Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “settembre, 2015”

L’amore immutato

Ho ancora gli occhi
chiari di meraviglia per stupirmi
delle sfumature delle albe
e dei tracciati delle stelle
di Venere che apre e chiude
le tende della notte
dell’occhiolino della luna
che anticipa
lo starnuto del tempo
e la bocca spalancata dell’universo
in espansione.
Ho ancora l’arnia
traboccante del mio cuore
da riempire ad ogni leccata di dolcezza
che ti concederei
per lasciarti poi addormentare
nella risacca dei miei seni
al ritmo della marea del mio respiro.
E ho la mia pelle quasi come foglio
stropicciato
un’antica mappa del tesoro
sulla quale tracciare rotte
tra i miei nei allineati
o come tavolozza
dove spargere colori di primavera
ché l’inverno c’è già stato.
Ho la fatica di un altro anno
che addosso si posa come neve
leggera pesante
nell’accumulo della consapevolezza
che le cose lasciate libere di andare
sono quelle che non smetterò mai
un istante
d’amare.

E per chi è curioso di sapere quanti anni domani cadranno addosso come neve a Soliloquio, passi dai versi alle espressioni algebriche … ché al giorno d’oggi bisogna essere pronti a tutto 😀

× = [(6×5)+(3×4) -3]

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Intangibile

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Sei la sensazione dell’impatto
quando di fretta ci si gira
e i corpi si schiacciano
per non potersi oltrepassare
la consistenza del vapore
diafano e fluttuante
il passaggio dentro me
il mio attraversamento
come il taglio dell’aria
nel volo rapido di un gabbiano
il respiro buono del mattino
una turbolenza
il groviglio delle mie interiora.
Sei presente
così invisibilmente
da rendere incontrollabile
tutto ciò che non si chiama ragione
che la ragione vuol piegare
alle giuste dimensioni.
Sei sempre
quando non vuoi
ogni volta che non voglio
tenermi legata all’impossibile.
Sei la mia infinita parte mancante
intangibile.

Meschino

Meschino
l’oggi
il minuzioso conteggio di ieri
come da addetto bancario
da strozzino dimentico del bene
interessi schizzati al massimo del valore.
Meschino
l’affaccio dello sguardo
da sopra la spalla
un balcone sfiorito a primavera
un pugno di macerie nel vaso.
Meschino
lo stare forzato
la mano allungata a cercare piaghe
ancora fresche
e pieghe negate
che abbisognano di distendersi
a voragini aperte all’aria nuova.
Meschino l’arresto
le cose rivoltate a maniera
che rivoltano anche me
i panni stesi in piazza
il loro odore di putrido e di menzogna
il fango a piene mani gettato in faccia
tutto il tempo dell’attesa
meschino.

Nudità

Ha chiamato un amico
uno di quelli con cui si parla del tempo
dell’economia
della fatica a fine mese
dello scoppio della coppia moderna.
Ha concluso con uno spiazzante
“Peccato che siamo lontani….”
pensiero ad alta voce
– a detta di lui –
rimasto sospeso a mezz’aria.
In quell’istante ho immaginato il tuo viso
e come si sarebbe modificata
la linea della tua bocca
se fossi stato tu a pronunciare quelle parole.
E ho pensato a volo pindarico
a cosa si prova a poter intrufolare
le mani dentro la giacca
alla ricerca della curva della tua schiena
nell’affondo di un abbraccio
cuore a cuore
mente a mente
mentre bevono i miei occhi
in un sorso interminabile
i tuoi.
E mi è apparso molto chiaro
il significato del termine
“nudità ”
che non ha niente a che fare
con il tappeto dei vestiti scomposti
sul pavimento.

Acceso

Giallo della schiena al davanzale
investita dal sole
ad accogliere il battesimo di luce
dolce lama
che riscalda il midollo spinale
la carezza mancante alla mia pelle
la conta delle vertebre
il sapore della consolazione.
Bianco il nodo alla gola imbrigliato
al bisogno della tua voce
come sussurro all’orecchio di un bimbo
per convincermi dell’immobilitá delle cose
al buio – unduetrestella
e tutto immobile anche a luce accesa
all’improvviso.
Blu la via
delle vene sottopelle
tra lo schermo del mio seno
e i piedi nudi.
Rosso acceso
se imparassi a chiamare il mio nome
nel nero della notte.

Della mia notte

È uno sciogliersi lento di cera
una luce che si affievolisce piano
il ripetersi continuo del tremolio
della notte
e le sue ombre.
Tu sei la mia allungata.
Buonanotte mio altrove
buonanotte mio lontano.

Sottotono

Sottotono
una strascicante musica
di violino scordato
di sé stesso
come sottofondo.
In fondo anche il suono del mare stride
e avvolge con la sua coperta salata
il mio oscillante corpo nudo.
Nudo come il mio cuore dietro
le tue spalle girate
di quell’insistente onirico che non comprendo.
Comprendo invece tutto il trambusto
impastato del risveglio
la voce acuta dentro l’orecchio
a suggerirmi rinuncia.
Fosse stata almeno più tollerabile e
di un tono sotto.

E tu e sempre tu…

Settembre

La patina scura della notte
si è scrostata come pane cotto
sulla tovaglia del giorno pallido
e un cane randagio lecca
le prime briciole delle ore.
Il sole prova ad ingiallire l’aria
dietro le nuvole appallottolate del nostro scarabocchio di cielo
ma brucia solamente la sua sconfitta
al passaggio del vento.
È settembre
e già si sente che qualcosa cambia
nel tempo fragile delle false partenze
o dei veri epiloghi
e lascia in bocca il sapore dell’incertezza
bianco come un fantasma
ma dalla consistenza del cemento rappreso
avvinghiato ai tuoi piedi.
Che pensiero…
È colpa della mancanza del mare
o forse perché oggi l’hanno messo qui
a sgocciolare tutto in verticale.

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