Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “luglio, 2015”

Lei

(A Lui sempre)

Lei non riesce a dormire stanotte
si rigira in una camera che dà sulla strada
animata dalle voci
che si consumano lontano.
Non dorme perchè
i nomi di occhi nella folla a te cari
le hanno rapito i pensieri.
Le ha riconosciute ad una ad una
quelle orbite in sfilata
e ad ogni loro passo a lei più vicino
saliva la speranza
per il tuo comparire improvviso
e il cuore di un gradino alla bocca arsa.
Se ci fossi stato
lei avrebbe potuto ricredersi
sui vostri intricati universi
e su tutto ciò che vi rende così dispersi
che si chiami volontà o destini avversi.

Lei non riesce a dormire ancora
la testa è piena di quel te che non c’era
stasera
dei suoi mancati sguardi
che ti avrebbero accarezzato appena.
E se ci fossi stato
lei avrebbe provato a soffocare
il suo battito accellerato
che tu e anche il mondo forse
non avreste tollerato.

Lei ci prova a dormire adesso
scacciando tutte le domande inevase
ma quando fa per chiudere gli occhi
lo spazio è invaso da quella tua irreale presenza
e le si avvinghia un’unica pena
e la certezza
di non essere mai per te abbastanza.
E tu diventi la pace e il suo tormento
tutto in un’unica infinita danza
dentro.

Pozzanghera

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Contengo acqua torbida
stagnante
come di pozzanghera
su una strada sterrata.
Ma se mi guardassi dentro
saprei far risplendere il tuo sole.

Lettere dal fronte (fermati un attimo)

Caro (non so come chiamarti. Non posso usare la parola amico perché il mio cuore non lo tollererebbe, ma neanche una parola più impegnativa perché non posso negare ai miei occhi la realtà. Dunque non ti definisco, nonostante la tua importanza immensa e mi accontento del “caro” perché racchiude ciò che in fondo sei), avrei tante cose da dirti e tanta voglia di conoscere le tue storie, le tue ultime esperienze, l’entusiasmo per qualcosa successa, il tuo minimizzare fatti per me grandiosi.
Non ricordo un periodo in cui mi sia mai dimenticata di pensarti ma sicuramente questo è quello in cui ti penso con maggiore frequenza e intensità. Non so se lo senti, non so se ti arriva.
Penserai che sono patetica, una di quelle persone sempre pronte a piangersi addosso, ma invece no, combatto, sto combattendo la mia dura battaglia in prima fila, in un corpo a corpo stremante, ma non ne vedo la fine, anche se ho gli ultimi alleati che mi aiutano a sopportare le ferite al morire del sole. Gli altri dileguati e alla larga, nessuno vuole disinnescare bombe che non ricadono nel loro territorio. E allora io mi rintano nel mio mondo fatto di piccole cose e scaccio l’idea che mi basterebbero poche tue parole o solo la consapevolezza che ci sei per ritrovare le forze. Ah se tu tenessi a me e trovassi il modo per farti presenza. E se sentissi che ci sei, quando chiudo gli occhi la sera, non sentirei questo senso di irrisolto e la sensazione di aver lasciato un pezzo di me a vagare lontano per il mondo. E inevitabilmente il pensiero va a quando si getteranno le armi e si scriveranno le condizioni di tregua e mi tormenta il pensiero se tu allora ci sarai oppure, per il troppo tempo trascorso, avrai dimenticato i confini del mio essere, che tra l’altro non ha niente di così speciale ed esclusivo per convincerti di restare. E l’andare avanti ad occhi chiusi senza saperti nel futuro mi fa più paura della rinuncia a te di adesso.

Trattenere

Non sto mostrando a nessuno
gli occhi miei di sale
lucidati a specchio
all’antica maniera:
una alitata
e una passata di giornale
e tutto di nuovo a brillare
a guardare il mondo
senza più ditate.
E quando sento premermi
il lacrimare
guardo al cielo e soffio in su
trattengo il respiro
gli spigoli di certi volti
o di certi silenzi
le cattiverie randagie
i rospi ingoiati.
E tutto fa male.

Le mani sugli occhi

mani viso

Quando ero giovane
e la tua mancanza insisteva
mi bastava premere i palmi sugli occhi chiusi
e pensarti intensamente.
Il rosso e il nero dentro le palpebre
a poco a poco sfumavano nella tua figura
coi tuoi sorrisi
le tue movenze e talvolta
riuscivo anche a sentire
lo spostamento d’aria
provocato dal tuo ricordo.

E tutto tremava.

Adesso non più così giovane
chiudo gli occhi
premendone sopra i palmi.
Non c’è più il rosso
ma mi appari ancora in dissolvenza.
Tutto il nero che ha preso il sopravvento
svanisce.

E io continuo a tremare.

Rumori

Alice aveva sentito dei rumori provenire dalla cucina. Era assonnata e l’ultima cosa che voleva era tirarsi su dal letto ad ispezionare la casa. In fondo abitava in un paese tranquillo e il suo appartamento affacciava su una delle vie principali del centro storico, luogo troppo in vista per far accadere qualsiasi cosa.
La sveglia sul comodino segnava le 2:34. Solo mossa da un senso di responsabilità, buttò giù le gambe stanche, le infilò nelle infradito e ciabattando ad occhi socchiusi si avviò per il lungo corridoio che portava nel soggiorno, lanciando un’occhiata alla camera dove le bambine dormivano pienamente. Sembrava apparentemente tutto tranquillo. Entrò in cucina e si avviò verso il lavello a luci spente. La cascata dell’acqua dal rubinetto dentro al bicchiere la svegliò completamente. La sua gola mandò giù ampie sorsate con rumori sordi. Sembrava che il sonno del vicinato dipendesse dalla sua abilità di deglutire in maniera silenziosa , anche se non ne era capace, e in quello spazio di mattonelle tra il tavolo e il lavello tutto sembrava amplificato.
Chi se ne frega – pensò.
Posò il bicchiere, si avviò a letto e solo dopo aver varcato la soglia tra la cucina e il soggiorno si accorse che la mascherina dell’accensione delle luci era sradicata dal muro e i fili penzolavano scomposti. Un fremito le corse lungo la spina dorsale, quando vide che tutte le prese sembravano degli impiccati sospesi nel vuoto. Provò ad accendere le luci lo stesso, in un gesto disperato di non voler comprendere la realtà, ma niente, i fili erano recisi e rischiò solo di prendere la scossa. Scrutò immobile l’oscurità immobile. Un silenzio ora avvolgeva la stanza. Nessun movimento. Tutta la sensazione nebulosa della violazione. Chi poteva essere stato? Perché? Dov’era adesso? La stava guardando di nascosto? Il pensiero corse alle bambine ma le gambe erano ferme, la costringevano ad essere inchiodata a guardare una scena surreale. Gli occhi vigili, invece, tentavano di trovare l’anomalia, la matassa del filo aggrovigliato. Eppure l’anomalia c’era, quel qualcosa che non era lì qualche ora prima e che stonava in mezzo al tappeto. Non un gioco, sembrava piuttosto il corpo di un animale, che la luce esterna deformava e trasformava un po’. Scorgeva appena un muso allungato e più su due piccole orecchie. Solo quello, niente corpo. Il sapore del vomito le salí in gola, ma decide di rimandarlo giù per non gridare. Doveva reagire. Scrolló la testa, aveva il fiato corto, chiuse gli occhi per concentrarsi, per cercare di muovere velocemente le gambe.
Si svegliò sudata con le gambe in corsa che avevano calciato e appallottolato le lenzuola ai bordi del letto. Quando realizzò che stava solo sognando rallentó le gambe, controlló il respiro e si calmó, anche se non del tutto. Erano le 2:34. Doveva alzarsi, bere qualcosa, ma il solo pensiero di andare di là la faceva tremare. Vinse la paura, si alzò, passò prima dal bagno poi si diresse velocemente in cucina, buttando un occhio nella stanza delle bambine che dormivano profondamente. Entrò in cucina a luci spente, aprì il fracasso dell’acqua che la svegliò, bevve e si avviò di nuovo verso la camera da letto, passando dal soggiorno. C’era qualcosa di strano al centro del tappeto che decise di controllare meglio al mattino. Ignoró le prese della luce e i brividi lungo la schiena. Le luci dell’alba avrebbero riportato tutto alle giuste dimensioni.

Naca

Era una strada lunga
sotto il sole
quella per il mare
gli zoccoli di legno a sbattere l’asfalto
a gara a chi li consumava di più.
Un sottopasso maleodorante
con sabbia e erba secca
la littorina che passava a ore alterne
noi a driblare i ricordi delle fiumare
a fila indiana
un lavandino rotto a destra
sdraio accartocciate sulla sinistra
installazioni futuristiche
di contemporaneità non comprese.
Avevo costumi contesi da altri corpi
occhi e sogni grandi
la fretta del faro di illuminare le rotte
la sete della sabbia sottopelle.
E gli occhi rossi senza occhiali
per scrutare i fondali
cronometri ai polmoni
il riposo dell’ape sulla carne viva
la pazienza delle ore
che si consumano.
L’ipnotico richiamo delle onde
come naca
per la mia nostalgia latente.

Ciecamente

Il cuore ho aperto.
Ho chiuso gli occhi
per vedere meglio.

Sembra ferma

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Quella calma sinistra
dell’aria immobile
prima dell’occhio nel mirino
prima dello sparo
prima del disperato fremito del volo.
Lo scrutare furtivo intorno
alle spalle
le orecchie tese.
Un’atmosfera surreale
dai contorni intollerabili.

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