Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Caronte, occhi di bragia.

La donna continua a trascinare la figlia per la mano ossuta, mentre tiene con l’altro braccio il fratello, sfinito per la lunga camminata. Lo tiene come fosse un cencio, addormentato con la testa dondolante sul suo petto a lambirle la pelle, nella ricerca del seno ormai prosciugato dagli anni e dalle privazioni. Ha fretta, sente le gambe bruciarle. La notte è stata un calvario, una salita al Golgota, dove non si assiste a redenzione, ma il dolore continua, cambia forma, tramuta le sue intenzioni. I numerosi passi, gli affanni e le troppe ore in piedi contribuiscono a convincerla di stare facendo la scelta giusta, quella che la porterà insieme ai suoi figli alla svolta. La svolta… così ambita, così ricercata nell’ultimo anno, dopo la morte del marito, per mano nemica, in un campo freddo chissà dove nel bel mezzo del deserto.

Non pensare, non c’è tempo per lasciarsi andare. Allontana i sentimentalismi, le lacrime, i ricordi.
Devi correre, affretta il passo.
Non sentire la stanchezza, il disagio di scarpe consumate, di sabbia negli occhi, di pelle che brucia, di labbra asciutte, di sete.

Il mare è vicino adesso, si sente il sapore della salsedine, delle piccole goccioline che schizzano sui loro visi infuocati e portano ristoro, si sente il rumore delle onde e quello delle grida. La madre avvicina a sé la figlia, questo piccolo ossetto di dieci anni, che trema, sotto la spalla materna, come un uccellino glabro, il fiato corto, gli occhi, due pianeti confusi che orbitano ovunque.

Spingono, non avere paura, è solo per poco tempo.
E’ il prezzo per la salvezza, è solo il travaglio, che accompagna la vita che verrà, dopo lo strazio, la lacerazione della carne, la ferita.
Tutto si rimargina, rimane il segno, il ricordo, che puoi mettere da parte.

Gli uomini intorno sono sporchi, puzzano di sudore, di bava, di brama di soldi, di sangue ancora non versato o quello raffermo di lavoro sporco già passato, dimenticato. Quello che chiamano barcone è una bacinella, in cui sono intasate il triplo delle persone che potrebbero salire. Dondola, schiena ricurva ad ogni peso in più, bulimico di corpi. Ma la speranza non la fermi, supera le frontiere, fa incastrare membra a membra, un enorme puzzle umano di disperazione.

Fate salire anche noi, vi prego. Abbiamo fatto tanta strada. Ce lo meritiamo. Ecco i soldi, teneteli. E’ tutto ciò che ho, che avevo.

Gli uomini spingono la bambina, sollevano senza fatica quel corpo senza peso e lo fanno salire sull’imbarcazione. Poi si girano per prelevare madre e fratello, ma un individuo enorme fa un cenno. Pochi soldi, solo un altro corpo. La madre stacca il cencio dal suo corpo, per consegnarlo a Caronte. Almeno la nuova generazione vivrà e in qualche modo risorgerà. Ma no, il cencio è grigio, immobile, ciondolante senza il sostegno della madre esterrefatta, morta dentro per metà.

Sei andato via piccolo mio, prima di noi e senza di noi, non hai creduto in me. Il viaggio ti ha privato della vita oltre che della speranza. Ma quale vita si chiama così, se una madre non può neanche piangere, morire un attimo col proprio figlio? Cullarlo prima di cederlo alla crudele terra o all’indomabile mare?

Il bambino viene allontanato dalla madre, frettolosamente. I soldi adesso bastano, ma non bastano oceani di lacrime per descriverne lo strazio. Non c’è spazio per un corpicino nel barcone, per portarlo a diventar cenere in altra patria, neanche se potesse entrare di nuovo nel corpo materno. Nessun posto per la pietà. Non c’è tempo. Il barcone si muove, prende il largo.
La madre e la figlia.
I traghettatori.
I profughi, pezzi del puzzle.
Il mare.
Un piccolo corpo gettato nelle acque, che sono gelide anche se è caldo. Nessuna cerimonia, nessuna tomba, nessuna lapide, nessun nome. Solo memoria di madre, di sorella.
La madre e la figlia. L’ambita svolta, senza un pezzo di loro.
C’è la speranza in questo?
La terra… forse.

Se ci arriviamo.
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10 pensieri su “Caronte, occhi di bragia.

  1. partidilui in ha detto:

    mi piace questo parallelo tra Caronte e i traghettatori, tra letteratura e realtà. Davvero bello.

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  2. Un pezzo molto intenso e pieno di sensibilità che descrive lo strazio di una migrante incerca di una salvezza che forse è un miraggio.
    Direi molto buono. Complimenti

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