Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “ottobre, 2014”

Caronte, occhi di bragia.

La donna continua a trascinare la figlia per la mano ossuta, mentre tiene con l’altro braccio il fratello, sfinito per la lunga camminata. Lo tiene come fosse un cencio, addormentato con la testa dondolante sul suo petto a lambirle la pelle, nella ricerca del seno ormai prosciugato dagli anni e dalle privazioni. Ha fretta, sente le gambe bruciarle. La notte è stata un calvario, una salita al Golgota, dove non si assiste a redenzione, ma il dolore continua, cambia forma, tramuta le sue intenzioni. I numerosi passi, gli affanni e le troppe ore in piedi contribuiscono a convincerla di stare facendo la scelta giusta, quella che la porterà insieme ai suoi figli alla svolta. La svolta… così ambita, così ricercata nell’ultimo anno, dopo la morte del marito, per mano nemica, in un campo freddo chissà dove nel bel mezzo del deserto.

Non pensare, non c’è tempo per lasciarsi andare. Allontana i sentimentalismi, le lacrime, i ricordi.
Devi correre, affretta il passo.
Non sentire la stanchezza, il disagio di scarpe consumate, di sabbia negli occhi, di pelle che brucia, di labbra asciutte, di sete.

Il mare è vicino adesso, si sente il sapore della salsedine, delle piccole goccioline che schizzano sui loro visi infuocati e portano ristoro, si sente il rumore delle onde e quello delle grida. La madre avvicina a sé la figlia, questo piccolo ossetto di dieci anni, che trema, sotto la spalla materna, come un uccellino glabro, il fiato corto, gli occhi, due pianeti confusi che orbitano ovunque.

Spingono, non avere paura, è solo per poco tempo.
E’ il prezzo per la salvezza, è solo il travaglio, che accompagna la vita che verrà, dopo lo strazio, la lacerazione della carne, la ferita.
Tutto si rimargina, rimane il segno, il ricordo, che puoi mettere da parte.

Gli uomini intorno sono sporchi, puzzano di sudore, di bava, di brama di soldi, di sangue ancora non versato o quello raffermo di lavoro sporco già passato, dimenticato. Quello che chiamano barcone è una bacinella, in cui sono intasate il triplo delle persone che potrebbero salire. Dondola, schiena ricurva ad ogni peso in più, bulimico di corpi. Ma la speranza non la fermi, supera le frontiere, fa incastrare membra a membra, un enorme puzzle umano di disperazione.

Fate salire anche noi, vi prego. Abbiamo fatto tanta strada. Ce lo meritiamo. Ecco i soldi, teneteli. E’ tutto ciò che ho, che avevo.

Gli uomini spingono la bambina, sollevano senza fatica quel corpo senza peso e lo fanno salire sull’imbarcazione. Poi si girano per prelevare madre e fratello, ma un individuo enorme fa un cenno. Pochi soldi, solo un altro corpo. La madre stacca il cencio dal suo corpo, per consegnarlo a Caronte. Almeno la nuova generazione vivrà e in qualche modo risorgerà. Ma no, il cencio è grigio, immobile, ciondolante senza il sostegno della madre esterrefatta, morta dentro per metà.

Sei andato via piccolo mio, prima di noi e senza di noi, non hai creduto in me. Il viaggio ti ha privato della vita oltre che della speranza. Ma quale vita si chiama così, se una madre non può neanche piangere, morire un attimo col proprio figlio? Cullarlo prima di cederlo alla crudele terra o all’indomabile mare?

Il bambino viene allontanato dalla madre, frettolosamente. I soldi adesso bastano, ma non bastano oceani di lacrime per descriverne lo strazio. Non c’è spazio per un corpicino nel barcone, per portarlo a diventar cenere in altra patria, neanche se potesse entrare di nuovo nel corpo materno. Nessun posto per la pietà. Non c’è tempo. Il barcone si muove, prende il largo.
La madre e la figlia.
I traghettatori.
I profughi, pezzi del puzzle.
Il mare.
Un piccolo corpo gettato nelle acque, che sono gelide anche se è caldo. Nessuna cerimonia, nessuna tomba, nessuna lapide, nessun nome. Solo memoria di madre, di sorella.
La madre e la figlia. L’ambita svolta, senza un pezzo di loro.
C’è la speranza in questo?
La terra… forse.

Se ci arriviamo.
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Autunno (deliri notturni per giorni a rime alterne)

Non spazzare le foglie
da questo mio autunno
collezionate
secondo i ritmi di caduta
per colori e scricchiolii
per battere e levare
per farne tappeto di capriole
a caviglie deboli e teste pazze.

Ho sollevato un attimo lo sguardo
inseguendo ali di gazze
tra covoni di fieno
parabrezza sporchi
e cieli a chiazze
per imparare la tregua dei sospiri
per concedere ai miei occhi nuove dissolvenze.

Ma ho perso i miei equilibri gravitazionali.

Non sollevare dunque le foglie
di questo mio autunno
accartocciate
secondo i tempi di disidratazione
lasciale a terra vermiglie di passioni
a custodire lucide emozioni
ad avvolgere profonde radici
ad affermare costanti volontà.

Concedimi i piedi a terra e i pensieri tridimensionali.

Qualcosa che mi riporta a te.

Ieri in libreria mi sono trovata davanti a un minuscolo libretto della Bompiani, che raccoglie le migliori frasi del Piccolo Principe. So che ti piace quel libro. Me lo hai detto una volta. Credo di poter ricordare a memoria ogni dialogo avuto insieme e posso dividere ogni conversazione in paragrafi più o meno in questo modo: “Cose belle”, “Cose imparate”, “Meraviglie”, “Filosofie”, “Cose che hanno fatto male” “Arrabbiature”, “Cose che mi hanno fatto sentire stupida”, ecc. ecc. Tornando al libricino, si poteva scegliere tra tre raccolte: “amore”, “buona fortuna” e “amicizia”. Ho scelto quello sull’amore e arrivata a casa l’ho messo in un posto in cui ogni giorno possa ricordarmi di girare pagina e leggere. La frase di oggi è:

L’amore non lo si discute, l’amore è. (Pilota di guerra)

Non ti sembra qualcosa di familiare? Qualcosa di mio? Sarebbe bello se cercassi la frase per me sul testo originale e un giorno mi potessi dire: “Sai, avevi ragione!”

Ti informerò se in quel libricino troverò altre frasi che mi riportano a te. Anche se mi chiedo se ci sarà mai qualcosa che ti ricorda me, che a me ti riporta. (Manchi).

La diga del Vajont: un monumento alle vittime che fa riflettere – parte II

La diga del Vajont: un monumento alle vittime che fa riflettere – parte II

Bronzi di Riace vs Expo: l’epilogo.

Bronzi di Riace vs Expo: l’epilogo.

Ad Ottobre 

Una giacca leggera a coprirmi dai capricci del tempo. Le strade lastricate che giocano con i miei tacchi e talvolta mi chiedono di restare, tra una fuga e l’altra come sopra un pianoforte, bianco o nero, bianco e nero. Io dondolo il piede, mi soffermo su un giro armonico di Do, in fondo io do sempre, ricevo poco, butto indietro il pensiero appiccicato a una ciocca di capelli, sorrido e accelero il passo. Mi dirigo dove il vociare si sente più forte nella scansione delle ore. Tante voci che ne fanno una sola, colorata, forte, piena di futuro. E’ musica, dove tutti sentono un frastuono. E’ la vita che prende vita, è cartilagine che diventa ossa. Ancora pochi l’hanno capito che si ottiene di più con la dolcezza, dove tutti usano il forcone. A rivoltare le zolle di un terreno incolto siamo bravi tutti, a rivoltare gli animi ci vuole passione e la dedizione di un contadino a cui è stato bruciato il raccolto. Il raccolto c’era, il seme aveva attecchito, la pianta stava crescendo nel terreno fertile, ma una mano crudele ci ha passato sopra il fuoco, la sofferenza delle foglie che si attorcigliano in un atto di ribellione, che si tramuta in rassegnazione. Quando tutto si spegne, si sente la disperazione, tutto sembra perduto, rimane la cenere. Ma dalla cenere si ricostruisce. La si sparge un po’ dappertutto, si fa in modo che penetri a fondo, che fertilizzi di nuovo, che rinfreschi dal dolore e purifichi. E con la fiducia si prepara il terreno a un qualcosa di nuovo, che darà nuova pianta e nuovo raccolto. Diverso dal primo perché arricchito dal ricordo delle fiamme. E poi si eliminano le erbacce, si raddrizza qualche stelo, si affina la pazienza sperando che piova.

Attenderò le cadute, il bianco sterile, il freddo ostile. Si rinasce. Dopo aver assecondato il dolore, grazie a chi ti strappa alla morte apparente e ti rimette in grembo al mondo. Con la fatica. Con le unghie. Con il rischio del rigetto.

Sempre.

Ma adesso è ancora Ottobre.

Di ieri

Oggi ha piovuto. Non pioveva da giorni che pensavamo a un’ammissione di colpa da parte del cielo. Ma oggi ha piovuto. Ho provato a tenere l’ombrello saldo, così come i miei dotti lacrimali ad ogni sorriso, ad ogni frase di augurio. Ma non sono allenata a giochi d’equilibrio,  nonostante il mio oroscopo affermi il contrario. Non so cosa succederà domani, ho una corda troppo grossa che mi tiene ancorata a ieri, come una sicurezza o una condanna. Però so che stasera ho mangiato solitudini. Di quelle che rivelano l’amaro nel retrogusto, dopo che hai inghiottito. E so che sarebbe bastato poco a rimettere al posto giusto le rughe dal mio viso. È passata la mezzanotte. Tutto è immobile, nulla è cambiato. Di ieri sono rimasti giri di boa rassegnati, cambi di cifre soltanto…

Quando arrivi lo sento nell’aria

(scusate, ripubblico l’ultima mia poesia, perchè era andata persa, senza che neanche io sapessi come)

Quando arrivi lo sento nell’aria.

Ogni tre nuove lune e qualche alba.

Mi alleno a scrutare lontano

la sagoma di te seduto sospeso

a spolverarti i fusi orari a ritroso.

Posso sbagliare di un giorno, di un’ora

o di qualche minuto di alito nel bicchiere

lasciato sul tovagliato

di schiene e sguardi al contrario.

Ma per sorprendermi a cercare i tuoi orli

non servono date

né colori d’autunno d’estate o di qualche stagione sbagliata

perché tutto è cornice

è solo lo sfondo.

Tu sei Forma e Inchiostro

visione del fremito che ho proprio qui dentro.

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