Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “settembre, 2014”

Zolfo

Non voglio la nebbiosa condizione del limbo

margine bianco della non esistenza

né premio né condanna

in un’ ovattata malinconia.

Ho aspettato abbastanza e ho mani vuote

e saracinesche stanche per occhi.

Preferisco consegnarmi alle fiamme

piuttosto

ai roghi

al rosso calore dell’azione

non manchevole del coraggio della perdizione.

Mi condanno allo strappo della carne

alla mortificazione del desiderio

mi arrendo all’oblio

in caduta libera nel baratro nero del niente.

Un’ultima preghiera

poi l’inferno.

Consapevolezza

E più sarò lontano,
più sarò da te dimenticato e muto,
come uno che non c’è…

Soliloquio in compagnia

eggimi dentro, semplicemente, attentamente come si fa con un libro prezioso. Mettiti comodo sul divano e inizia a sfogliare le pagine, davanti al vivo fuoco ballerino del caminetto. Immergiti in me, sentendo scricchiolare i miei delicati fogli, a uno a uno, tra le tue dita. Qualche pezzo si stacca, succede sempre con la carta ingiallita dal tempo, ma quel piccolo lembo strappato contribuisce a raccontare la mia storia, vantandosi stavolta di essere stata sfiorata dalla tua presenza. Fai scorrere i tuoi chiari occhi attenti sulla scrittura, falli fermare, indietreggiare, rileggere, falli perdere negli infiniti significati degli spazi bianchi tra le parole e i puntini di sospensione. Leggimi mentre la notte scorre e il fuoco si indebolisce. Copriti, la coperta sembra abbastanza grande per avvolgere anche la mia immagine sospesa tra le frasi e la tua memoria.

Ridi, sogna, respira, ricorda, asciuga le lacrime che bagnano il tuo viso. Un sorriso luminoso non può essere…

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Sinusoidi che non so spiegare

Forzare il corso degli eventi per limitare il tempo del dolore o il dolore nel tempo. Quello che tu ti ostini a chiamare fantasia è la mia lenta eutanasia. In questa condizione di sospensione sto obbligando la mia mente a rallentare. Il silenzio coprirà il rumore ma non il brusio di fondo, così come il buio negherà la vista ma non saprà cancellare i tuoi contorni. Alcune cose esistono senza vederle, come l’ossigeno, le parole, i pensieri. Sarebbe bello credere senza avere bisogno di una dimostrazione scientifica, visiva, tattile. Senza considerare alieno, pazzo, visionario chi sente di più o sente diverso. E poter vedere nell’aria le vibrazioni dei sentimenti come sinusoidi colorate da me a te. Avresti finalmente potuto credere, nonostante gli anni, le distanze, l’assenza, a questo bene incredibile che non so spiegare. Invece tu hai scelto parole di gelo, non un velo di tristezza, né volontà del dissuadere, né frasi di conforto, prendi atto e affretti i saluti. Non sarò ricordo, non sarò mancanza.

Lettere per un lungo addio: Nadia e Francesco

Cara Nadia,

ho bisogno di dipanare questa angoscia che si aggrappa alle mie introspezioni. Ieri ho avuto un frizzante attimo di serenità che mi aveva riempito di stupore e di speranza, ripercorrendo strade amiche di ricordi giovanili. Questi luoghi mi avevano convinto a ritornare, ma più che la nostalgia dei loro profumi era la nostalgia di te a volermi di nuovo qui. Questo tu già lo sai. Adesso non so se è stato un bene. Talvolta vorrei scappare lontano per non inciampare di nuovo in immagini del passato che non è voluto diventare futuro. Il sentirti mi dona speranza, ma quando vedo che nel quadro dei tuoi occhi io non sono disegnato e il tuo quadro ha sfumature che non so dipingere, sprofondo di nuovo in un malessere che non mi lascia respiro. Trascorro giorni strani in cui sono stranito dalla realtà e giro per casa e per strada come se fossi uno zombie, senza meta e senza apparente significato. Invece c’è. Traccio nella mia mente i percorsi che facevamo e camminando a testa bassa rivedo ancora i tuoi piedi accanto ai miei, io un passo, tu due per non rimanere indietro. Ma quello che è rimasto indietro sono io, che non riesco a vivere il presente e ad ogni schiena familiare davanti a me, prego, nel girarsi, che sia abbinata al tuo viso. Non riesco più a vivere così. Ho bisogno di un interruttore che ti spenga dalla mia mente, dalle mie giornate e dai sogni notturni. La scorsa settimana ti ho sognato più volte. In uno di questi sogni, io scendevo le scale di un grande edificio. Le scendevo stando a sinistra e proprio quando ero alla fine, ti ho vista, mentre le salivi, tenendoti alla mia destra. Ho pensato subito che fosse una bella occasione incontrarsi così, per caso, salutarci e poi chissà, magari andare a bere qualcosa insieme. Invece tu sei salita a testa bassa senza accorgerti di me. Fine del sogno, fine delle speranze. Mi alzo con una tristezza che non s’addice ad uomo della mia stazza e della mia età. La sensibilità è roba da femminucce, mi dico in continuazione, ma quando rivedo il tuo sorriso, in una delle tue tante foto tutto va a farsi fottere. So che sei ritornata qui e che, come fai da un po’ di tempo, non mi hai avvertito del tuo arrivo. Posso capirlo sai? Perchè farlo? Non stiamo mica insieme, non sei mica obbligata. Ma mi avrebbe fatto piacere saperlo. Non mi sarei fatto sentire, sai? Avrei rispettato i tuoi altri impegni. Ma il saperti qui, mi avrebbe portato ad uscire più spesso, a prendere aria o forse avrebbe sortito l’effetto contrario, e sarei rimasto tappato in casa affinché tu non incontrassi la mia faccia da scarafaggio. Chissà, se mai in quei giorni, hai girato l’angolo delle nostre strade con la speranza di vedermi? Chissà se mai ti è balenata l’idea di mandarmi un saluto. O passando sotto casa mia, ti sia venuto in mente di cercarmi dietro le tende.

Alla luce di come mi sto sentendo, spero che questa sia l’ultima lettera con il tuo nome sopra.

Ti chiedo dunque, considerato il fatto che non sono capace di farlo io, di avere la forza tu di chiudere. Sii brutale, dimmi che non sei interessata a me, che sono noioso, che non riesco a farti ridere, nè sorridere durante i nostri brevi scambi di parole, che il mio aspetto fisico ti rivolta lo stomaco, che non ti viene in mente mai il mio viso e che a malapena, durante le tue giornate, ti ricordi di me e io, forse, troverò la forza di sparire o di farti sparire dalla mia vita. Dimmi che non ci potrà mai essere futuro, che se mi chiedi come sto, è solo per gentilezza e dietro quelle parole non c’è un “mi sei mancato”. Dimmi che sei felice tra le braccia di un altro o che mille braccia, mille mani e mille lingue non sono ancora sufficienti a fermare la tua sete. E che quando la tua sete si sarà placata, a quel punto ti verrà fame di emozioni che non sono in grado di saziare.

Sono solo un bugiardo. Credi a metà di ciò che ti ho scritto.

In realtà volevo solo dirti che sono invidioso delle orecchie che ti stanno ascoltando adesso e delle pelle che stai sfiorando, anche così senza malizia.

Tuo, finché il mio cuore non deciderà il contrario e finché la mia mente reggerà questo tormento…

Lettere per un lungo addio: Alfredo e Giulia (parte 2°)

14/05/1989

Alfredo, insisto ancora.

Federica delle poste mi ha avvertito di averti già consegnato la lettera precedente e so, per conoscenze comuni al ristorante, che non ti sei mosso.

Risulterò pesante ma a questo punto non mi importa.

Ricordi l’ultima volta che andammo lì? Dicesti che volevi provare una nuova esperienza di cucina etnica vegetariana nel giorno del nostro decimo anniversario. In quegli anni era una novità e ci si sentiva più avanti e innovativi ad andarci. Quando entrammo ci accolse un ambiente meraviglioso, quasi surreale, come se qualcuno avesse spostato qui in Italia un lussuoso palazzo arabo compreso di sabbia, pietre e sale. Una distesa di tappeti rossi ricopriva il pavimento che riusciva a mostrarsi solo negli angoli e negli spazi per far scorrere le grandi porte di legno intarsiato. Sulle pareti invece brillavano piatti di argentone di tutte le fogge e le misure, alternati ad applique di vetro colorato blu, rosso e verde e sopra gli architravi delle porte erano fissate sciabole e scimitarre. Non esisteva spazio vuoto in cui la vista potesse avere un attimo di respiro. Era tutto un insieme di meraviglie in bella mostra.

Ci accolse una signora anziana un po’ ricurva, con un caschetto biondo e la vita cinta da un’alta cintura nera che stringeva una camicetta di seta color turchese. Mi ricordo che pensai che fosse deliziosa. Subito ci fece accomodare e chiamò il proprietario nonché cuoco, un certo Issa. Era un tipo robusto, con un faccione ornato dai lunghi baffi che coprivano delle labbra carnose e due occhi neri che a guardarli ti ricordavano le notti buie del deserto. Sembrava un tipo molto alla mano e dalla battuta facile. Ci fece accomodare in un tavolo posto in un angolino riservato e circondato da tre pareti fittamente addobbate da fotografie in bianco e nero della dinastia giordana. Per tutta la sera Issa non fece altro che scambiare battute con te, imboccandoti pane arabo caldo per farti assaggiare le sue salse. Tu lo trovasti divertente e un bravo adulatore capace di mettere a proprio agio i nuovi clienti e di tenersi stretto quelli già affezionati. Nonostante il clima molto familiare e il cibo ottimo, sentivo una certa ritrosia nei miei confronti. Quel suo non rivolgermi la parola, il modo di servirmi a occhi bassi mi facevano sentire a disagio, una presenza estranea, quasi non gradita. Quella volta pensai che era per colpa del mio modo di vestire o di stare seduta, mentre col tempo capii che era semplicemente lo scontro fra culture diverse a limitarci e la cosa mi diede ancora più fastidio quando, attraverso la tenda che dava sui corridoi delle cucine, sentii il tono con cui si rivolse alla cara signora dell’ingresso: trasudava di pungente superiorità, nonostante la donna lo superasse di gran lunga in educazione e numero di anni.

Dopo pochi minuti dal nostro ingresso, entrò nella nostra stessa sala una coppia. Lui era robusto con i capelli brizzolati, mentre lei, molto magra, lo superava di una spanna. Sembravano felici e nella mano di lei usciva, come un colorato fuoco d’artificio, uno stupendo mazzo di rose rosse. Mentre scambiavano alcune frasi con Issa, sentii che erano lì per festeggiare i loro otto anni di matrimonio, che avevano due figli e che avevano fatto di tutto per prendersi quella serata solo per loro. Questo mi mandò in crisi. Rimasi imbambolata a guardare il vuoto e quando mi chiedesti cosa avessi, non riuscii a rivelarti che noi eravamo diversi. Non io o te, intendiamoci, questo è normale,  ma io e te come coppia. Eravamo sposati da dieci anni e noi, quella frase, non l’avevamo mai detta e neanche mai pensata: “prendere una serata tutta per noi”. E mai negli ultimi anni ci guardavamo come facevano loro, né tanto meno tu avevi pensato di onorare la mia presenza accanto a te con delle rose rosse. “Soldi sprecati” dicevi, quando vedevi qualcuno uscire dal fioraio di fronte casa. E invece loro sembravano due piccioncini che, guardandosi negli occhi, tubavano. Lei ammiccante che sfiorava la spalla di lui, lui che le accarezzava il viso spostandole una ciocca di capelli. In quel turbinio di carezze rubate con gli occhi, scivolai nell’immaginarmi il loro “dopo”: i bambini dai nonni, l’auto nel garage, la mano di lui che avida avrebbe iniziato ad accarezzarle le gambe dal ginocchio fin su, il bacino di lei che ruotava verso di lui in un atto di accettazione, le bocche che cercavano bocche, le bocche che cercavano colli e spalle ed orecchie e seni. E le mani ancora mani e ancora corpi. L’arrancare fino dentro casa, fino sul letto, lo spogliarsi veloci e poi, con un respiro e la consapevolezza del volersi gustare lentamente, piano piano per non far finire troppo presto il piacere di una serata speciale, rallentare.

Ecco Alfredo, questo avrei dovuto dirtelo anni fa.

Il nostro dopo fu, semplicemente, un ritorno a casa senza fremito, senza passione. Un lasciarsi scivolare dentro al letto silenziosi, voltandoci le spalle e con un tuo: “Ah però non sapevo che Issa volesse dire Gesù! Bella serata, buonanotte”.

E buonanotte Alfredo, anche questa volta.

Lettere per un lungo addio: Alfredo e Giulia

12/5/1989

Caro Alfredo,

nell’ultima mia lettera ho insistito affinché tu disdicessi l’appuntamento al ristorante.

Sono ancora qui a chiedertelo perché  mi risulta che tu ancora non l’abbia fatto. E l’appuntamento è tra quattro giorni.

Vedi, te lo chiedo perché rinnovare l’anniversario del nostro ormai defunto matrimonio, non lo fa risorgere dalle ceneri e da metri cubi di terra sotto cui è stato sepolto da anni. Ormai è andato, l’avevamo accettato insieme, tu e io, quando hai deciso che “eravamo arrivati al capolinea”. Proprio questo dicesti: “al capolinea”. Avevi paragonato il nostro rapporto a un treno di cui tu rappresentavi la littorina e io il vagone da trainare. Quella volta mi arrabbiai e ci rimasi male per giorni, come se averti accudito, fatto da mangiare per 36 anni, stirato e lavato tutte le camicie- qualcuna sporca di tracce di rossetto, che immancabilmente facevo finta di non vedere- e i pantaloni, averti dato tre figli, non dimostrasse già che forse quella che trainava ero proprio io. Poco male. Il tempo me ne darà atto, mi dicevo, e forse il tempo adesso sta giocando la sua mano e sta tirando fuori le sue carte, quelle che gli avevi portato via e nascosto nella manica. Lui prima o poi rimette tutto nel giusto ordine, non credi?

Ecco, senza che mi perdo a filosofeggiare e ritornando all’argomento per cui ti scrivo, per me, dicevo, non ha alcun senso questo tuo voler festeggiare. Sarebbe come riesumare un morto per compiangerlo a un nuovo funerale. Ha senso? E’ snaturare la tua decisione presa ormai cinque lunghi anni fa. O adesso te ne sei pentito?

E io credo di essermi ormai abituata a non vederti ciabattare per casa, a non trovare nel secchio della biancheria da lavare le cose tue e mie intrecciate, così come a non far cadere per terra, ogni santa volta, le scatolette delle tue tisane e dei tuoi intrugli omeopatici, a non ripulire il lavabo del bagno dai peli della barba tagliata di fretta.

Queste sono solo alcune delle ragioni per cui non desidero incontrarti. Sai anche che, se non disdici, non sarei capace di lasciarti lì da solo ad aspettarmi, un po’ per me, un po’ per te e un po’ per gli occhi della gente. Perciò non comportarti ancora come un tredicenne indisciplinato e non farmi subire quest’altra umiliazione. Questo almeno me lo devi.

Affettuosamente,

Giulia.

Da “Assetto di volo”

Di solito non posto scritti non miei, ma stasera una mia amica mi ha fatto conoscere questa poesia di un mio conterraneo che mi ha fatto emozionare. La volevo condividere con voi. La versione originale è in dialetto, ma vi offro la traduzione in italiano.

Fronte a fronte, amore, due teste la tua, la mia.

La mia stesa per guardarti meglio.

La tua più alta che a guardarmi vedo

l’arco del tuo ciglio distendersi in pace;

fuori del quadro della finestra,

il verde di erbe grondanti d’aprile:

tutta una primavera taciuta

che taccio per farti più bella.

Dentro il cerchio verde dei tuoi occhi,

da stanco che era, più profondo

più denso nascerà il mondo.

Pierluigi Cappello

Expò e Bronzi: facciamo un po’ di chiarezza (capre- capre- capre)

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