Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “marzo, 2015”

Il bianco tra le dita

Ho imparato l’arte dello stare fermi

e quello di intrattenere folle recalcitranti

la misura della serietà e l’eccesso della gioia

l’uso delle parole, la pazienza, l’attesa, il conforto,

la sollecitudine, il polso fermo, la disciplina

tutto il gioco di equilibri sui piatti fermi della bilancia

ferma anche la voce altalenante

nelle sfumature dei suoi toni.

Solo che quando tengo stretto il bianco tra le dita

il corpo composto

gli occhi puntati al nero o su altri occhi

mi sento risalire una tale frenesia che vorrei

raccontare di come si può scoperchiare il blu

nel verde delle colline

il rosso in mare

il marrone nel giallo sole a metà della sua marcescenza.

Che le superfici lisce sanno essere graffianti

nel profondo e che due pupille se le guardi

oltre le apparenze

sono tutta un’anima dentro

rivestita di corazza di pelle

che aggiunge valore al colore.

E che le mie debolezze sono le loro

con la parvenza di età adulta ora

senza la possibilità di sbagliare

e che l’abbraccio dato

è spesso ladro di calore altrui.

La loro ribellione al mondo

è stata la mia

quando in piedi rivelavo crudeli voragini umane

davanti a volti omertosi

bocche di preti spalancate

e un cielo consumato che cadeva a pezzi.

Fugace

Una notte a spostare le stelle

per richiamare i tuoi occhi d’alba dolce

vibranti e vivaci.

Sei fugace come la scia di una cometa

a cui affido i miei desideri

sorprendente meraviglia di un attimo

nostalgia perenne.

Ho un’unica certezza:

se mi pensi

vivo!

Radici

I giorni stratificano pensieri

fertili come terra

nera

e sento inutile rivangare

ciò che mi tiene sveglia ogni notte.

Ho occhiaie come prosciugate pozze d’acqua

e rivoli secchi che percorrono le guance

fino al mento.

I giorni continuano a rincorrere il domani

e penso che ancora non hai avuto modo

di vedere dentro i miei occhi

tutte le volte che ti penso

né di sentire il terremoto

che mi provoca il tuo nome

a fior di labbra e

ancora meno il paesaggio lunare che ho

quando mi dico che tu – in fondo –

non ci sei.

E mi chiedo perché

le radici che ho lasciato

invisibilmente e senza fondamento

crescere su di te

si irrobustiscono al posto di inaridire…

Si fa tempesta

E’ in sere come questa
che vorrei trasmutassi in gesto vivo
le mie paure stantie- niente di impegnativo
immaginavo a ghirigori di presenze
oppure a emozioni
come pioggia calma che rinfresca questa solitudine
affollata.
Io porto in me nubi pesanti e tormentate
due gocce di rugiada evaporate
e due chiuse appena
dentro il palmo della mano.
Se lo schiudessi ancora un po’
le vedresti brillare tutte in modo diverso e
il mio cuore si farebbe grande e piccolo
insieme.
Non so invece cosa porti dentro
il palmo delle tue mani
o appeso alle braccia
ma se le aprissi prometterei
di farmi goccia lieve anch’io
per riflettere il macrocosmo dei tuoi bagliori
prima della dissolvenza.

Ma si fa tempesta adesso.

Ho mani chiuse a pugno e nodi di spavento
sostienimi mentre cambia il vento.

Deserti di eternità perdute

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Non ha memoria della forma

della schiena inarcata

e di quella delle ciglia abbassate

delle labbra dischiuse

della gravità dei corpi

nel dono esausto della notte

il mio corpo.

Non più memoria del rossore dei baci

dell’impasto della saliva

nella frenetica e insaziabile ricerca

del respiro dentro la bocca

la mia bocca:

secca spaccatura al capolinea del mio ovale.

Nessuna memoria di complicità.

Deserti di eternità perdute.

Nient’altro da dichiarare!

Se solo tu

Mentre si fa sera

quando il vento spazza via il cielo

la luce cambia e

le ombre tra i lampioni si allungano

mentre qualcuno corre a casa in bicicletta

o  traballa sul marciapiede

con l’ultimo bicchiere in mano

o il primo amore a fior di labbra

quando tiro le cortine

spudoratamente in faccia al mondo

con noi dentro gli occhi dell’altro

e il respiro fuori dal petto

ad appannare le parole farfugliate e poi interrotte

mentre prendo il tuo viso tra le mani

e lo porto così vicino

da contarti i giorni passati sulle ciglia

quando passando il dito sulla tua pelle

ti chiedo di raccontarmi cosa l’ha strappata in quel punto.

Mentre il mondo non si ferma per ascoltare il mio stupore

quando è solo la mia immaginazione.

Quando io

se solo tu…

Nel mio cercarti ovunque

Ho scritto e riscritto

cancellato e riscritto

ricancellato

ciò che a primo sguardo sembrava perfetto

che non sembrasse la solita scusa

da mancanza di te per rompere

lo spessore di ghiaccio che sento si sia creato

invece di scivolarci sopra.

Vorrei essere capace di danzare

di sentire questo freddo e piroettare

con più forza nelle gambe

per cercare la spinta perfetta

per il prossimo Axel

e invece cado rovinosamente

ferendomi ogni volta.

E’ una partita persa

il mio lottare contro qualcosa che punge

nel profondo

che non so arginare

nonostante gli sforzi.

Fantasia -dici tu-

Ma ciò che di solito porta a vivere a un metro da terra

mi sta schiacciando e spinge così violentemente

da farmi male.

E da questo mio ribellarmi nascono le scelte

decise e dure da privazione

quelle del – è giusto così-

per poi cedere a ripensamenti dettati dal cuore.

E’ un’inutile resistenza

sterile tentativo di soffocare

il mio cercarti ovunque.

Comprendimi, la fragilità è debolezza a volte

e io davanti a te mi difendo come posso…

Extrasistole

Sul tavolo grande della sala comune – oggi –
qualcuno ha lasciato un libro
quadrato, piccolo, distratto.
La scritta sul cartone recita “La felicità”
e io me ne sto alla larga – dico –
da certa psicologia spicciola di consigli della nonna.
Ma poi ho abbassato la guardia e
la mia mano curiosa ha curvato
tutte le pagine insieme
come un vecchio cineografo.
Tutto scorreva veloce: titoli, scritte, immagini.
Ho ripassato una di queste due volte
poi tre, quattro
pupille a lente d’ingrandimento.
Zaino blu in spalla,
le nostre colline,
i tuoi capelli
la tua andatura.
Eri tu – potevo giurarlo.
Ho chiuso  la pagina
prima di mangiarmi il cuore
o soffocarmi col respiro annodato.
Subito l’ho riaperta- volevo essere sicura.
Non eri tu.

Nel cortile dietro il duomo – oggi-
tra le risate di bambini
una panchina è stata occupata
da una figura familiare
sigaretta in mano
gambe incrociate nell’attesa
giubbino appoggiato scomposto.
L’ho guardata per due volte
poi tre, quattro
occhi a piccole fessure.
Il tuo viso,
le tue mani,
il tuo portamento.
Eri tu – potevo giurarlo.
Mi sono girata dalla parte opposta
prima di cedere al richiamo della voce
o a quello delle gambe che volevano raggiungerti.
Subito mi sono voltata di nuovo- volevo essere sicura.
Non eri tu.

Sto di nuovo assaggiando i giorni mesti
dell’anoressia delle tue parole e
soffro di allucinazioni.

Rosso: è dal colore che dobbiamo imparare

Rosso: è dal colore che dobbiamo imparare

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Vento

Soffia il vento forte

urla le sue ragioni agli alberi

schiaffeggia le chiome

stropiccia le foglie cadute

e sbatte questo tappeto di cielo impolverato.

Adesso è tutta una sistina restaurata

l’aria

non una sbavatura

non uno scarabocchio di nuvole

come l’azzurro dei tuoi occhi

che hanno arruffato di nuovo l’umore

delle mie malinconie taciute.

Ah, potesse il vento

spazzare via tutte le immagini di stanotte

riflesse dentro al sogno

per rivelare ai miei ottusi e ciechi occhi

la realtà dipinta

come l’effetto di uno schiaffo violento!

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