Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “dicembre, 2015”

L’imperfezione degli istanti presenti

Non mi si potrà chiedere adesso
di dimenticare
la luce accecante dei tuoi occhi
tutti i particolari che avrei dovuto imparare a memoria
se fossimo stati soli.
Li avrei impressi calcandomeli forte
dentro per avere ricordo indelebile
al movimento delle tue labbra
che ho osservato rubandone l’essenza al tempo
e che riesumo per farle di nuovo risata.
Ma sono impossibilitata – se ci penso –
al ricordo delle tue mani e a come le tenevi
per ripararti dalla brezza leggera…
le mie invece erano imperfette di sorpresa e adrenalina.
E non mi si chieda adesso
di non abbandonarmi
alla concessione di una possibilità
alla speranza devastante
che la tua voce calda mi rimanga
accanto come certezza
né mi si può chiedere di non cedere al dolore
che questi giorni fugaci e troppo brevi
portano con sé.
Mi ha accompagnato stanotte
un qualcosa di dirompente
un diluvio incessante
che ha sconquassato le viscere
come dopo il tuo passaggio
una paura della fine e una
per il prossimo tuo partire
che tutto annulla e rattrista
e vorrei implorare forte: “rimani”…
La tua assenza trasforma l’andare
e i suoi significati e li rende tutti banali.
E per dimenticarti dovrai morirmi qui dentro
senza mai riuscirci.

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Aria

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Le foto sono dono di una persona speciale 

Seconda al fuoco l’aria ti appartiene
quella rarefatta
che fa mare i cieli e le creste isole
a bucare
come Veneri native le nuvole del mondo.
Aria che conosci nel contrasto dell’attrito con le ali
che la tua fatica calibra e modella
e rende libere al volo.
E hai dell’aria quella leggerezza buona
nelle movenze
nella musicalità del tuo parlare
che annulla l’etere denso tra me e te
e mi strappa via il respiro
la stessa che poi si fa afflato dolce
che sa riportarmi in vita
ancora una volta.

P.S.
Le cose belle si contano sulle dita e io ti conto sempre due volte.

3-Acqua

Ho il retrogusto dei tuoi occhi
bevuti a fiato sospeso
tutto d’un sorso
capogiro al mio corpo
ebbrezza alla mia anima
sazia mai di te.
Ho imparato a solcare le tue parole distillate
quando ti fai diluvio ai miei occhi
maremoto alla mia coscienza
e tutto travolgi rendendomi palude.
Vorrei invece saperti trattenere qui
tra queste mani mie gelose
per non farti mescola
e farmi ampolla
ai tesori a te preziosi
senza imbottigliare.
E viverti nei giorni
di cascata e acqua fluente
di onda vigorosa e sfuggente
e in quelli di acquitrino e stagno immobile
pozza scura al temporale:
ti siederei accanto
proprio lì sul bordo
a guardare la superficie e tutto
il tuo contorno
perchè per quanto asciutto tu ti possa mostrare
sei custode di riflessi
specchio al cielo e a tutti i suoi astri.

Della meccanica del volo (e degli attimi antecedenti le ipotetiche prossime rovinose cadute)

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Inaspettatamente
mi ricarichi la felicità.

Chiamami

Chiamami una volta al mese
ti racconterò qualche fatto
importante e qualche frivolezza
come del giorno in cui
ho sfiorato due frontali
e alla radio andava
“Crash! Boom! Bang!”
e ho pensato all’ironia della vita
ed ho sorriso.
Chiamami una volta a settimana
ti racconterò che mi piace
il fresco contatto con questi ambienti
enormi e labirintici – ho una planimetria
schiacciata nell’agenda –
le menti impegnate che mi gravitano
attorno i sorrisi d’indipendenza
e la sorpresa di alcuni nel trovarmi qui.
Ti racconterò dei risvegli frenetici
del lunedì, che il mercoledì
non fa più tanta paura
e il sabato ha un andamento spesso
sussultorio.
Chiamami una volta al giorno
quando il mattino spazza il buio
a colpi di spazzola e liscia le nuvole
in lontananza.
All’ora di punta
quando ho mani impegnate
e solo lo spazio tra il collo e la spalla
da poterti dedicare.
Chiamami nel pomeriggio che sanguina
la sera quando i silenzi
affollano le stanze e i rumori
fanno sussultare.
Chiamami…
la notte è un ciclope da accecare.
Ed è più facile in due.

“Sempre lo stesso giro infinito di parole”

Le mancanze fanno fare cose stupide.
Scrivere senza quella pulsazione
che mi premeva il cuore
dopo ogni tua parola
per esempio.
Ho la sensazione di essermi inaridita
di scaraventare emozioni su questi fogli effimeri
solo per scacciarti dalla mente.
E scrivo di fuoco e di terra
e poi scriverò di acqua e di vento
– lo so, l’ho pianificato –
solo per evitare di muovere
ossessionatamente le dita
per il mio conto approssimativo
delle ore e le labbra nel loro bisbiglio.
La tua giornata sboccia
la mia non vuole chiudersi
nella speranza che mi giunga
un tuo pensiero
in qualche forma assurda.
Ma non c’è.
Se solo ti fossi mancata
se avessi mai inciampato
nel mio nome
l’avresti già fatto.
E la consapevolezza è già
una sorta di condanna.
Come il tuo sorriso impresso
davanti agli occhi
… un girotondo!

2- Terra

Le superfici si sono fatte secche
solchi, crepe disegnano i miei contorni
frattali.
È un abbandono alle tenebre
uno sguardo all’abisso e alle sue profondità
ove v’è solo il barlume del ricordo
non più occhi per vedere.
La mia materia si annerisce
putrida e muore
sotto il peso di altri affanni.
Sembra lo sfacelo
la fine.
E invece poi tu hai nelle mani
il dono di rivoltarmi
rimescolarmi le viscere
esporre alla luce esuberante
la faccia nera delle mie zolle.
E ridai sostanza all’intima mia natura
mi trasformi in valle
fertile e rigogliosa.

E mi fai grembo al tuo seme.
Ogni cosa rifiorisce
e tutto vive.

1- Fuoco

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Un doveroso grazie a Max de “Il ricordo perduto” che ha giocosamente suggerito l’inserimento di un’immagine e gentilmente concesso che io gli fregassi senza sforzo la sua 😀

Starebbero i corpi in un calore ardente
nell’abbraccio liquido
delle viscere dentro i nostri ventri
e lava rossa la lingua
insinuante nei profondi solchi
nelle tue superfici irte e nei miei avvallamenti.
Una sola danza come sensibili fiamme
nuove levigate terre vive
da scrutare sotto le nostre dita
e luci avvampanti ai nostri occhi.
E poi improvvisi scoppi
dirompenti fragori
e tremori ribollenti.
Vulcani
potremmo essere io e te
che si addormentano
lentamente.

Quando ci vuole molto tempo è solo per rendere ragionevole il cuore.

I no
i “non ti voglio” vanno urlati
gesticolati
graffiati
senza lasciare dubbi aggrappi
spiragli.
E vanno ribaditi
con coraggio
platealmente
senza indifferenti silenzi
senza femminee delicatezze
senza rimandi
senza un dopo.
Non si lasciano aperte le porte ai no
nessuna possibilità
non spazio futuro.
I no non devono avere oscillazioni
tentennamenti paure.
E devono essere ghigliottine definitive
nessuna illusoria carezza
non un mi dispiace
nessun ripensamento
non si può farsi piacere
ciò che non piace.
Va invece sussurrato
tutto il resto
soprattutto l’atroce “ho capito”
appena percepibile
un fiato dolce
una disperazione sottile
prima della resa.

E io adesso
te lo bisbiglio
dolorosamente
pudicamente e in silenzio:
ho capito … ho capito.

Tremore

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Nei rami oscillanti
al volo sincrono degli usignoli
al moto paracadutista delle foglie
attirate dal capriccio della terra
si nasconde il tremore del tronco
nudo di abbandono
attonito alla linfa.
Similmente ritrovo me stessa
spoglia e scossa
dal tuo spicco
schiaffeggiante il vento.
Silente.

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