Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Religione e cultura. Eloquenza, dialettica e fede.

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Alla riforma religiosa diffusa in Europa, la Chiesa Cattolica oppose un largo movimento, che portava in sé, oltre alla contestazione dottrinaria delle idee luterane, anche gli elementi di un profondo rinnovamento morale del clero e di una rigenerazione della funzione sociale della Chiesa. Questa reazione del cattolicesimo, che ebbe come base i risultati di un grandioso Concilio iniziato a Trento nel 1545 e durato quasi vent’anni, raggiunse talvolta, attraverso i processi del tribunale d’Inquisizione, l’aspetto d’una vera persecuzione degli eretici o presunti tali (tra gli altri Giordano Bruno e Galileo Galilei), mentre nei paesi protestanti venivano perseguitati o esiliati cattolici e dissidenti. Il Concilio di Trento rappresentò dunque il momento decisivo della sistemazione dogmatica e disciplinare della chiesa affrontando i problemi dell’unità tra cattolici e protestanti. Non si giunse però ad alcuna soluzione per l’assenza dei protestanti, che non si presentarono. La Controriforma esaltò i compiti formativi e assistenziali degli ordini religiosi esistenti e ne promosse la creazione di nuovi, tra i quali la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Lojola e dichiaratamente destinata a combattere i “nemici” della Chiesa, attraverso gli strumenti dell’informazione e dell’educazione e a portare la parola di Dio e la fede, con le missioni, nei Paesi più lontani. Il rinnovamento della catechesi portò ad una nuova interpretazione dell’efficacia dei sacramenti e alla valorizzazione dello strumento della predicazione, rendendo opportuna una trasformazione dello spazio interno del luogo del culto, che doveva adesso essere ridotto ad un’aula longitudinale, a uno spazio “depurato” per il raccoglimento e la preghiera. Un recente saggio di Giovanni Sale, Pauperismo architettonico e architettura gesuitica, affronta in maniera nuova l’architettura gesuitica e il suo esordio. Questa tipologia, secondo lui, era caratterizzata, a Roma, da un modo di costruire sintetico, semplificato e povero delle chiese sorte tra gli anni quaranta e settanta del cinquecento, durante il periodo del Concilio di Trento. Le prime costruzioni gesuitiche nacquero, rispettando la funzionalità e l’economicità dell’organizzazione spaziale e mantenendo lo spirito di povertà, pur conservando un elevato grado di adattabilità alle situazioni locali più disparate. Oltre la già citata essenzialità, gli elementi caratterizzanti questa tipologia architettonica erano un vasto spazio unitario rettangolare (l’aula) con cappelle laterali (che però mancano nei primi esempi, ancor più semplificati) e un’area specializzata per l’altare maggiore costituita da una cappella maggiore, talvolta coperta a volta e con la funzione di presbiterio, circondata da cappelle minori, come nella chiesa del Gesù a Roma, in cui se ne contano ben quattro; la copertura privilegiata era quella a soffitto piano, poiché si riteneva che i soffitti voltati disperdessero la voce, andando contro l’esigenza più importante, la predicazione.

L’altare, in posizione sopraelevata, con la sua monumentalità, doveva rappresentare il fulcro della funzione religiosa ed un continuo riferimento per la predicazione, accettando un maggiore distacco tra celebranti e fedeli.

Pio V ordinò, con la Bolla “Quo Primum Tempore”, di sopprimere “gli abusi che trasformavano in case profane i templi, ove si passeggiava familiarmente o si ciarlava e si scherzava ad alta voce senza rispetto al Signore, e ove i poveri accoglievano i nuovi venuti con dei gemiti e talvolta con delle ingiurie“. “Avendo appreso che le primarie dame portoghesi, col pretesto di ascoltar meglio la Messa, entravano nel coro delle cattedrali, occupavano gli stalli dei canonici e si collocavano fin presso i gradini dell’altare”, ordinò subito al Cardinale Infante del Portogallo “di eliminare un abuso così strano”.

Decise inoltre che: “nelle chiese di tutte le Provincie dell’Orbe cristiano, nelle Patriarcali, Cattedrali, Collegiate e Parrocchiali del clero secolare, come in quelle dei Regolari di qualsiasi Ordine e Monastero, maschile e femminile, nonché in quelle degli Ordini militari, nelle private o cappelle, dove a norma di diritto e per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, sia quella conventuale cantata presente il coro, sia quella semplicemente letta a bassa voce, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato“.

Rese obbligatoria la recita, in principio della Messa, del salmo Introibo e del Confiteor, e come epilogo del sacrificio l’invocazione del Placet; precisò la formula e le cerimonie della benedizione finale e impose la recita dell’inizio del Vangelo di S. Giovanni “In principio erat Verbum”. L’Italia e la Spagna adottarono volentieri tale liturgia. I sinodi provinciali di Rouen, Reims e Bordeaux, quelli di Bourges, Tolosa, Narbona e specialmente della Bretagna furono i primi a conciliare le loro usanze con le disposizioni pontificie; e anche la casa reale di Francia, a partire dal 1583, introdusse nelle sue cappelle la liturgia romana.

La chiesa del Gesù, a Roma, divenne il prototipo dei nuovi edifici di culto, che non escludevano nelle loro tipologie un certo decoro e una certa complessità e come afferma l’architetto Sandro Benedetti: “Con il Gesù di Roma il tipo originario ad aula si evolve ad un livello più alto, così che all’aula, al presbiterio, alle cappelle, si innesta il sistema spaziale del transetto-cupola, ed il sistema della copertura a volta della grande aula. È chiaro che le due aggiunte non sono semplici appendici, ma elementi capaci di riqualificare lo schema iniziale”. La sua progettazione fu laboriosissima e vide all’opera da una parte il Farnese con il suo architetto Giacomo Vignola e dall’altra Borgia e Tristano. Si ottenne l’ideazione di questa grande chiesa ad aula raccordata ad uno spazio a pianta centrale con copertura a volta, il tutto frutto, secondo Sale, non solo del prestigioso architetto del Farnese, ma di una paritetica collaborazione dei due architetti coinvolti. La chiesa del Gesù di Roma è quindi scaturita dall’incontro di due mentalità, due universi culturali diversi fra loro. Da una parte il gran Cardinale Farnese, cresciuto in un ambiente legato alla tradizione rinascimentale, al centro degli sfarzi della corte papale di Paolo III, uomo di gusti raffinati e protettore di artisti, che ambiva per la chiesa del Gesù un modello di edificio alto, aulico, un organismo complesso e aperto a nuove sperimentazioni spaziali. D’altro lato la Compagnia dei Gesuiti con esigenze lontane da una concezione rappresentativa dello spazio sacro.

Pianta della chiesa del Gesù, Roma.

Giovanni De Rosis. Piante “tipo” per le chiese della Compagnia, 1575-1580.

La Chiesa del Gesù sembra rispondere perfettamente alle particolari esigenze funzionali di un’epoca e ne divenne l’emblema. Sembra interessante accostarla ad un episodio di progettazione contemporanea, Notre dame du Haut di Le Corbusier, non certo per ricercare analogia di forma o di esigenze spirituali, ma soltanto perché anche in essa appare rivoluzionata la tipologia abituale del luogo di culto, offrendo una risposta originale con il gioco di volumi, colori e luce e la ricerca del segno della presenza divina al centro dell’elemento naturale.

Disegno a inchiostro dello stadio definitivo del coro esterno della Cappella.

La Spianata della Cappella, come chiesa all’aperto e meta di pellegrinaggio.

[…] le forme da crostaceo, che compongono l’insieme, il tetto a conchiglia con il suo gigantesco doccione, le cappelle laterali e l’altare, sono tutti elementi perfettamente sintonizzati per rispondere all’acustica visiva di un paesaggio ondulato […]” . Con la cappella, Le Corbusier fece compiere all’architettura moderna un’esperienza di integrazione totale dello spazio nella forma, creando, come disse  Daniel Pauly “un oggetto plastico intensamente e drammaticamente espressivo” . Nel rapporto tra spazio costruito e ambiente naturale, la soluzione escluse l’utilizzo di una “aurea proporzione”, proponendo un colpo di forza e realizzando una struttura colma di energia espansiva, espressa nell’anomalia geometrica della pianta, nell’uscita brusca di sproni murari, nel volume imbarcato della copertura esageratamente grande, nella forza dei contrasti luminosi. “Le nicchie, di forma ortogonale, hanno un’importanza fondamentale nella composizione dell’insieme: esse accentuano il gioco plastico dei volumi ed evidenziano lo spessore della parete, dandole tutta la sua materialità”.

Il primo progetto della Cappella risale al 1950, la sua conclusione al 1953. La cappella è orientata con l’altare verso Est e la navata principale può contenere 200 persone. Tre cappelle, separate dalla navata principale, rendono possibile celebrare contemporaneamente più servizi liturgici. Queste cappelle vengono illuminate da luce naturale, che proviene dalle semicupole, che contraddistinguono le torri soprastanti.

 Le Corbusier scrisse: “[…] Quando sarà ultimata nella primavera 1955,  forse, la Cappella di Ronchamp dimostrerà che l’architettura non è un problema di colonne ma di eventi plastici. Gli eventi plastici non si regolano con formule scolastiche o accademiche, ma sono liberi e innumerevoli […]”.

Veduta della facciata d’ingresso e dell”altare esterno.

Parete Nord.

Parete Nord.

Vista aerea dell’esterno.

Il volume era concepito per far entrare la luce attraverso l’apertura contenente la statua della Vergine Maria e uno spiraglio tra la copertura e il muro del coro a Sud e attraverso i frangiluce sotto la porta d’entrata e piccole aperture nel muro ad Est; dall’altro lato, era caratterizzato invece, da una zona in penombra con pareti chiuse che delimitavano le cappelle secondarie a Nord e il muro cieco a Ovest.

Nicchia esterna ospitante la statua della Vergine.

Nicchia esterna ospitante la statua della Vergine.

La statua della Vergine come appare dall'interno della Cappella.

La statua della Vergine come appare dall’interno della Cappella.

Interno con gli inserti di luce.

Vista dell’aula.

La tradizione vuole che, laddove adesso sorge la cappella di Le Corbusier prima sorgesse un tempio pagano di origine romana, sul quale, nel IV secolo, sarebbe stato eretto un santuario in onore della Vergine. Nel XIII secolo Ronchamp divenne un luogo di pellegrinaggio, che godeva della protezione naturale delle colline circostanti, mentre nel 1873, al termine delle ostilità franco-tedesche, vide riuniti trentamila pellegrini provenienti dalle due nazioni, per festeggiare il giorno della nascita di Maria, l’8 settembre. Nella concezione di Le Corbusier, la spianata diviene una chiesa all’aperto, che trova nel cielo e nell’orizzonte il suo vero rapporto.

L’alta verticale dell’angolo Sud-Est attira spontaneamente il visitatore che viene qui condotto verso Est, dove si trova il coro esterno”.

Altare, pulpito e cantoria.

Questo è anche il cammino seguito dalla processione dei fedeli, durante i giorni di pellegrinaggio, tra la grande porta a Sud e l’altare all’aperto. L’altare ha la solennità di un coro di cattedrale e davanti ad esso trova posto la folla, rappresentante il cuore del paesaggio, mentre la statua della Vergine, posta su un piedistallo rotante, guarda sempre i pellegrini sia durante le celebrazioni all’interno della Cappella, sia durante quelle al suo esterno.

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16 pensieri su “Religione e cultura. Eloquenza, dialettica e fede.

  1. Hai qualcosa contro gli ingegneri?
    Al di là delle battute, molto interessante è questo materiale con il quale tracci la linea di confine tra il vecchio modo di concepire la chiesa e quello nuovo, nato col Concilio di Trento.
    Per quanto riguarda la chiesa di Le Corbusier mi piacque moltissiomo. Ma lui era veramente geniale nel dare forma allo spazio in maniera del tutto insolita.
    Ottimo è l’accostamento tra il vecchio (le chiese ispirate dalla compagnia di Gesù) e il nuovo ( Le Corbusier).
    Complimenti

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  2. Quella di Ronchamp ancora oggi (considerando che stiamo parlando del 1950) è un’opera ardita, ma non tanto per il suo sviluppo architettonico, ma proprio per quella rottura di un equilibrio simbolico, mai modificato nel corso dei secoli. Le Corbusier ebbe la capacità (mutata ovviamente dalla maestria e dal genio) di concepire un edificio nuovo e pulsante capace di inglobare il valore storico e simbolico nelle forme contemporanee di una nuova architettura.

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    • Sì Le Corbu è sempre stato un innovatore (il modulor, gli appartamenti in serie come una macchina da abitare)… E’ l’architetto contemporaneo che amo di meno, sarà che lo vedo molto più proiettato alla funzionalità, che serve intendiamoci però non in maniera maniacale e ingegneristica (oddio non me ne vogliano gli ingegneri 🙂 )come la concepisce lui. Ronchap sicuramente sbaraglia gli schemi di un’architettura che fino ad allora è stata più o meno coerente a se stessa e alquanto statica. Hip hip urrà a Le Corbu… Abbiamo usato lo stesso termine “pulsante”, tu qui, io nel commento a San Pietro… 🙂

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