Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “maggio, 2015”

Le notti qui da noi.

Nel vialetto verde di prato
a destra stavano in fila soldatini scomposti
di rose
a sinistra una striscia di cemento dove scivolano i miei pattini e
talvolta anche il sedere
nei pomeriggi di fine maggio
col caldo alle porte
i seni freschi a sollevare appena la maglietta.
La mia bici cigolante è stata per anni
complice di chilometri divorati
e gambe tornite ormai andate
unica a conoscere scuse e coraggio
su quel tuo stradone
per concedermi un solo sussulto
che ritmava i miei domani
nel dormiveglia della notte.
Hai presente vero le notti qui da noi?
Luci solitarie a illuminare le vie
il riposo dei cani nei cortili
la pioggia scampata
le gocce di brina sull’erba
il volo assorto delle lucciole
la luna cotta…

E dimmelo che è solo un loop
o un dejavu
quell’odore stonato dell’amore mancato.

(Ri)Morsi

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Avevo un’altalena appesa sotto la terrazza

con due robusti ganci

e una tavola di legno per seduta

quattro mani di bambini a portarmi in alto

che chiedevano spesso

se lo stomaco sfrigolava lassù

e se desiderassi minuti in anticipo

per tornare giù.

Ma io stavo bene a guardare

vicino lontano

la stretta dei mattoni alla malta asciutta

i pezzi come puzzle incastrati a dovere

le geometrie del ragno

e immaginavo un solo salto

che finiva in volo e non in atterraggio.

Ero sognatrice

anche quando poco dopo

sopra la terrazza

gomiti puntati e palmi al mento

ero io pendolo oscillante tra due occhi

che abitavano la casa al di là del campo.

E lui porta con sé

ancora adesso

quel suo modo magnifico

di indossare le sue labbra

che col tempo non ricordano più

quante volte si siano cibate

di pane o seni.

Al pane invidio il sapore del morso

ai seni il suo languore.

Sinfonie sconosciute

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Il sole è a festa sui cardi

una cascina sonnecchia avvinta

dall’abbraccio voluttuoso dell’edera

un vento calmo evapora

l’alfabeto disordinato dei miei pensieri

su un pentagramma di emozioni.

Sono un direttore d’orchestra senza spartito

muovo le mani

acchiappo note al vento come girini

compongo metamorfosi nel brodo caldo

di melodie sconosciute.

Metto in ordine le parole

gli affetti

la mia vita.

E liberami dal male

Contempla questo mio cuore colmo

gli occhi miei intasati

la testa che ha parvenza di lavandino rotto

per i pensieri gorgogliati troppo.

Lava le mie lacrime

infilate negli scarichi della coscienza

a forzare quel grumo di paure

formato ormai a sufficienza.

Tutte quelle mie parole

usate

abusate

ripudiate,

placale !!!

Ecco.

C’è uno squarcio adesso.

Puoi vedere in mezzo

un universo immenso

o un’impalpabile sensazione

che mi svuota di senso.

Tutto appare infinito

davanti al mio corpo annichilito.

Ho smesso

Ho smesso di dire

tutte le cose al mondo intero

con quell’urgenza disperata di chi

ha qualcosa da perdere,

il tempo forse o qualche pezzo di sé

scaduto prima di giungere a destinazione.

Ho smesso di pensare

tutte le cose del mondo intero

con quell’intensità concentrata di chi

crede che se pensi più forte accade

chiudendo gli occhi magari

e recitando quaranta ”ti prego”

in grani da dieci.

Ho smesso di chiedere

tutta la memoria del mondo intero

con quell’atteggiamento pietoso di chi

ha paura della dimenticanza nella mente altrui

o ancora peggio nel cuore.

Ho smesso perché quel mondo intero

sei sempre stato tu e

se non sono mai stata io

dire, pensare, chiedere

non hanno più importanza.

Futuribile

Ho immaginato il peso dei tuoi occhi

la leggera trama della tua pelle

l’evanescente consistenza della tua carne

tutto su di me.

Ho raccolto il tempo e il contro tempo

le intenzioni a mezz’aria

precipitate e sprofondate

dove non possono essere trovate.

Ho nascosto ben bene tutto

ciò che sento

non un sussulto

non una piega

nessun occhio liquido per l’emozione.

Ma se leggi i miei spazi bianchi

puoi essere certo che sei

in ogni sussulto

in ogni piega

in ogni mio occhio liquefatto

in ogni attesa futuribile

nonostante continuo ad avere paura

delle tue dissolvenze

che mi sento dissolta anch’io.

Evanescente.

Tu… sei sostanza di mancanza.

Oro

Biglie di grandine sulle strade

a punteggiare il porfido sconnesso

dal rincorrersi delle auto.

Lampioni spettatori del duello tra nuvole.

Bianco su nero ieri notte.

Bianco d’attesa.

Nero di buio…

Un cappello ricamato a uncinetto

sopra un cielo azzurro

un abbraccio di montagne a gambe allungate

che si riscaldano i piedi fin sotto le nostre case

testa all’indietro a contarsi le rughe del collo

in attesa dei baci del sole.

Bianco su oro stamane.

Bianco su tutto ciò che rimane.

Oro su ciò che manca.

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