Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Lettere per un lungo addio: Alfredo e Giulia (parte 2°)

14/05/1989

Alfredo, insisto ancora.

Federica delle poste mi ha avvertito di averti già consegnato la lettera precedente e so, per conoscenze comuni al ristorante, che non ti sei mosso.

Risulterò pesante ma a questo punto non mi importa.

Ricordi l’ultima volta che andammo lì? Dicesti che volevi provare una nuova esperienza di cucina etnica vegetariana nel giorno del nostro decimo anniversario. In quegli anni era una novità e ci si sentiva più avanti e innovativi ad andarci. Quando entrammo ci accolse un ambiente meraviglioso, quasi surreale, come se qualcuno avesse spostato qui in Italia un lussuoso palazzo arabo compreso di sabbia, pietre e sale. Una distesa di tappeti rossi ricopriva il pavimento che riusciva a mostrarsi solo negli angoli e negli spazi per far scorrere le grandi porte di legno intarsiato. Sulle pareti invece brillavano piatti di argentone di tutte le fogge e le misure, alternati ad applique di vetro colorato blu, rosso e verde e sopra gli architravi delle porte erano fissate sciabole e scimitarre. Non esisteva spazio vuoto in cui la vista potesse avere un attimo di respiro. Era tutto un insieme di meraviglie in bella mostra.

Ci accolse una signora anziana un po’ ricurva, con un caschetto biondo e la vita cinta da un’alta cintura nera che stringeva una camicetta di seta color turchese. Mi ricordo che pensai che fosse deliziosa. Subito ci fece accomodare e chiamò il proprietario nonché cuoco, un certo Issa. Era un tipo robusto, con un faccione ornato dai lunghi baffi che coprivano delle labbra carnose e due occhi neri che a guardarli ti ricordavano le notti buie del deserto. Sembrava un tipo molto alla mano e dalla battuta facile. Ci fece accomodare in un tavolo posto in un angolino riservato e circondato da tre pareti fittamente addobbate da fotografie in bianco e nero della dinastia giordana. Per tutta la sera Issa non fece altro che scambiare battute con te, imboccandoti pane arabo caldo per farti assaggiare le sue salse. Tu lo trovasti divertente e un bravo adulatore capace di mettere a proprio agio i nuovi clienti e di tenersi stretto quelli già affezionati. Nonostante il clima molto familiare e il cibo ottimo, sentivo una certa ritrosia nei miei confronti. Quel suo non rivolgermi la parola, il modo di servirmi a occhi bassi mi facevano sentire a disagio, una presenza estranea, quasi non gradita. Quella volta pensai che era per colpa del mio modo di vestire o di stare seduta, mentre col tempo capii che era semplicemente lo scontro fra culture diverse a limitarci e la cosa mi diede ancora più fastidio quando, attraverso la tenda che dava sui corridoi delle cucine, sentii il tono con cui si rivolse alla cara signora dell’ingresso: trasudava di pungente superiorità, nonostante la donna lo superasse di gran lunga in educazione e numero di anni.

Dopo pochi minuti dal nostro ingresso, entrò nella nostra stessa sala una coppia. Lui era robusto con i capelli brizzolati, mentre lei, molto magra, lo superava di una spanna. Sembravano felici e nella mano di lei usciva, come un colorato fuoco d’artificio, uno stupendo mazzo di rose rosse. Mentre scambiavano alcune frasi con Issa, sentii che erano lì per festeggiare i loro otto anni di matrimonio, che avevano due figli e che avevano fatto di tutto per prendersi quella serata solo per loro. Questo mi mandò in crisi. Rimasi imbambolata a guardare il vuoto e quando mi chiedesti cosa avessi, non riuscii a rivelarti che noi eravamo diversi. Non io o te, intendiamoci, questo è normale,  ma io e te come coppia. Eravamo sposati da dieci anni e noi, quella frase, non l’avevamo mai detta e neanche mai pensata: “prendere una serata tutta per noi”. E mai negli ultimi anni ci guardavamo come facevano loro, né tanto meno tu avevi pensato di onorare la mia presenza accanto a te con delle rose rosse. “Soldi sprecati” dicevi, quando vedevi qualcuno uscire dal fioraio di fronte casa. E invece loro sembravano due piccioncini che, guardandosi negli occhi, tubavano. Lei ammiccante che sfiorava la spalla di lui, lui che le accarezzava il viso spostandole una ciocca di capelli. In quel turbinio di carezze rubate con gli occhi, scivolai nell’immaginarmi il loro “dopo”: i bambini dai nonni, l’auto nel garage, la mano di lui che avida avrebbe iniziato ad accarezzarle le gambe dal ginocchio fin su, il bacino di lei che ruotava verso di lui in un atto di accettazione, le bocche che cercavano bocche, le bocche che cercavano colli e spalle ed orecchie e seni. E le mani ancora mani e ancora corpi. L’arrancare fino dentro casa, fino sul letto, lo spogliarsi veloci e poi, con un respiro e la consapevolezza del volersi gustare lentamente, piano piano per non far finire troppo presto il piacere di una serata speciale, rallentare.

Ecco Alfredo, questo avrei dovuto dirtelo anni fa.

Il nostro dopo fu, semplicemente, un ritorno a casa senza fremito, senza passione. Un lasciarsi scivolare dentro al letto silenziosi, voltandoci le spalle e con un tuo: “Ah però non sapevo che Issa volesse dire Gesù! Bella serata, buonanotte”.

E buonanotte Alfredo, anche questa volta.

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