato per leggerlo con calma. Mi sembra ben fatto e corredato di una buona iconografia.
    C’è da dire che San Pietro, a partire dall’età costantiniana, la basilica Petri ha rappresentato la “testa” della Chiesa. Il rinnovo dell’edificio medievale a cinque navate, avvenne poi solo nel Cinquecento con i Maestri ed il percorso che hai ben tracciato tu, con l’avvicendamento di Bramante, Michelangelo, Fontana, Bernini che col Borromini dispose anche il grande altare fulcro della Cristianità.
    Il valore simbolico della basilica vaticana è immenso, ma architettonicamente siamo di fronte ad un palinsesto magnifico di grandissima bellezza.

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    • Concordo, Lois. Studiare l’avvicendarsi di grandi personalità ci fa capire come il cantiere fosse una cosa viva e pulsante fino all’ultima pietra posata e quanto fosse articolato il lavoro svolto con mezzi molto meno tecnologizzati rispetto ad oggi. Non c’era possibilità di errore e tutto doveva essere calibrato e studiato al dettaglio. Oggi c’è molta meno magnificenza e molta più approssimazione, nonostante le possibilità informatiche a nostra disposizione. In più non smetto mai di stupirmi dello spirito di adattamento al già fatto e della capacità di trovare soluzioni innovative a problemi irrisolti lasciati in eredità da altri maestri (a tal proposito mi viene in mente la capacità di Brunelleschi nel risolvere i problemi per coprire Santa Maria del Fiore).

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  2. Il ricordo di San Pietro è quando ho attraversato la Porta Santa in occasoione dell’Anno Santo del 2000. Quando entri ti senti un pigmeo di fronte alla maestosità dell’interno e allo sfarzo dei tesori contenuti.
    Leggendo il tuo post ho rivisto mentalmente tutto l’interno di San Pietro e il fantastico colonnato del Bernini che avvolge la piazza. Ma tutto è grandiso e lascia a bocca aperta.
    Molto interessanti sono le notizie che hai scritto, nel ripercorrere la storia della fabbrica di San Pietro coi molti artisti che vi hanno operato.
    Complimenti

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  3. Matteo in ha detto:

    Ciao e complimenti! Davvero interessante l’intero blog. A presto.

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  4. L’ha ribloggato su Cose Altrui.

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  5. Grazie a te per la dotta, interessantissima e documentata dissertazione

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