Soliloquio in compagnia

Una delle cose che succede quando scrivi sulla tua vita è che educhi te stesso. Andy Warhol

Archivi per il mese di “febbraio, 2016”

Vuoto

Avrebbe sentito il bisogno di stare sola, di chiudere tutto, di infilarsi sotto le coperte e non uscire per giorni. Proprio quella sera, proprio quando la gola le si stringeva ad imbuto e a malapena le faceva passare il respiro. Proprio quella sera in cui tutte le luci erano così forti e le voci così numerose e le presenze così ingombranti. Come quando si rimane sul marciapiede della stazione e il treno è già partito e la mano che ti saluta si fa piccola e trasparente dietro il vetro fino a scomparire, ma la gente cammina lo stesso presa dai suoi orari, dal suo bagaglio e dal suo biglietto obliterato per chissà dove. E tu sei lì che senti il pullulare intorno, ma non ci sei veramente e non riesci a staccare lo guardo da quella mano, da quel saluto e i piedi da quella mattonella dove ti sei appollaiato per non cadere, ché se ti sposti un po’ vieni meno, cambi l’algoritmo che ti ha portato fin là e tutte le tue certezze. Proprio quella sera che il cielo aveva un peso diverso ché tutte le nuvole si erano messe a piangere insieme e lei a loro non si sentiva di dire di no in un atto di stupida solidarietà. E le lacrime sgorgavano copiose per quel giorno e quella sera e per tutti i giorni e le sere passate in cui si era sentita nello stesso modo, un cuore senza battito, un occhio senza vista, una persona incompleta e colpevole per questa incompletezza che non sapeva colmare.
E rimasta sola non c’era più niente da dirsi, niente da ricordarsi, niente per cui biasimarsi. Nessuna punizione avrebbe avuto lo stesso effetto crudele del vuoto che ora si sentiva dentro.

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Della stoica sopportazione del dolore

Scrivo la mia notte che è stata
questo giorno e la tua notte
tutto il buio padrone dei tuoi piccoli occhi
vagabondi tra il corpo rigido
capriccioso
i minuti eterni del tuo abbandono.
Scrivo la terra del tuo sorriso
lo scandire delle stazioni
la tua solitaria via crucis
e noi
a mutare in sindone il tuo volto
– un litro di acqua al tuo calvario.
Scrivo l’abitudine alle corsie grigie
alle linee a terra
i nostri fili di Arianna attorcigliati
verso la disperazione ordinata
in base al piano: uno nuovo a settimana.
Scrivo per il tuo sangue e per il mio
raffermo tra i troppi pensieri
che affollano la mente
scrivo per tutto il colore che serve
a questi muri per dire che siamo ancora vivi.

Scrivo l’accanimento contro chi non ha più forza
né voglia di reagire
scrivo per tutto ciò che sento accadere
cadere deperire rompere –
le cose  davanti al mio sguardo
e per tutto ciò che sento svanire consumare perdere –
le cose dentro le mie mani
il tuo viso tra le braccia – per esempio-
che solo adesso sento di non aver accarezzato
abbastanza.
Tutto intorno crolla
e io vado in pezzi nei posti invisibili
che non ti posso dire.
Resisti!

 

A mio padre  che si confonde a volte col colore delle sue lenzuola ma che continua a dire di stare bene.

Misura

Non posso sottovalutare i tuoi occhi
due perle che nuotano dentro due laghi
candidi e trasparenti.
Ho conosciuto il sapore delle mie lacrime
per quegli occhi
quando vedendoti all’improvviso
ho scoperto che può piovere
anche da dentro senza preavviso.
È la potenza irrefrenabile di certe emozioni
trattenute troppe volte
che mi inonda
mi travolge
che mi lascia dispersa
a chilometri di distanza da me stessa
e il ritorno al punto di partenza
è sempre un’impresa impossibile.
Tutto non fa che ripartire da te
– anche trattenendoti con un gesto invisibile –
e dal tuo sguardo che ha ridisegnato
i confini del mio esistere e le rotte
delle mie irrequiete immobilità.
La mia memoria acuita è un amplificatore crudele
dell’eco dei miei sogni
e continua imperterrita a scolpirmi la tua immagine dentro.
Se tu sparissi
quale sarebbe la misura delle mie voragini?

Dissolvenza

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Magari l’aria
saturata dal tuo sguardo
a rendermi meno trasparente
a far cambiare rotta
alla linea della mia bocca.
Parlami!
E torno ad esistere.

La mia quiete

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La mia quiete ha il tuo volto
mi sorprende come la gondola
la sua onda mimando l’equilibrio.
È un sette senza significato alchemico
solo le lettere che compongono il tuo nome
– come il mio – pronunciate sottovoce
in un unico respiro.
La mia quiete è un gomito sul piano
della tua parola trasparente
che alzo come un alcolista disperato
che ne chiede ancora – l’ultima goccia
richiede la calma parsimoniosa per le cose buone
che non devono finire –
Sulla superficie della mia bocca
la mia quiete ha la curva del tuo collo.
Mi manca senza averlo mai avuto.
Un subbuglio.

(Sta diventando terribilmente stupido il mio sentire in questo modo)

Per non farsi del male

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Dalle atmosfere oniriche qualcosa
ci ridesta sempre:
un rumore sordo
uno scricchiolio improvviso
un bagliore obliquo
un sussulto muscolare
lo sbattere involontario delle palpebre
la sensazione tangibile di cadere.
Tu, per esempio,
sei stato, sei e rimarrai sempre
il sogno mio più grande,
unico e ricorrente.
Ma talvolta si è così vicini al bordo
che la tempistica del risveglio è necessaria
per non farsi più del male.

 

Sentiero

Tengo da parte una carezza lunga
quanto tutti i tuoi giorni d’assenza
che possa bastare
per lo spazio tra i miei dotti lacrimali
e il tuo petto.
Continuo a parlare
all’ombra della polvere delle cose
dialoghi che non saranno mai
e il tempo pesa
come la nebbia che cela
il muro della casa di fronte
così che io possa immaginare
oltre, il prato dove da ieri
fanno capolino in anticipo le primule.
Ovunque tu sia
la nostra estraneità ha sempre
la sensazione del troppo familiare
come il sentiero sottile che traccia la matita
quando disegno il tuo viso su un foglio.

Appena sveglia

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Ho sognato che mi baciavi le labbra
e le tue labbra erano le mie.
Avevano il sapore esotico dell’avventura
misto a quello di un luogo caldo
e sicuro in cui restare.
Ma mio era pure il contorno del tuo viso
nel clima verde delle mie pupille
e la tua schiena nella chiusa dell’abbraccio
il tocco delle dita al tuo petto
a far di conto coi tuoi battiti
e i miei sempre in eccesso.
Non c’era sintomo di saturazione
dei baci,
ma fame invece di altri ancora
e tutti i possibili consecutivi.

Ho scritto tutto appena sveglia
buttato giù in fretta per cristallizzare
l’emozione piena di quella appartenenza
e ricordare invece a te la colpa 
dei tuoi sguardi evanescenti
che mi hanno camminato addosso
coniando impronte indelebili
solchi eterni
nella memoria della mia immaginazione.

Lo sento ancora sulle mie
il tocco delle tue labbra.
Chiudi gli occhi tu adesso…
Mi senti?

Quel che provo

Quel che ho provato per te
è nato in un giorno di inizio settembre
quando l’aria aveva il tepore dei giorni d’estate
e i colori non ancora superbi dell’avvenire maturo.
La speranza sfoggiava l’aspetto del tronco liscio
conosceva i frutti sanguigni come
ciliege e solo un seme del dubbio
piccolo come quello dell’uva.
Portava inoltre in sé
la tensione del bocciolo
avvolto a protezione dell’euforia
delle promesse del tempo.
Sono stati poi di sole di vento
di pioggia e di grandine
tutti gli anni trascorsi:
cernita di ogni frutto
stagionatura del legno
e pazienza.

Quel che provo adesso
ha il tronco di un vecchio ulivo
robusto nodoso intrecciato spaccato.
Tutti i miei dubbi sono semi di anguria
piccoli sí
ma moltiplicati neri e insidiosi,
e in mezzo alla speranza qua e là
cresce un po’ di gramigna.
Quel che provo
è solo un frutto da una dura scorza
e con qualche lunga spina
e so che scoraggia le tue mani
ma se riesci a coglierlo
conserva al suo interno
un dolce nettare d’eterno.

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