Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “dicembre, 2014”

Lui

Lui dorme adesso

dove forse il cielo è rischiarato dalle prime luci d’alba lontana.

Dorme solo -si spera-

o più probabilmente

insieme a occhi sconosciuti, pelle d’ambra, gambe occasionali,

abitudini straniere.

Se è così,

la mano che lo ha accarezzato

le labbra che gli si sono posate addosso

l’ombelico e i seni

ogni centimetro di pelle

e di respiro che lo hanno avvolto travolto eccitato

le parole proferite e i sussulti

hanno preso accolto toccato quel piacere

che svanisce al mattino insieme al nome che

dopo le presentazioni e una stretta di mano

oppure una sbornia

non si ricorda più.

 

Lui dorme adesso

magari girato su un fianco

e io, se fossi lei,

lo guarderei dimenticandomi della stanchezza

lo stringerei più forte

lo accarezzerei piano

provando già nostalgia di mani, labbra, ombelico

e no, non dimenticherei nessun particolare

di ogni centimetro della sua pelle e di ogni respiro

di ogni cosa che rende lui Lui

e lo amerei così mentre dorme

e non solo mentre dorme

e non una volta sola

sempre -perché certe cose non cambiano-

come ho sempre fatto

perchè lui è Lui

semplicemente.

 

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Vieni a guardare la neve

Vieni

a guardare la neve che scende,

piano.

Cade obliqua

grattugiata dal cielo pallido

mentre spostiamo un po’ le tende

e ripuliamo con mani frenetiche i vetri appannati.

Appoggiati qui,

appena dietro di me

e avvolgimi con le tue braccia

in una chiusa di stupore

mentre guardiamo con occhi freschi lassù e dopo

proprio lì in fondo,

la strada sporcata dalla frenesia dell’andare.

Dai, contiamoli i fiocchi come bimbi

e ridiamo increduli per la gioia di questo candore

c’è il crepitio del fuoco

è tutto perfetto

o forse è il nostro millimetrico sfiorarci

che fa tutto questo immenso effetto.

Vieni a guardare la neve che imbianca

le brutture delle agenzie interinali e delle banche

indifferente alle luci agli ombrelli e al mio amare.

Lei conosce la pazienza del silenzio

io conosco quella dell’attesa.

Aspetterò che mi dici che

vieni a guardare la neve che cade.

 

 

Con gli auguri più banali

Da qualche giorno non ho parole

per consolare i rigidi inverni

senza il sollievo del fruscio del mare contro

e voglia di tirarmi su dal letto

per inventarmi l’alternarsi delle albe

e dei tramonti dietro questi monti a ridosso del collo,

che se mi giro un po’ mi sembra di vederti

lassù, mentre li scali con gli occhi alla vetta e in testa

qualche nota sconosciuta alle mie corde.

Sono uscita per cercarti

oggi

per provare al mondo o magari solo a me stessa che

il destino non vuole farci incontrare

per caso

dato che nessuno qui si muove per primo.

E avevo ragione,

quell’assurda ragione che una volta tanto non vorrei avere.

Ed è così che tutto il giorno penso alla frase migliore

da dedicarti per una giornata che se andiamo a cercarne l’origine,

sarà più importante per me che per te.

Dunque continuo a scorrere il dizionario dei sinonimi e dei contrari

per non essere ripetitiva

senza grandi risultati

se l’unica cosa che mi viene da augurarti è questa:

“Che anche quando si spegneranno tutte le luci della festa

continuino a brillare i tuoi occhi

per guardare ad ogni nuovo giorno

con l’emozione di un nuovo inizio.

Buon Natale.”

Ma i tuoi occhi brillano già, che motivo ho di ribadirlo?

Banale vero?

Uff…

(chissà se ci sei… e dove sei…)

Prodezze

Ho preso il nulla

e tutto quello che non c’era e mai c’è stato

e l’ho dilatato, amplificato, fantasticato

ricamato, colorato, vestito

creato, illuso, stregato,

lodato, scritto, cantato

amato.

Subito dopo l’ho appallottolato, cancellato, confuso,

lanciato, ridotto, rinnegato,

gettato, minimizzato, scarabocchiato

odiato.

E poi l’ho riavvicinato, coccolato, abbracciato

perdonato, compreso, calmato.

Tutto questo per un nulla.

Immagina cosa riuscirei a fare col tutto.

 

 

Odore di chiuso

I fili delle ore che stendo compongono ragnatele

immaginarie e annodate speranze tra le dita

sul telaio dei miei giorni più brutti.

La notte li disfo

nell’inganno frenetico di ciò che rimane

dell’odore che non vuole togliersi di dosso.

Fatti presenza nelle ore mie più buie

per resuscitarmi da questo dolore

soffio di vita come già facesti un tempo.

Dimmi che se adesso cado

ci sei e non sono sola

ché dei silenzi di qui dentro ne ho già abbastanza

e mi metto ad urlare per farmi compagnia.

Dimmi che verrai a ristorare i miei tramonti

di colori nuovi e delicati

e che questa Penelope fiduciosa non è così stupida

da attenderti invano.

Padre

Sassi chiusi di grava bianca hai per mani

una più stretta, l’altra più corta

tronchi di cirmolo per gambe un tempo

pazienti e sbarazzine

di quando stavano oscillanti come pigna

volutamente,

non come ora costrette dal destino.

Mi raccontarono di te appena nato

guerriero contro lastre di ghiaccio

armato di sola pelle e voce da tenore.

E’ forse questo che ha inceppato il meccanismo

buchi neri voraci di impulsi elettrici, memorie, parole, azioni.

 

Chiodi aggiunti hai alla tua croce

spine al torace nella profondità delle tue viscere

dove sarà difficile approdare

a voler rischiare.

Mi hanno detto che sei richiamato al fronte

dinanzi al nemico sotterraneo

ma sei privo di forza per lottare

incapace di intendere il fine ultimo

mente chiusa a riccio.

 

Non posso decidere il rischio minore

quando c’è di mezzo l’amore…

Buio relativo

L’auto procede come un lupo nella nebbia. Viaggio a memoria di cetaceo nell’interminabile strada dritta, gelida, nera. Il cono dei fari tondi a illuminare il buio: il faro destro con luce fioca che fotografa l’asfalto a intermittenza di albero di Natale, come piatto vuoto di bilancia, che fa pendere il peso tutto a sinistra. Nessun’auto dietro. Gli occhi guardano lo specchietto retrovisore, in cerca di luci lontane o presenze vicine, subito dopo il cielo pesante di una sera d’inverno, nuvole a ciuffi di cotone a riscaldare una fioca luna piena. Il cuore pompa, sento il battito dentro le orecchie, mentre ingrano la quarta.

L’auto continua spedita, si arrampica su una ripida salita, parte iniziale di un ponte, cerotto per due lembi di terra separate dal volere di acque impetuose. La luna adesso fa capolino tirando su la testa, guarda senza battere ciglio la mia lotta contro questo lento nastro trasportatore, che ritarda il passare delle ore. Gli occhi, ancora puntati sullo schermo di cristallo, cimitero di insetti, Icari intraprendenti di voli notturni, scrutano l’oltre, ciò che si nasconde dietro chiazze di neroverde e muri a secco in bilico da epoche ignote. Accendo la radio, non sopporto la batteria della mia cassa toracica, sollevo gli occhi e vedo stagliarsi in alto una sagoma scura che taglia la mia visuale in senso trasversale, da destra a sinistra e dopo qualche attimo da sinistra a destra. Macchia scura nello scuro della notte, così mi appare, nonostante siano appena passate le 21:30. Guardo dietro e di nuovo avanti, poi di lato. Nessuno. Sono solo, possibile? Non resisto alla tentazione di spegnere i fari, così senza motivo e ad alta velocità. Mi concedo un brivido volontario e assurdo su una strada deserta.  Il buio sembra avvolgermi ancora di più. Non fa per me, riaccendo le luci. Sono le 21:32, le nuvole si sono spostate un po’ più in là e adesso la luna illumina rotonda il cielo, così che  riesco a riconoscere nella sagoma nera, che continua nel suo andirivieni, un elicottero in incognito a fari spenti. Tiro un sospiro di sollievo, non sono completamente solo, anche se questa nuova compagnia non mi entusiasma più di tanto. Adesso il faro di destra mi ha definitivamente abbandonato. Faccio per rallentare, ma quando cerco di spostare il piede dall’acceleratore al freno, un crampo me lo blocca. Cerco di mantenere la calma, il dolore finirà e riprenderò presto il controllo dell’autovettura … in fondo che pericolo corro, se non c’è nessuno? Non distinguo bene, senza faro, il lato della strada, che è inoltre privo della striscia di margine della carreggiata. Strizzo gli occhi un po’ per vederci meglio, un po’ per la fitta e poi li abbasso per guardare il muscolo della coscia su cui è transitato il dolore adesso lancinante. E’ un attimo: il mio sguardo che si abbassa, una striscia di luce sinistra che illumina una sagoma che sbuca dal nulla, un tonfo sordo che dà il colpo di grazia al fanale, facendolo schizzare lontano, uno schiaffo contro l’airbag, il crampo che finalmente mi dà tregua e mi consente di frenare l’Audi a cento metri dall’urto. Scendo frastornato, la mia gamba non è ancora completamente a posto e barcollo per qualche secondo, ma forse più per la botta che per la gamba. Una lunga scia lattiginosa si diparte dalla mia auto e termina nel punto dell’impatto, dove è presente qualcosa che ancora non distinguo. Mi avvicino poco convinto, ma più la distanza si accorcia e più mi rendo conto che quello che giace per terra è un qualcosa di piccolo e scomposto. Un brivido freddo mi congela le vene. La sagoma si muove. Faccio per indietreggiare, qualcosa mi dice che scappare a gambe levate potrebbe essere la soluzione adatta, ma la sagoma allunga la mano come per cercare qualcosa, la trova, mentre io rimango impietrito. Si ricompone, incastrando una testa enorme su un corpo esile, mi guarda dalle due fessure nere che mi intimano di guidare con prudenza e se ne va.

Quello che si ritrova per terra, l’attimo successivo, sono io.

Esagerare

Dove sono le tue mani e la tua bocca

dove il sussulto del tuo cuore

che non ho ancora imparato a farlo muovere?

Chè una volta mi dicesti che la vita non è un film

e io ebbi un risveglio brusco da scivolare dalla sedia

a riprendermi le speranze da sotto al tavolo e rianimarle

con l’avanzo dell’ossigeno rimasto impigliato

tra polmoni e gola

tra gola e denti.

Io che immaginavo l’incontro improvviso dietro un angolo

di un palazzo messo in sicurezza

teste sollevate a rallentatore per sguardi impazienti

di divorarsi con gli occhi

lettere che fanno capolino dalla cassetta

che non abbiano stampato cartelle esattoriali.

Ché il desiderio di Vivian è in fondo anche il mio

e bisogna far saltare tutti gli argini

far entrare la piena ad allagare abitudini

affondare antiche convinzioni

esagerare.

Stavolta ho esagerato io

io esagero sempre!

E’ dal colore che dobbiamo imparare.

E’ dal colore che dobbiamo imparare.

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Che siamo troppo avvezzi a stare male.

…così ti stringo forte, grido amore…

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