Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “agosto, 2014”

Piegando lenzuola

Ti dedicherei il mondo, è abbastanza scontato. Però te lo dedicherei nel suo risveglio, che sa di vita che si rinnova, almeno per quella parte che fa del suo nuovo giorno esperienza e non numero di passi. E poi ti dedicherei il sonno dell’altra parte del mondo, di quella che, se non riesce a dormire e si rigira nel letto, fa dell’insonnia una piramide di sogni mentre guarda le stelle. Te lo dedicherei affinché tu possa avere giorni costruttivi e notti illuminate. 

Ti dedicherei il mare, che stupida, dirai. Però te lo dedicherei per la sua capacità di non rimanere mai uguale a se stesso ma di modificarsi e di modellare l’ambiente circostante con la pazienza infinita di tornare sui propri passi, con la dolcezza o l’irruenza del caso, perché a essere troppo buoni a volte si perde. Te lo dedicherei affinché i tuoi giorni abbiano la giusta quantità di condimento nel tuo continuo rinnovamento.

Ti dedicherei il vento. Però quello di scirocco che mentre respiri, il respiro te lo senti mancare, perché il calore arriva fino allo stomaco in una sola boccata e ti asciuga e non ti fa sudare. E poi ti dedicherei anche quello grecale che, forse, conosci di più e che soffiando, crea confusione tra i passanti, gioca formando vortici di robacce a terra che quando è stanco porta lontano, e libera il cielo dalle nuvole, lasciando una sensazione di aria serena.Te lo dedicherei perché a volte è bello vivere col respiro mozzato oppure perché quando tutto intorno a te cerca di confonderti, tu possa fare pulizia e ritrovare la tua via.

Ti dedicherei le montagne che tanto ami, perché sai essere roccia e sai essere forte ma avresti anche il diritto di tremare e crollare e di aggiungere spigoli e spuntoni. Ti dedicherei lo sguardo che cerca l’orizzonte, i piedi stanchi, i miei occhi se li volessi, le mie mani per le tue fatiche.
Ti dedicherei tutto ciò che il mio cuore e i miei pensieri riescono a contenere, che è più di quanto tu possa immaginare ed è sempre meno di quanto vorrei donarti.

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Sintomo

I silenzi

miei e tuoi

fanno somma.

Ho mal di orecchie.

Sorprese immobiliari

porta socchiusa1 BNAvevamo fatto più di un giro con la macchina intorno alla rotonda e lungo le strade laterali, prima di trovare parcheggio. Sembrava quasi impossibile. Eppure tutt’intorno era deserto e un sole accecante rendeva le strade ancora più bianche e desolate. Non ricordo adesso che entrata avesse lo stabile dove dovevamo vedere il nuovo appartamento. Ricordo, invece, che faticai a realizzare che tutto ciò che vedevo sarebbe diventato presto nostro. Più che all’interno di un appartamento, sembrava di stare dentro una villa enorme, labirintica adesso che ci ripenso, con vari corridoi che si dipartivano da quello principale e che avevano l’abilità di farti perdere l’orientamento se non conoscevi a memoria la sua disposizione planimetrica. L’agente immobiliare sembrava a suo agio, dimostrando di aver fatto vedere quel luogo decine di volte. La cosa che mi lasciava perplessa era l’insistenza di mio marito nel volerlo comprare. Sembrava un bambino davanti a un negozio di macchinine telecomandate. E’ vero che avevamo bisogno di una casa e che tutte quelle che avevamo visto finora avevano qualcosa che stonava con i nostri gusti, ma questa era in un posto per noi scomodo e lontanissimo dal lavoro, dalle nostre famiglie, dai nostri amici e poi era enorme per due sole persone. Lui insisteva col dire che sarebbe stato un buon investimento, il prezzo era più che buono per la dimensione dell’alloggio e che avremmo estinto in poco tempo il mutuo e, vendendolo, in un secondo momento, avremmo avuto i soldi necessari per avvicinarci ai nostri luoghi. E poi era ora di allargare la famiglia. Un po’ perplessa mi ero fatta convincere almeno ad andare a vederlo. Dopo aver visitato l’ingresso, l’agente ci accompagnò direttamente in cucina. “Un po’ buia” pensai, forse per il fatto che chi lavorava sui piani di lavoro dava le spalle all’unica portafinestra. I pensili e i ripiani erano bianchi e tirati a lucido e, su proposta dell’agente, potemmo aprire gli sportelli e sbirciarci dentro. Tutto era in un perfetto ordine maniacale, e la mia vista, o forse ancora di più il mio olfatto, fu attirato dal cibo riposto su uno scaffale in basso: pomodori ripieni adagiati all’interno di ciotole trasparenti e involtini cilindrici di zucchine infilzate trasversalmente su degli spiedi. Mi sembrò strano che ci fosse del cibo fresco e così facilmente deperibile in una casa che sarebbe stata venduta. Tra l’altro il suo aspetto era perfetto, non una briciola sulla mensola interna, non una goccia d’olio, non una forma che non fosse esattamente in bilico e al posto assegnatole. Sembrava che dentro l’appartamento ci vivesse ancora qualcuno e che avesse pensato di prepararsi la cena prima di andarsene per lasciarci visitare in pace gli ambienti. Ma l’agente ci aveva assicurato che era più di un anno e mezzo che il vecchio proprietario si era trasferito in Australia e l’aveva messa in vendita perché voleva sbarazzarsene al più presto: non sopportava più alcune situazioni venutesi a creare con un vicino. Non ricordo come fosse il salone, perché lasciai la cucina con alcuni pensieri in testa e, quando mi destai, eravamo già nell’ampia camera da letto matrimoniale col pavimento in moquette beige. Una porta faceva accedere a uno spazioso bagno, con la vasca incassata nel pavimento. Usciti da lì, entrammo nella camera dei ragazzi, anch’essa munita di bagno privato. L’agente ci fece notare che i bagni comunicavano entrambi con un terzo, la cui particolarità era quella di avere i sanitari minuscoli, cosa che presupponeva una grande attenzione alle esigenze dei più piccoli. Ritornati sul corridoio principale e fatti alcuni passi, l’agente si fermò davanti a un’apertura nel muro sulla nostra sinistra. “Venite” disse “vi faccio vedere una chicca, che solo pochi al mondo possono vantarsi di avere”. Solcata la soglia, ci trovammo di fronte a un armadio bianco ad ante scorrevoli, che assomigliava molto a quello di una camera da letto moderna in finitura laccata. “Niente di che” pensai, voltandomi a destra a guardare dove finisse la stanza e il mobile che ne ricopriva l’intera lunghezza. Se non che, quando le ante si aprirono verso l’alto, apparve, come per magia, una specie di reparto di supermercato, con ogni genere di prodotto appeso o ben sistemato su appositi scaffali e ordinato per tipologia. A quel punto i miei occhi e la mia bocca si aprirono da soli, increduli: detersivi appesi per il beccuccio, scope, stracci, prodotti per la pulizia, prodotti per l’igiene della persona, ecc ecc. Aveva ragione l’agente, mai vista una cosa simile in una casa sola! Uscendo, le luci principali si chiusero da sole, convertendosi, prima di sparire, in luci fluorescenti che coloravano le ante dell’armadio a seconda del prodotto contenuto. Stupita e inebetita, seguii l’agente lungo il corridoio… e sulla sinistra comparve un’altra stanza, questa volta molto piccola e buia con una parete attrezzata, una TV e un divanetto. Il corridoio finiva poco più in là. Mentre l’agente continuava a parlare, decantando le particolarità di quel luogo, fui incuriosita dalla presenza di due porte vicine sulla parete di fondo, separate da un brutto armadietto per le scarpe, che stonava rispetto alla ricercatezza del resto. Avvicinandomi mi accorsi che una delle porte era socchiusa. Così, supponendo di vedere un’altra stanza appartenente all’appartamento, oppure una cabina armadio, un ripostiglio, un piccolo giardino, sbirciai dentro. Quello che vidi fu strano e inquietante. C’era sì una stanza, abbastanza grande e con una luce spettrale che illuminava un letto a castello, ma questa stanza non era disabitata come mi sarei aspettata. Aprendo un po’ di più la porta, scorsi le spalle curve e i pochi capelli bianchi di una donna anziana seduta su una sedia a rotelle. La donna alternava attimi in cui gridava e si dimenava a momenti in cui si abbandonava rassegnata sulla schiena. Qualcuno nel frattempo cercava di convincerla a mangiare qualcosa, con la minaccia di legarla e di ficcarle su per il naso il sondino. Non feci in tempo a vedere di più che apparve un occhio arrabbiato nella fessura della porta, che mi intimò di chiudere all’istante. Ruggì inoltre di provvedere al più presto alla sistemazione della chiusura del battente, che qualcuno, tempo fa, aveva rotto. Chiusi all’istante e controllai l’altra porta che, evidentemente, dava sulla stessa scena, se fosse stata aperta. Ma era chiusa con un catenaccio arrugginito. Mi sentii tremare. Nonostante la casa fosse bella, ricca di novità e particolari, sentivo che troppe cose creavano in me quell’inquietudine che mi faceva venire la voglia di correre a girare la maniglia ed uscire. Il corridoio era infinito, o meglio il corridoio principale lo era, mentre quelli secondari si perdevano in meandri bui e angoli ciechi. I colori, anche se predominava una grande quantità di mobilia bianca, anziché produrre luce e chiarore, davano all’ambiente un’aspetto lugubre e spettrale che aumentava con l’incidenza della luce solare, proveniente dalle finestre che davano sulla strada isolata. E poi quella porta mezza aperta, verso una realtà triste, malata e stantia. Sentii di voler andare via. Avevo accontentato mio marito, l’avevamo vista, ma bastava a convincermi che neanche questa poteva fare al caso nostro. Quando mi girai vidi mio marito e l’agente sorridere compiaciuti. Ebbi un presentimento. ” E’ nostra!” disse mio marito. “Volevo solo che la vedessi perché ti ambientassi e la sentissi parte di noi. Vedi, ci tenevo tanto ad avere questa casa perché, prima ancora degli interventi di ammodernamento creati dal precedente proprietario, è stata della mia cara nonna, che tanto tempo fa ha deciso di sacrificare, vendendo, parte dell’immobile perché i dolori e la successiva malattia non le consentivano di prendersene cura. All’epoca aveva deciso di tenersi per sé un solo vano abbastanza grande e un bagnetto annesso.” “E tua nonna è ancora viva?” dissi io spaventata dalla possibile risposta. “Sì” disse “tra poco te la farò conoscere. Ha proprio bisogno di vedere gente nuova. Tra qualche giorno la badante ucraina andrà in vacanza per un mese e la nonna avrà bisogno di non sentirsi sola. Vieni cara, andiamo… Grazie signor Pistolesi!” L’agente immobiliare girò sui tacchi con un ghigno soddisfatto e sventolando il contratto di vendita salutò “Grazie a voi e tanta felicità!”.

Smarrita

Smarrita

nel tuo sguardo chiaro assorto

nei tuoi sorrisi non miei

nei dolci gesti tra tenere mani

nell’estuario serio della tua fronte

quando l’istante ti sorprende pensieroso.

Non so più come raccontarti

non ho più storie da inventarmi

né scuse che mi cullino la notte che

traditrice di pensieri

intreccia le mie gambe alle tue

e il tuo respiro al mio

prima di perderlo nell’aritmia dei battiti in sciopero

prima del caleidoscopio dei colori del mattino.

Sono errante nell’arsura del deserto

e tu acqua d’oasi

lontana

che non raggiungo.

Resti miraggio

solo sogno.

Uno scempio: i Bronzi di Riace

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